Pubblicato il 18/09/2020, 11:33 | Scritto da La Redazione

Faccio TV, ma non sono un telespettatore

Faccio TV, ma non sono un telespettatore
La nostra rassegna stampa, con gli estratti degli articoli più interessanti: in una fluviale intervista al "Corriere dello Sport", Piero Chiambretti, che ha preso il posto di Pier Luigi Pardo a “Tiki Taka”, confessa che «La televisione cerco di guardarla il meno possibile, per non restarne condizionato. Tutti fanno tutto. C'è questo processo imitativo che preferisco non subire. La mia libertà creativa ne sarebbe condizionata»

ChiambretTiki Taka

Corriere dello Sport, pagina 25, di Giancarlo Dotto

Sei pronto?

«Sono pronto con una percentuale di preoccupazione, come capita a tutti i professionisti che tengono a un blasone. E la prima volta che faccio un programma già esistente».

Preoccupato del confronto?

«Un confronto due non vale per me. lo e l’amico Pier Pardo, il miglior telecronista calcistico italiano, siamo televisivamente molto distanti. Immagino piuttosto che, agli occhi di quelli che per sette anni hanno seguito il suo “Tiki Taka”, qualcosa non tomerà».

Che cosa ti eccita invece?

«Entrare in un attualità dall’eterno presente, sempre sulla bocca di tutti Nello spettacolo del pallone parlato i protagonisti sono proprio i giornalisti. C’è solo l’imbarazzo della scelta nel trovare i migliori».

Chi sono I migliori, televisiva mente parlando?

«Una dialettica pirotecnica, capaci di fare dribbling con la lingua, altri che sappiano stoppare il punto esclamativo o interrogativo al momento giusto. Spero nei tackle dal forte sapore di disfida tra di loro, senza uria e sovrapposizioni Sto provando degli schemi che poi collauderemo sul campo e magari cambieremo in corsa. [idea è di partire con le polmone vuote e fare entrare gli ospiti a seconda degli argomenti».

II resto?

«Lo scopriremo battistianamente solo vivendo e baglionescamente strada facendo. Per chi ancora non l’avesse capito, la mia televisione non è per anime pigre, avide di certezze. Penso a un meccanismo infernale in cui ogni puntata disdica la precedente. Avremo una panchina più lunga e conseguente rotazione degli ospiti, il che darà respiro e varietà Ci aiuterà l’essere vincolati all’attualità, la scaletta che si aggiornerà di ora in ora le stesse riflessioni dovranno ricalcare l’esistente».

Da dove sei partito?

«Prima ancora che a me, ho pensato a firme capaci di dire cose originali a un pubblico abiurato al suono ipnotico delle banalità. A rischio di perdere il punto di share che potrebbe togliermi il sonno per un paio di notti».

Banalità necessarie nella liturgia del calcio…

«Alle quali non rinunceremo del tutto, purché traviate dal punto di vista eccentrico».

Nomi?

«Quelli che girano, ma è meglio non farli, in linea con quanto già detto. Partiamo da una squadra che alterneremo, tenendoci liberi di immettere nuove risorse che magari ci stupiranno. Posso dirti che daremo continuità al passato, a cominciare da Mughini. Sempre rispettando la logica dell’alternanza».

Sarà una trasmissione giornalistica di attualità e di approfondimento.

«Con la licenza d’invitare figure dal mondo dello spettacolo e della politica Per il debutto del Napoli penso a una finestra con il sindaco De Magistris che parli di calcio ma anche di referendum Il balun resterà il protagonista assoluto. Per una volta anche io farò un passo indietro».

Meno ex calciatori e meno soubrette?

«Non posso dare certezze. Magari dalla seconda puntata avremo solo ex calciatori e soubrette. Donne? Ci sarà Francesca Barra, che non è certo una soubrette. La rifondazione di “Tiki Taka” parrà dal nucleo storico dei giornalisti Per il resto, gli ingressi a sorpresa potranno portare figure di tutte le razze. Con un solo denominatore comune, il caldo».

Nessuno sulla cui presenza si debba Interrogate?

«Lo escudo. II calcio è una religione. Credo molto in una televisione contemporanea che si leghi alle sue radici. Più che mai per il mio “Tiki Taka”. Sapori antichi, nostalgia di un caldo e di un giornalismo non ossessionati, come capita oggi, da freddi tecnicismi e tatticismi».

Rispettare la malattia dei calcio, che è poi la sua unicità.

«Assolutamente. Nella democrazia televisiva ognuno sceglie come parlarne. Sulla matrice del fondatore Pardo, il nostro spazio racconterà il presente collegandolo al passano e immaginando il futuro. Il tecnicismo entrerà solo come sberleffo. Preferisco giornalisti smaccatamente tifosi ai professorini».

 

 

 

(Nella foto Piero Chiambretti)