Pubblicato il 10/05/2021, 19:05 | Scritto da La Redazione
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Paola Ferrari, dagli Anni di piombo alla Domenica Sportiva

Paola Ferrari, dagli Anni di piombo alla Domenica Sportiva
La nostra rassegna stampa, con gli estratti degli articoli più interessanti: «Ho vissuto molto intensamente gli anni di piombo e porto ancora le ferite dentro. Salvai la vita a un mio compagno di scuola ideologicamente molto lontano da me, ma in quegli anni ho ricevuto pesanti minacce di morte. Ho visto tanti ragazzi cadere, c'era grande violenza, grande scontro ideologico, tanta droga che girava. Quegli anni hanno forgiato chi ne è uscito».

Paola Ferrari: «I miei anni di piombo sono una ferita ancora aperta»

Il Giornale – ControCorrente, pagina 22, di Massimo M. Veronese.

È sempre stata una primadonna fin da quando, liceale negli anni di piombo, metteva in riga i capi della contestazione con uno sguardo blu fulminante. Prima donna a condurre la Domenica Sportiva, dopo 42 anni di dittatura maschile, prima donna a presentare 90° minuto, prima donna a guidare Dribbling, tutte le roccaforti inespugnabili dell’uomo abbattute una dopo l’altra da una che ha sempre fatto di testa propria, orgogliosa delle proprie idee e del proprio lavoro, «gior-na-li-sta», scandito come si deve. Un simbolo di emancipazione femminile, ma fuori dal coro, una vita da combattente fatta di sorrisi, dolori e rivincite. Prima di lei il calcio non era uno sport per signorine. Dopo è diventato uno sport per primedonne.

Cosa le è rimasto degli anni di piombo, dei ragazzi della sua età che si ammazzavano per strada?
«Li ho vissuti molto intensamente e porto ancora le ferite dentro. Salvai la vita a un mio compagno di scuola ideologicamente molto lontano da me, ma in quegli anni ho ricevuto pesanti minacce di morte. Ho visto tanti ragazzi cadere, c’era grande violenza, grande scontro ideologico, tanta droga che girava. Quegli anni hanno forgiato chi ne è uscito».
A 16 anni viveva già da sola pubblicizzando cosmetici…
«Sono andata via da casa ragazzina e per mantenermi dovevo lavorare. Vivere da sola non era facile: non ricordo quante volte mi tagliarono i fili della luce e del telefono. Così ho prestato il viso a una casa molto famosa di cosmetici e per anni sono stata il volto della Rinascente».
Papà dirigente d’azienda, mamma casalinga. Cosa non andava?
«Mamma e papà non si occupavano molto di me. Sono nata in una casa di ringhiera milanese e ho rischiato tante volte di prendere strade sbagliate. Mi hanno salvato il carattere e la buona stella».
Dopo gli anni di piombo la Milano da bere…
«Avevamo voglia di tornare a vivere dopo tanti lutti. Ero una bella ragazza, avevo molto tempo mio, era la Milano delle discoteche. Ho conosciuto anch’io le case di Terry Broome, anche lì girava droga. Ma i brutti giri li ho sempre evitati».

Ha detto una volta: anch’io ho fatto una vita di discoteche, champagne e ore piccole…
«Diciamo che non mi sono fatta mancare niente…».
Per 8 anni ha fatto fotoromanzi.
«Cesare De Marchi, il fotografo, diceva che ero così timida che fermavo le riprese quando dovevo recitare una scena di bacio. Ero così».
Cosa voleva fare da bambina?
«La truccatrice. Ero incantata dalle bellissime ragazze di Fiorucci che, sembravano fate. Ma anche la veterinaria. Vivo con cinque cani e due gatti, la mia vita la vedo in campagna tra mucche e agnellini».
Faceva sport da ragazza?
«Vivevo vicino al Palazzetto del ghiaccio di via Piranesi. Sognavo di diventare una campionessa di pattinaggio come Rita Trapanese».
Ai suoi figli piace lo sport?
«A mia figlia no. Mio figlio era un bravo tennista, poi si è dato al canottaggio. Ora fa il portiere a calciotto».

Papà da bambina la portava a vedere l’Inter ma poi «vidi giocare Rivera e capii che la mia squadra del cuore era il Milan». È vero?
«Papà, che ha 91 anni, me lo rinfaccia ancora. Lui voleva farmi innamorare di Boninsegna, ma Rivera mi sembrava più carino, elegante».
A dieci anni, con papà per mano, incrocia Beppe Viola.
«Facevamo colazione a Città Studi, ricordo questo signore con il cappotto scuro, papà e i suoi amici lo adoravano. È stato un orgoglio, anni dopo, lavorare alla scrivania che era stata sua. E vincere il premio giornalistico che porta il suo nome».
Poi l’incontro con Enzo Tortora.
«Lui è stato la svolta della mia vita. Scappata di casa mi ero rifugiata da una zia a Busto Arsizio dove aveva sede una tv privata che si chiamava Telealtomilanese: Enzo lavorava lì dopo essere stato esiliato dalla Rai. Una sera ero con la zia tra il pubblico e il regista insisteva a farmi primi piani. Tortora mi vide e cominciò a cercarmi per tutta Busto».
Poi arrivò Portobello
«Ero la più piccola delle ragazze della trasmissione, ci teneva moltissimo che nessuno ci desse fastidio. Era molto protettivo. Mi è stato vicino anche dopo, sapeva la situazione complicata che avevo. È stato un padre, un maestro e un signore».

Ha iniziato con un’intervista a Cabrini prima del Mundial: è vero che le tremava il microfono?
«Direi proprio di no. Carlo Tumbarello fu il primo a portare calciatori a fare i conduttori tv e le donne le interviste sul campo. All’inizio ero l’unica, ma senza soggezioni».
Ma come? Cabrini, l’uomo più bello e più desiderato d’Italia…
«L’amica con cui dividevo l’appartamento aveva una storia con uno della Juve e casa nostra era piena di calciatori. Era normale conoscerli».
Ma tentazioni mai?
«Cabrini una volta mi venne a prendere sotto casa con la Ferrari, ma era solo amicizia come con Paolo Rossi che adoravo. Per me era inconcepibile avere love story con calciatori, avrei perso tutta la credibilità di giornalista che stavo costruendo con una fatica spaventosa».
Ha detto: capii che valevo quando Capello mi mandò al diavolo.
«Era un derby. Chiesi a Capello perché aveva fatto giocare Weah che fisicamente non era a posto, mi rispose piccato: lei ha visto un’altra partita. Volevo morire. Ma lì ho capito che cominciavano a rispettarmi. Non era facile sopportare i sorrisi ironici di chi al campo ti vedeva come un’ochetta in cerca di gloria».
Ennio Vitanza diceva di lei: «Non fatevi ingannare dallo sguardo d’angelo: Paola è una dura».
«Ennio mi ha aiutato tanto, è stato uno dei pochissimi a venire al mio matrimonio e consideri che eravamo una decina. Vero: io sono molto dura, ma perché sono esigente con me stessa e con gli altri. Mi dico sempre: se fossi nata a Sparta mi avrebbero buttato dalla rupe, perché sono piccolina, magrolina, per questo ho sempre voluto sfidare i miei limiti. Per farlo ci vuole una certa durezza. Lavoro 12-13 ore al giorno e a volte mi arrabbio quando gli altri non lavorano come me».

 

(Nella foto Paola Ferrari)