Pubblicato il 27/08/2018, 10:45 | Scritto da La Redazione

Maurizio Costanzo: Dopo Gassmann e Mastroianni come fai a parlare di Scamarcio?

Maurizio Costanzo: Dopo Gassmann e Mastroianni come fai a parlare di Scamarcio?
Nelle 43mila interviste della sua carriera televisiva ha incontrato ogni sfumatura di umanità: geni, cialtroni, comici, politici, eroi. E anche «un numero spropositato di imbecilli».
Così Andrea Amato sul mensile “GQ”.

Maurizio Costanzo: “Ho visto uomini”

Rassegna stampa: GQ, pagina 84, di Andrea Amato.

Nelle 43mila interviste della sua carriera televisiva ha incontrato ogni sfumatura di umanità: geni, cialtroni, comici, politici, eroi. E anche «un numero spropositato di imbecilli».
Qui Maurizio Costanzo ricorda chi lo ha colpito di più. Non Donald Trump («Ma fu gentile»). Piuttosto Totò, Vittorio Gassman, Giulio Andreotti, Giovanni Falcone… E poi Fracchia, la belva umana.

Giulio Andreotti, Vittorio Gassman, Konrad Lorenz, Totò, Donald Trump, Woody Allen, Alberto Sordi, Giovanni Falcone, Ugo Tognazzi. Entrare nell’ufficio di Maurizio Costanzo (leggi qui), nel quartiere Prati, a Roma, è come fare un viaggio in una galleria del tempo, dove i grandi personaggi del Novecento sono lì a osservarti sorridenti dalle pareti. Tre su quattro sono piene di fotografie, sull’altra sono accesi una decina di televisori. In mezzo è seduto l’uomo che passerà alla storia per aver intervistato 43mila persone e che, alla soglia degli 80 anni, fa ancora il 15% di share. 43mila incontri, dunque, meno uno: «Mi è rimasto il rimpianto di non avere intervistato un Papa. Ci stavo riuscendo con Wojtyla, poi si è ammalato. Sarebbe stato il fiore all’occhiello della carriera».

Non ha provato con Bergoglio, che è molto più aperto verso i media?

Sono su Canale 5 con un programma che s’intitola appunto L’intervista, ma come faccio a incontrare un giovedì Simona Ventura e la settimana dopo il Papa? Sarebbe troppo.

Chi le ha dato più soddisfazione?

Tanti, soprattutto quelli che avevano fama di introversi e poi, grazie a quella che chiamo “la domanda cerniera”, si sono aperti. Il bello è che non sai mai qual è la chiave giusta, lo scopri durante l’intervista.

Quello più ostico?

Forse nessuno, ma in compenso ho conosciuto un numero spropositato di imbecilli. Una volta venne una subrettina molto stupida, che entrò sul palcoscenico del teatro Parioli e andò a sedersi sulle gambe di Bracardi. La cacciai via, avevo capito che sperava di sfruttare la situazione per avere più “scena”.

Il politico più divertente?

Sicuramente Giulio Andreotti, il più ironico di tutti. Una volta, fuori onda, mi disse: «Al liceo avevo tre compagni di classe: oggi sono cardinali. Loro sì che hanno fatto carriera». Una cosa che mi ha sempre colpito di lui era la grande puntualità, sinonimo di professionalità. Una volta andai a trovarlo a Palazzo Chigi, quando era presidente del Consiglio, per parlargli di un progetto editoriale. Avevo appuntamento alle 15 e, convinto di fare ore di anticamera,
mi portai una robusta mazzetta di giornali da leggere. Alle 14.58 mi ricevette. Uno può essere il più grande genio, ma se non è puntuale è un cialtrone.

Di Bettino Craxi, invece, che ricordo ha?

Non l’ho mai intervistato, ma mi è capitato di frequentarlo in alcune occasioni. Un giorno mi chiese come facessi ad avere la sala sempre piena di pubblico. Gli spiegai che era facile: arrivavano pullman da tutta Italia. Da politico, era sensibile alle folle.

Chi con le folle è sempre stato a suo agio è Silvio Berlusconi, con cui lei ha lavorato per anni.

Ricordo che un sabato mattina del 1994 fummo convocati ad Arcore: giornalisti, anchorman, direttori dei suoi giornali, dirigenti Fininvest. Voleva annunciarci la sua candidatura. Prima di andare via gli dissi: «Mi piaci molto come editore, ma non so se ti voterò».

E lui?

È stato sempre molto elegante, non ha mai forzato la mano con me. In un’altra occasione, sotto elezioni, gli chiesi un pronostico e lui sparò una cifra spropositata di voti. Quasi lo schernii, ma la sera stessa, quando i risultati gli diedero ragione, mi chiamò e disse: «Hai visto?». In quella telefonata c’è tutto Berlusconi.

