Pubblicato il 31/03/2012, 11:57 | Scritto da La Redazione

EDOARDO NATOLI: «”TROPPO AMORE” È UN PUGNO NELLO STOMACO»

EDOARDO NATOLI: «”TROPPO AMORE” È UN PUGNO NELLO STOMACO»
L’attore ha benedetto l’avvento del ciclo Rai “Mai per amore”, dichiarando a TVZOOM: «Finalmente anche in Italia stiamo elevando la qualità delle fiction» «Troppo amore è un pugno nello stomaco», dice Edoardo Natoli, Claudio nella fiction diretta da Liliana Cavani trasmessa con buon successo da Rai Uno martedì scorso, inaugurando il ciclo di film sulla […]

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L’attore ha benedetto l’avvento del ciclo Rai “Mai per amore”, dichiarando a TVZOOM: «Finalmente anche in Italia stiamo elevando la qualità delle fiction»

«Troppo amore è un pugno nello stomaco», dice Edoardo Natoli, Claudio nella fiction diretta da Liliana Cavani trasmessa con buon successo da Rai Uno martedì scorso, inaugurando il ciclo di film sulla violenza alle donne. «Era ora che si affrontassero determinate tematiche in modo crudo, diretto, non edulcorato, attaccando frontalmente un problema diffuso nella società». Il ventottenne Edoardo, curriculum diviso tra recitazione e regia (presto al cinema con Romanzo di una strage, di Marco Tullio Giordana), auspica un nuovo corso della fiction italiana. Nei cimiteri, per quanti fiori ci siano, non è mai primavera: le produzioni nazionali però non sono morte e ci sono esempi che stanno sbocciando.

Edoardo, Troppo amore è andato nella direzione giusta?
«Penso che gli spettatori abbiano gradito, i dati lo dimostrano. Era ora che il servizio pubblico affrontasse un tema così socialmente sentito come quello dello stalking senza edulcorarlo. Troppo Amore è stato un pugno nello stomaco: ha mostrato una realtà cruda, con uno svolgimento narrativo senza fronzoli, sottolineando come le donne alle volte non abbiano il coraggio per venir fuori da situazioni simili. Ecco, questo è il suo punto di forza: alcune donne possono essersi identificate con la protagonista».
Lei nel film appariva come figura maschile positiva…
«Claudio, da me interpretato, era l’amico di Livia, il riferimento maschile che l’ha aiutata a venir fuori dalla pericolosità della sua situazione. Era importante inserire nella storia dei punti fermi, degli amici su cui la protagonista sapeva di poter contare».
Si dice positivamente colpito dalla fiction: è davvero la prima volta che una tematica simile viene affrontata dalla Rai?
«Rispondo con un esempio tratto dalla conferenza stampa di presentazione: in sala, molti giornalisti hanno chiesto: “Non si tratterà di una tematica troppo cruda per il pubblico italiano in prima serata?”. Ecco, alle volte si rischia di sottovalutare gli spettatori. Ben vengano prodotti capaci di indirizzarne i gusti». 
Quale fiction di recente ha indirizzato i gusti del pubblico?
«Come non citare Sky, con Faccia d’angelo: gli attori, la storia, la qualità delle riprese. Tutto aveva un taglio estremamente elevato, tutto era ben fatto. Loro sono favoriti, possono sperimentare senza troppi vincoli di share».
Un altro esempio Rai?
«La fiction con Lo Cascio, Il sogno del maratoneta. Ben fatta».
Lo dice da regista, oltre che da attore!
«Della regia mi affascina un aspetto: la possibilità di avere una visione globale e completa su un film. Per intenderci, l’attore è quello che viene portato sul set, che recita il suo ruolo e che, pur essendo parte integrante del progetto, si concentra solo sul suo tassello del mosaico. Il regista ha in mano i fili della storia dall’inizio alla fine, può decidere la direzione da intraprendere, lo trovo molto stimolante».
Chi è un bravo regista, secondo lei?
«Chi riesce a relazionarsi in modo utile e intelligente con gli attori, facendoli rendere al massimo».
Un esempio?
«Liliana Cavani. Essere diretto da lei in Troppo Amore è stata una fortuna e una sorpresa. Nonostante sia un grande nome, non smette mai di parlarti, di consigliarti, di indirizzarti».
E Edoardo Natoli, che sta facendo, come regista?
«Sto terminando di girare un film d’animazione in stop motion, la tecnica usata da Tim Burton per Nightmare before Christmas, per intenderci. Mi sto divertendo parecchio».
Ha mai pensato di dirigere un film in cui essere anche protagonista?
«Per ora no, non lo farei. Sono ancora giovane, un domani chissà. Di certo, non rinuncerei mai a recitare per stare solo dietro alla macchina da presa. Recitare è un’urgenza che ho da quando avevo 10 anni, la coltiverò per sempre. Mi piacerebbe poter interpretare qualche altro ruolo in un film di sensibilizzazione sociale, capace di rapportarsi con la realtà della nostra società. Detto questo, non disdegno i ruoli brillanti, ci mancherebbe».
Tanto, si dice che di episodi tragicomici, sui set ne capitino parecchi…
«Ne cito uno: in Noi credevamo, di Mario Martone, mi sono ritrovato a dover girare una scena di tragitto a cavallo. Mi sono ritrovato impantanato nella neve, con il cavallo quasi imbizzarrito. Sono dovuti venire a prelevarmi».
Cinema, teatro, tv: ne scelga uno!
«Cinema, è la dimensione ideale, ha i tempi giusti e ti consente di lavorare al meglio sulla scena. Però non sono più compartimenti stagni, dunque faccio volentieri tutti e tre».
E se non avesse fatto l’attore…?
«Vediamo un po’…avrei fatto l’attore!».
 
Gabriele Gambini
 
(Nella foto Edoardo Natoli)