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Pubblicato il 20/11/2015, 18:34 | Scritto da Gabriele Gambini

Francesco Mazza: “Vi racconto la storia della street art insieme a Federico Buffa”

Francesco Mazza: “Vi racconto la storia della street art insieme a Federico Buffa”
Ex autore di "Striscia la notizia" trasferitosi negli USA, il regista ha realizzato "Graffiti a New York", viaggio storiografico alle origini della street art che si avvale della narrazione di Buffa. Andrà in onda stasera alle 21 su Sky Arte e TvZoom ve lo racconta con un'intervista esclusiva.

Ho scoperto che il mio edicolante è un reazionario della peggior specie. Ecco le prove. Conversazione tipo col mio edicolante. «A quale articolo stai lavorando, oggi, Gambini?», mi chiede lui. «A un pezzo su un documentario di street-art», rispondo io. «Ah, quelli delle tag e dei graffiti. Io li metterei tutti al muro», puntualizza lui, con la sicumera degli assolutisti.
Perché la street art è così. O la apprezzi o la odi visceralmente. Ma è indubbio che costituisca, o che abbia costituito, l’ossatura espressiva dell’arte contemporanea quando si fa risposta all’alienazione metropolitana. Per questo, il suo racconto dal punto di vista storiografico e didascalico, è diventato parte integrante della programmazione di Sky Arte, che questa sera alle 21 trasmetterà Graffiti a New York, documentario scritto e diretto da Francesco Mazza, autore televisivo trasferitosi nella Grande Mela dopo una lunga militanza nella redazione di Striscia la notizia. Il film si avvale della voce narrante di Federico Buffa. Un viaggio che parte dal quartiere di Washington Heights, dove dal 1969 un ragazzo di origine greca cominciò a scrivere sui muri una tag, ovvero una firma, destinata a diventare leggendaria: *Taki 183*. Con circa 3000 firme sparse per tutte la Grande Mela, Taki affascinò i giovani americani e la sua fama crebbe a tal punto da finire sulle pagine del New York Times. È iniziato così un mito a cui se ne aggiunsero tanti altri, esplosi a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80.

Francesco Mazza, partiamo dalla sua scelta di trasferirsi armi e bagagli a New York.

Mi sono trasferito a New York con l’obiettivo di fare cinema. Dato che, dal mio punto di vista, il cinema italiano funziona un po’ come le caste indiane, cioè inserirsi in esso è molto difficile, ho scelto di saggiare il terreno oltreoceano, studiando alla New York Film Academy.

La differenza nelle modalità di lavoro tra USA e Italia è evidente?

L’America ha un approccio protezionistico al lavoro. Ci sono molti cavilli burocratici da osservare, prima di potersi inserire appieno. Lo stesso uso della lingua rende ostico il primo impatto: un conto è masticare l’inglese per andare in discoteca, un altro conto è imparare lo slang dell’Ohio degli anni ’80 per raccontare una storia e immedesimarsi fino in fondo. Ma l’ambiente lavorativo americano è meritrocratico a tutti gli effetti. Ti trovi a confrontarti con i massimi esperti in ciascun settore della cinematografia e l’attenzione alla qualità delle produzioni è massima.

Da lì, è partita la sua urgenza di raccontare il mondo della street art attraverso questo documentario.

Sono cresciuto a Milano, nel quartiere Lambrate, dove i graffiti e le tag sono parte integrante del paesaggio. Sono stato influenzato nella mia adolescenza da quella forma di violenza creativa, che esprimeva tutte le contraddizioni della mia generazione.

Quali sono queste contraddizioni?

La street art ha una pars destruens, cioè demolitiva, insita nel suo essere gesto di ribellione. Ma ha anche una pars costruens, rappresentata dagli stili espressivi acquisti dai writer nei decenni e dalla competizione innescata tra essi, che l’hanno resa una forma d’arte contemporanea a tutti gli effetti.

