Pubblicato il 25/02/2018, 13:03 | Scritto da La Redazione

Pupo: In Russia sono famosissimo, ma non ho mai cantato per Putin

Pupo: In Russia sono famosissimo, ma non ho mai cantato per Putin
Cover di riviste kazake, selfie tra i fan mongoli, souvenir di magnati russi. Lo showman ci mostra i trofei vinti nei Paesi dell’Est. "Meglio superstar lì, che concorrente di un reality qui".

Nella tana del Pupo

Rassegna stampa: Il Venerdì di Repubblica, pagina 72, di Roberto Brunelli.

Cover di riviste kazake, selfie tra i fan mongoli, souvenir di magnati russi. Pupo ci mostra i trofei vinti nei Paesi dell’Est. «Meglio superstar lì, che concorrente di un reality qui».

Il Pupo da Ponticino ha una sua personale via della seta. Passa dalla Russia e dalle repubbliche dell’ex impero sovietico, poi punta dritta verso la Cina. «No, non ho mai cantato per Putin. Però mi sta simpatico. In compenso mi sono esibito decine di volte per la famiglia di Nazarbaev». Chi, l’autocrate che governa il Kazakistan senza interruzione da 28 anni? «Certo. Mai stato ad Astana, la capitale kazaka? Praticamente Nazarbaev se l’è fatta costruire su misura. Incredibile. Una vera cattedrale nel deserto. Bellissima».

Cronaca di una giornata piovosa d’inizio febbraio a Ponticino, paesino dell’aretino profonda Toscana, una piccola stazione, due strade principali e, appunto, un ponte che è famoso per un solo motivo: ha dato i natali a Enzo Ghinazzi. Ossia Pupo. Sì, quello di canzoni entrate nella storia della musica leggera come Gelato e cioccolato e Su di noi.

A casa sua, nella stanza del sancta sanctorum pupesco tra dischi d’oro e copertine di rotocalchi a lui dedicate, c’è un gigantesco ritratto fotografico: è Pupo vestito da Gengis Khan. La foto è stata scattata in Mongolia: anche qui ha lasciato le sue tracce, nel 2002. Da uno scatolone tira fuori altre foto: accolto all’aeroporto di Ulan Bator tipo Beatles, con i fan che sventolano cartelli con la scritta “Pupo ti amo”, poi lui che canta alla tv russa, lui col colbacco in testa, lui con un gruppo di monaci buddisti (mongoli, ovviamente).

Delle sue esibizioni per vari oligarchi (uno dei quali gli ha allungato 100 mila euro per cantare al compleanno della moglie, una festa con soli undici ospiti e chili di caviale), scarseggiano memorabilia fotografiche, «perché è gente che non vuole far sapere cosa fa. E se violi questa regola puoi finire nei guai».

Questa è una storia di contrasti. Ineffabile Pupo, corsaro sanremese e conduttore tv, inviato sui generis delle Iene e ugolatore di pezzi come La mia anima e Firenze Santa Maria Novella, ex giocatore d’azzardo finito in rovina e miracolosamente risorto, sposato e contemporaneamente fidanzato more uxorio, beniamino iper-paesano delle sue terre («volevano farmi una statua in paese, gli ho detto che non se ne parla») e superstar stellare nelle repubbliche del fu impero sovietico.

Maglia grigia e jeans scuri, Enzo – incontenibile, esistenzialmente onnivoro – snocciola come fossero caramelle i nomi dei posti dove ha cantato: «Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Estonia, Ucraina, Kirghizistan, Azerbaigian…». Ha suonato, tra i molti, per il premier russo Dmitri Medvedev, per il miliardario Roman Abramovic (quello che si è comprato il Chelsea), per il super-magnate Alisher Usmanov («ma lo sa che è uno degli uomini più ricchi al mondo?»).

Giorni fa ha ricevuto una proposta per un tour nel celeste impero. Sì, la Cina. Sulle pareti della casa di Ponticino («qui mio padre faceva il postino e il robivecchi»), buona arte del Novecento: Warhol e Rosai, Annigoni e Bueno, Berti e Viani. Poi due preziosissime icone sacre: «Icone di guerra: i soldati dello zar le portavano sul fronte contro l’esercito napoleonico». Nello studio, dietro a un pianoforte bianco a coda, un faraonico ritratto a olio: è Pupo medesimo, sguardo solenne, con la chitarra in una mano e uno spartito nell’altra: «L’ha fatto la ritrattista del Papa». Verissimo: Natalia Tsarkova. Russa come Tolstoj, ovviamente. Tra i suoi pezzi, i ritratti ufficiali di Wojtyla e Ratzinger. Dal Papa al Pupo.

In un certo senso la vita di Enzo Ghinazzi è un frullato postmoderno in cui si fondono Toscana profonda e televisione tricolore, il mito dell’italico pop nazional-popolare e la grande madre Russia che proprio di quel pop si è perdutamente innamorata, di Sanremo e dei suoi eroi più iconici: Al Bano, Toto Cutugno, Ricchi e Poveri. E, soprattutto, Pupo. Nomi, luoghi e storie. Alcune da far west.

