Pubblicato il 07/04/2018, 19:00 | Scritto da Tiziana Leone

Brunori Sa, un mix sconclusionato di luoghi comuni in stile vintage

Brunori Sa, un mix sconclusionato di luoghi comuni in stile vintage
La prima delle cinque puntate è partita con uno scarso 1,9% di share:non basta avere un cantautore alternativo per incantare un pubblico che forse sa più di Brunori.

Partita ieri in seconda serata la nuova trasmissione di Dario Brunori, cantautore calabrese, è un lascito a Raitre dell’ex direttore Daria Bignardi

Stereotipi: «Quelli di Raitre pensano che io possa parlare solo di indie, ma la mia sarà una trasmissione vincente con il 74% di share». Vintage: sigla in color seppia, con la vecchia valigia di cartone, le foto in bianco e nero dei nonni, il registratore con le cassette e il microfono ani ’50. Pif: Brunori parla al pubblico, con lo stesso modo, lo stesso accento del sud, la stessa aria svagata di Pif, di argomenti apparentemente inutili, come lo zenzero, il potere antiossidante dei mirtilli, il botox, i massaggi, le creme. La società liquida:Bauman l’ha detto, ma ormai se vuoi essere alternativo devi dirlo anche tu. Brunori sa, la trasmissione partita ieri in seconda serata su Raitre con uno scarso 1,9% di share, non va oltre il già visto, accompagnato da quell’aria vagamente snob di bignardiana memoria.

Perché il programma del cantautore calabrese è comunque un lascito dell’ex direttore Daria Bignardi che ha regalato a Stefano Coletta, che pur si è definito un direttore “pop”, questo gioiellino decisamente non pop, alla sfida delle prima puntata con il più classico dei luoghi comuni: il  bisogno di rimanere belli per forza. Carolina Crescentini racconta delle sue borse sotto gli occhi. «Preferisco avere la faccia mia che non una copiata dal giornale. Rivendico il diritto di invecchiare, ma a un’attrice non è concesso il diritto di invecchiare, invece all’uomo sì». Ancora con la storia degli uomini sì e le donne no? Ma Brunori sa? E non serve infilare ogni tanto una canzone del repertorio per dare lustro a un argomento che dalle Iene a Nemo,passando per la D’Urso e la Balivo è lì incrostato nei palinsesti di qualunque rete.

E poi la madre che cucina il polpettone a casa in Calabria. «Una volta se eri rubustella eri bella, le dive degli anni ’50 come Sofia Loren erano tutte prosperose. Dai su ora mangiati la pasta, no mamma devo andare, no mangia la pasta, no mamma devo scappare, e basta con le stereotipo delle madri calabresi che costringono i figli a mangiare». Ma che veramente? Prima di Brunori, Manuel Agnelli, e prima di lui Stefano Bollani, la ricerca dell’artista per la televisione “diversa”, capace di offrire agli spettatori un racconto nuovo, eclettico, elevato, sembra una moda dilagante, l’unica in grado di cancellare la spocchia con cui da sempre è stato guardato il mezzo televisivo, riconosciuto ora come l’unico in grado di veicolare la canzone. Ma il pubblico è più realista del re. Sa scegliere. Vuole scegliere. E se sceglie il color seppia della Mafia uccide solo d’estate, non è detto che voglia scegliere lo stesso colore seppia di Brunori sa, che di per sé come titolo è già abbastanza indisponente.

 

Tiziana Leone

 

(Nella foto Dario Brunori)