Graffiti a New York ha un impianto didascalico che permetterà di comprendere questi aspetti al grande pubblico?

Si tratta di un documentario pensato per il grande pubblico. L’impianto ha una base didascalica indispensabile per descrivere un fenomeno caratterizzante l’epoca in cui viviamo. Molto dell’impatto è dato poi dal montaggio e dalle esplorazioni di Federico Buffa.

La tag, la firma tipica dei writer disegnata sui muri dei paesaggi urbani, è l’impronta peculiare del fenomeno writing.

La prima tag della storia è stata realizzata da un ragazzo di soli 12 anni, nascendo dunque con strumenti primitivi e con canoni estetici altrettanto semplici. Potremmo dire che la tag sia il cogito ergo sum della street art, un modo per sfuggire all’alienazione delle periferie urbane e per dire a tutti: “Ehy, io ci sono, io esisto”. Non a caso, il nostro viaggio parla di New York, non di Los Angeles, dove gli spazi vitali sono più ampi.

Il viaggio alle radici della street art è raccontato da Federico Buffa, che si è recato nei luoghi più rappresentativi di New York incontrando famosi writer della Storia. Tuttavia non deve essere stato facile ottenere la loro fiducia. In fondo, la clandestinità era alla base delle loro operazioni, specie negli anni ’80.

Con Buffa siamo andati nelle località dove il fenomeno è nato, prima che venisse istituizionalizzato e perdesse la sua portata rivoluzionaria. Il documentario diventa dunque una storia parallela anche della città di New York di quel periodo. Quanto all’ottenere la fiducia dei writer, possiamo dire che da alcuni l’abbiamo ottenuta, da altri no, e non ci hanno concesso interviste. L’approccio utilizzato però è stato neutro: non abbiamo mai espresso giudizi, tanto meno strumentalizzato le loro dichiarazioni.

L’istituzionalizzazione della street art, dicevamo, ne ha fatto perdere un po’ la portata rivoluzionaria degli esordi.

Sono convinto che da quando è finito il ‘900 sia finita la portata innovativa del fenomeno. Infatti noi, nel racconto, ci fermiamo al 1989, data che coincide con la fine di un’epoca, la prima, quella dorata. Ciò che rimane ora è imitazione dell’imitazione dell’imitazione, per dirla con Platone.

L’arte contemporanea, del resto, avendo basi più concettuali che tecniche, vede misurare il suo valore soprattutto in funzione del contesto e delle urgenze per cui è nata.

Faccio un esempio concreto sul tema: se vedo della vernice buttata su un muro probabilmente non ne comprenderò lo sforzo artistico. Se vedo un’opera di Pollock e la contestualizzo, ne capisco il significato. Vale anche, per fare un altro esempio, per Bansky: nel 2005 il suo lavoro ha costituito qualcosa di geniale e di innovativo, poi sono giunti gli epigoni e gli epigoni degli epigoni.

La sua precedente esperienza lavorativa è stata nelle vesti di autore a Striscia la Notizia. Che ricodo ha di quel periodo?

Antonio Ricci mi ha insegnato moltissimo sul piano artistico e cognitivo. Senza di lui, probabilmente, oggi sarei o in galera o in ospedale (ride, nda). La sua forza sta nel non sottostare alle regole, ma nel crearle, senza applicare protocolli prestabiliti. In un certo senso, la sua portata di innovazione sulla tv ha avuto la stessa valenza di quella dei primi writer sulla street art.

Dopo questo documentario, ha altri progetti all’orizzonte?

Ho realizzato un documentario, si intitola Frankie (Italian roulette), sulla mia esperienza di immigrato a New York. Sorprendentemente, ha vinto il sesto Oaxaca Film Fest (organizzato dal Sundance Institute) come best international short film. Una novità pazzesca per me. Si tratta della prima volta che vengo premiato. Questo mi fa ben sperare per il futuro, che si svolgerà sempre qui, negli USA.

 

Gabriele Gambini

 

(Nella foto Federico Buffa)