«Come quella volta che in Kirghizistan dovevo partecipare a un evento del colosso energetico Gazprom: saliamo in macchina, una specie di Suv gigante, e vedo che è pieno di armi. Mi inquieto un po’, e loro mi dicono: “Sa, ogni tanto ci sono degli assalti…”». O quella volta a Mosca: «Il fidanzato di una cantante che frequentavo mi porta all’esterno del locale, tira fuori una rivoltella, caricata con un solo colpo tipo roulette russa. Mi punta la pistola alle gambe e preme il grilletto. Per fortuna, il colpo va a vuoto».

Certe volte ci si mette di mezzo la politica. In Moldavia si è ritrovato a cantare a una manifestazione elettorale di un candidato pro-russo. «Su Facebook sono stato travolto da messaggi indignati. Ma io non sapevo nemmeno chi era, quello lì». D’altronde, la politica sta di casa anche qui, a Ponticino: paesino che è quasi una cosa sola con Laterina, patria di Maria Elena Boschi. «Vede, quella lì è casa Boschi!», esclama mentre passiamo in macchina. A un incrocio c’è il cartello con l’indicazione Castiglion Fibocchi: «Licio Gelli? L’ho conosciuto benissimo. Anch’io sono stato massone, con iniziazione e tutto. Poi li ho mollati, quando ho visto che non erano interessati ad aiutare il prossimo, come credevo…».

Contrasti, dicevamo. È nel lontano 1980 che ha inizio, in maniera abbastanza sgangherata, l’avventura “sovietica” di Pupo. Enzo va a Mosca con alcuni amici di Arezzo. «Per la verità loro erano venuti solo per trombare. Si erano portati calze, blue jeans, le solite cose. Io no, eh: io non sopporto queste cose, contrariamente a quello che si potrebbe pensare. Comunque, una sera siamo in questo ristorante, e c’è un’orchestrina che suona cose russe, tipo balalaika e arie tradizionali. A un certo punto, sento un pezzo che conosco… è Gelato al cioccolato! Da non crederci. Erano due gemelle a cantare. Una si chiamava Lidia, poi siamo stati anche fidanzati, per un po’… sì, quella di Lidia a Mosca. Le mie canzoni erano arrivate anche lì. All’inizio attraverso un canale semiclandestino, poi quando i russi hanno visto che andavamo bene, hanno preso a stamparle per conto loro. Mi sono ritrovato famoso in Russia senza accorgermene».

Una specie di favola, anche se un po’ surreale. Eppure è anche questo uno degli specchi attraverso i quali scrutare l’Italia. Qualche anno dopo, siamo nel 1985, a Enzo arriva la telefonata di un impresario che gli propone una tournée di 40 giorni in Unione Sovietica. «Una roba pazzesca: 15 giorni a Tallinn, capitale dell’Estonia, 10 giorni a San Pietroburgo, e 15 a Mosca, con concerti al Palasport dedicato a Lenin». Un trionfo, ovvio. Lui si porta la cantante Fiordaliso ad aprire i concerti, lo pagano in dollari. «Una cifra mostruosa, tutto in contanti» dice Pupo sgranando gli occhi, come se ne fosse stupito ancora oggi.

Nel 1989 sarà Ezio Mauro, allora corrispondente di Repubblica a Mosca, a riferire di un sondaggio sovietico secondo cui Pupo sta altissimo nella classifica di gradimento degli italiani famosi fra i moscoviti: appena sotto Fellini, Mastroianni e la Loren, ma sopra Morandi e Andreotti. Enzo si fa serissimo. «Io e Al Bano, i Ricchi e Poveri e Cutugno qui siamo famosi, sì; ma in Russia siamo delle leggende». Come mai? Pupo ha una sua teoria. «Un cantante degli anni Sessanta ce lo ricordiamo ancora, no? Per noi italiani sono stati gli anni del boom, dei grandi cambiamenti, delle utopie. Ebbene, per i russi è lo stesso con gli Ottanta, l’era della perestrojka, delle aperture, delle speranze. Per alcuni è cominciato allora il periodo dei grandi guadagni. Soldi a palate. E la colonna sonora della svolta siamo stati noi».

Da lì i concerti, ma anche gli “eventi privati” degli oligarchi: «Per loro è uno status symbol averci alle feste. Certo, può sembrare un po’ frustrante dal punto di vista artistico. Ma io non voglio cambiare il mondo, sono un cantante. D’altra parte, i cachet sono molto importanti. Mi danno la possibilità di mantenere la mia dignità: è grazie a queste feste che mi posso permettere di dire di no a tutti reality show a cui mi hanno invitato. Ho sempre detto di no». Questioni di priorità. Tovarish Pupo, da Sanremo a Ulan Bator.

 

(Nella foto Pupo)