Nel 2002 ha intervistato anche Donald Trump, il nuovo presi- dente degli Stati Uniti.

Lo andai a trovare alla Trump Tower a New York. Devo dire che fu molto gentile, ma non rimasi certo folgorato da quell’incontro. Ora aspetto di vederlo all’opera, per avere un giudizio più completo.

Vedo una foto di lei giovanissimo con Totò.

Lavoravo al settimanale Grazia, avrò avuto 20 anni. Totò mi prese in simpatia e ci frequentammo fino alla fine. Era molto malinconico, ma a me faceva ridere anche quando parlava di cose normali.

Altra foto: Woody Allen.

Venne per registrare un’intervista. La sua addetta stampa mi disse che avevo a disposizione 10 minuti. Ne rimase quasi 50, mi invitò a suonare a New York.

Parlando di comici: ha scoperto e lanciato un’intera generazione. Chi era il più bravo di tutti?

Enzo Iacchetti, senza alcun dubbio. In seconda battuta Giobbe Covatta.

A lei si deve anche la scoperta di Paolo Villaggio.

Dirigevo un cabaret a Roma e andai con un mio spettacolo a Genova. Luigi Squarzina, che all’epoca dirigeva il Teatro Stabile, mi invitò a vedere uno strano personaggio impiegato dell’Italsider. La sera stessa, a cena, gli feci un contratto su un tovagliolo di carta. A Roma esplose. Pensi che alle 17 aprivamo il botteghino e alle 17.10 erano già esauriti i 100 posti a sedere. Con Villaggio e Umberto Simonetta inventammo il personaggio di Fracchia, e ricordo ancora il momento in cui pensammo allo sketch della poltrona a sacco. Non ho più incontrato un talento comico come quello di Paolo.

Tra i tanti che ha scoperto, c’è qualcuno che l’ha delusa?

Molti potrebbero pensare Vittorio Sgarbi, che invece reputo una delle persone più intelligenti mai incontrate. Mi hanno deluso invece alcuni intellettuali che per anni a Roma animavano i salotti radical chic. C’era ben poca sostanza, infatti oggi quella gura si è praticamente estinta.

Qualche invito di cui invece va fiero ancora oggi?

Posso dire di aver fatto conoscere al grande pubblico Alda Merini. Oppure di aver invitato uno sconosciuto Andrea Camilleri e, facendo inquadrare un suo libro, di aver dichiarato: «Leggetelo. Se non vi piace vi restituisco i soldi».

Poi tanti attori, i più grandi.

Con Vittorio Gassman eravamo amici, per questo sento la sua mancanza. Alberto Sordi, l’ultima volta che è uscito prima di ammalarsi, è venuto a cena a casa mia. Con Marcello Mastroianni avevo un ottimo rapporto, ma lui viveva poco in Italia. Mi diceva: «Faccio tanti film all’estero per scappare via».

Mostri sacri.

Dopo che hai conosciuto tre come loro, come fai, con tutto il rispetto, a parlare di Riccardo Scamarcio? Senza nulla togliere, ma il divario è abissale.

Neanche Valerio Mastandrea, che ha scoperto lei?

Aveva scritto una lettera curiosa e così lo invitammo. Inizialmente era molto chiuso e non funzionava, ma poi, grazie al suo spessore, conquistò tutti. Quando però facemmo una puntata speciale per i 20 anni del Maurizio Costanzo Show non venne, e questo mi dispiacque molto. Forse voleva prendere le distanze dai suoi esordi.

Nei primi anni Novanta lei si è speso nella lotta alla ma a, frequentando Giovanni Falcone. Se fosse vivo oggi sarebbe in politica, secondo lei?

Non credo. Era un uomo di grandi passioni, amava troppo il suo lavoro da magistrato. Una volta mi raccontò di quando andò a New York per interrogare Tommaso Buscetta, e per convincerlo a collaborare si mise a parlargli in dialetto siciliano.

Furono anni difficili anche per lei.

Subii un attentato nel 1993 e tuttora vivo sotto scorta. La fortuna è stata che il mio autista privato, quel giorno, non poteva lavorare, così ne chiamammo un altro. Passammo in via Fauro davanti all’attentatore, che ebbe un secondo di esitazione nel riconoscermi dentro una macchina diversa dalla solita. Quello scarto di tempo salvò la vita all’autista, a Maria (De Filippi, ndr) e a me.

Ha mai pensato di smettere?

No, mai. Se il pubblico mi avesse dimostrato indifferenza mi sarei fatto da parte, ma così non è stato.

Intravede un suo erede?

Professionalmente non mi sono mai sentito figlio di nessuno e non credo che debbano esistere figli miei. Ma se mi chiede cosa guardo la sera, le dico che mi piace molto Giovanni Floris.

 

(Nella foto Maurizio Costanzo)