Pubblicato il 06/04/2021, 14:34 | Scritto da La Redazione

Lo stipendio di Minoli? Tremila ore di Tv da portarsi via

Lo stipendio di Minoli? Tremila ore di Tv da portarsi via
La nostra rassegna stampa, con gli estratti degli articoli più interessanti: grossa grana in viale Mazzini. Tutte le puntate di “La Storia siamo noi” (2002-2013) da maggio diventano di proprietà del giornalista. Gli furono regalate 10 anni fa per abbassare il suo compenso milionario. Ma ora la Rai le vorrebbe indietro: a che prezzo?

Rai, la storia non siamo noi

Il Foglio, pagina 1, di Salvatore Merlo.

Quando lo racconta ha l’aria divertita ed esterrefatta di quello che per primo non se ne capacita. Come diavolo ha fatto la Rai a cedergli la proprietà di circa tremila ore dei suoi archivi? Tremila ore della storia d’Italia attraverso la televisione pubblica. Eppure è così. Da maggio infatti Giovanni Minoli, per effetto di un accordo siglato dieci anni fa ed entrato adesso in vigore, è proprietario dei diritti di La Storia siamo noi, il suo notissimo programma televisivo andato in onda sulla Rai da ottobre 2002 a giugno 2013. E dentro c’è di tutto, ovviamente. Trattasi di patrimonio del servizio pubblico, comprese interviste e testimonianze video che non esistono altrove. Da Andreotti che con grande cinismo dice che l’avvocato Ambrosoli «se l’era andata a cercare» fino alle confessioni dell’autista di Berlinguer sul presunto attentato in Bulgaria. Dall’intervista in cui Steve Pieczenik sostenne che «per il Dipartimento di stato americano Aldo Moro doveva morire» alla testimonianza del generale Gianadelio Maletti, latitante in Sudafrica dopo la strage di Piazza Fontana.

Circa tremila ore. Che Minoli potrebbe vendere a chi vuole: a Netflix, a Discovery, ad Amazon o a Urbano Cairo «che è interessato»). Solo che Minoli dice di volerle dare alla Rai «perché è al servizio pubblico che devono appartenere». E va bene. Tuttavia la vicenda che viene componendosi intorno ai diritti di questo archivio dà un’idea di degrado complessivo della televisione di stato e del suo management. Presente e passato. Dieci anni fa Mauro Masi, allora direttore generale, per risparmiare un po’ su un contratto milionario di tre anni che stava facendo a Minoli, in pratica gli cedette (a partire dal 2021) un tesoro preso dagli archivi dell’azienda di cui avrebbe dovuto tutelare gli interessi. E dieci anni dopo Fabrizio Salini, che ora sta al posto di Masi, si trova di fronte all’imbarazzo di dover spendere i soldi della Rai per recuperare ciò che in tutta evidenza è della Rai. E infatti tergiversa.

L’incompetenza dei dirigenti

Che cos’è il patrimonio della Rai se non i suoi archivi, le sue teche, la sua storia che bene o male coincide con quella di questo Paese? Se la Rai perde la sua storia cosa le resta? In definitiva che cos’è la Rai senza la sua cineteca? È un carrozzone parastatale come gli altri. Forse peggio degli altri. Senza la sua storia, alla Rai restano l’enormità di dodicimila dipendenti sul groppone del cavallo (morente) di Viale Mazzini, i conti in rosso malgrado il canone in bolletta e qualche palazzo sparso per Roma, Napoli e Milano. La Rai è la storia d’Italia. Se la perde, non è più niente.

Tuttavia, ciò che è evidente a chiunque non abbia portato il proprio cervello all’ammasso, lo è molto meno ai dirigenti che la politica porta in Rai, per lo più dei cetrioli presi al lazo per combinazione culinario-cabarettistica ed elevati al ruolo di direttori di area, direttori generali, amministratori delegati, presidenti e altri pennacchi e medagliette, sergenti e caporali. Tutta gente che non vive nella prefigurazione minuziosa del domani e del futuro della sua azienda, bensì sopravvive nella prefigurazione dei quindici o trenta minuti che li attende a ogni cambio di governo, a ogni piccolo scossone del miserabile potere politico, tra riunioni della Vigilanza e del cda, pretese dei parlamentari e dei leader.

 

(Nella foto Giovanni Minoli)