Pubblicato il 31/05/2021, 19:04 | Scritto da La Redazione
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Rai: non saranno le nomine a cambiarne la natura clientelistica

Rai: non saranno le nomine a cambiarne la natura clientelistica
La nostra rassegna stampa, con gli estratti degli articoli più interessanti: nessuna nomina potrà cambiare la Rai. La storia, vista da dentro, di come non basti un nuovo Consiglio d'amministrazione per cambiare le cose.

Nessuna nomina potrà cambiare la Rai

Domani, pagina 2, di Stefano Balassone.

La Rai può apparire ai giovani, specie a quelli che maggiormente divorano notizie e racconti fra social e piattaforme, una sorta di Colosseo, teatro di azioni dal sapore antico, e privo tuttavia, del fascino delle pietre venerande. Qualcosa che a quei freschi occhi appare seducente quanta un comunicato del governo o le poesie di un ragioniere. È dunque immaginabile quanto poco gliene importi del prossimo rinnovo del Consiglio d’amministrazione di quel rudere. Ma hanno torto i giovani, e qui glielo diciamo, a infischiarsene dell’azienda del cavallo perché questa, fatti quattro conti, è al centro dell’intera filiera della produzione radiotelevisiva e di fiction nazionale, dove stanno moltissimi di quei posti di lavoro a cui aspirano i tanti che affollano le aule universitarie di Lettere, Filosofia, Comunicazione.

Ma qualche ragione, pur non sapendolo, ce l’hanno, perché l’esperienza dei decenni lascia pensare che, comunque sia composto, nessun consiglio è davvero rilevante, nonostante che tanti s’appassionino, brighino a favore di qualche candidato o propongono se stessi al parlamento per essere spediti in quella che pensano sia la stanza dei bottoni delle news e dello spasso. Tapini che non sanno (eppure si tratta in genere di gente che ha studiato) che, anche se assurgessero allo scranno e alle reverenze degli uscieri, gli toccherebbe un ruolo privo di qualsiasi carattere incisivo o tutt’al più simile a quello delle cariatidi di marmo che ad Atene usano la testa per sorreggere un soffitto. È per questo che offrire un incarico siffatto, risonante eppur passivo, non è ad essere sinceri cosa onorevole né per chi la propone né per chi l’accetta. Unica scusante è che entrambi siano molto ingenui o ignorantissimi.

I primi passi

Il primo tipo di Cda di cui torna conto di parlare è quello che esordì nel 1976, composto di 16 individui scaglionati nel “numero di telefono”, così definito da Craxi che non mancava d’ironia, 6-3-1-1-1 (sei Dc, quattro Psi, tre Pci, assortiti per correnti, 1 Psdi, 1 Pri, 1 Pli). Persone spedite sulla cima dell’azienda da quando a fine anni Settanta il monopolio Rai era terminato e che rappresentavano la Prima repubblica del cavallo. In quei tempi l’azienda si adattò agli equilibri politici correnti che le chiedevano di passare dal monopolio solitario alla combutta del Biscione, al fine di tenere fuori campo chiunque altro. Ma dopo 17 anni, all’alba dei Novanta, la prima Repubblica crollò sotto il muro di Berlino e con essa i partiti che fungevano da “editori di riferimento” (Bruno Vespa dixit).

Nel 1993 si decise per il passaggio a un formato di consiglio snello di cinque unità. Perché, quando i posti sono pochi, si tengono meglio a bada partiti, correnti, camarille e cosche. Per contro, chi ci si trova dentro è indotto a farsi carico di un qualche grado di rappresentanza generale, a ragionare di testa propria. In più, a nominare i cinque di cui sopra, non provvedeva più la Commissione parlamentare di vigilanza, ormai ritenuta pari alle peggiori bettole di Caracas, ma badavano i presidenti di Camera e Senato, a firma congiunta, nell’auspicio che l’altissima funzione li facesse refrattari alle pretese vergognose. Il primo esito della nuova procedura fu nel 1993 il quintetto dei “professori”, cioè persone colte e assai per bene, assai valide ognuna nel suo campo: economia, filosofia, libri, diritto, stampa quotidiana. Da quelle altezze, si auspicava, avrebbero fatto levitare dalle sordide bassure la carne peccatrice dell’azienda lottizzata, compensando con questa magia il fatto che nulla sapessero di storia dinamiche, linguaggi e pubblico della televisione.

Cinque Giovanna d’Arco, ma con l’aggiunta di un freno a mano costituito dal direttore generale, che giornalista era per intero, dal cappello fino a giungere alle suole, e che, in effetti, subito s’intese con l’anima più corporativa e ramificata di quel mestiere nella Rai. A rendere vulnerabile quei cinque più uno stava l’ennesima emergenza di bilancio ereditata dal passato che fu usata dal primo governo Berlusconi (1994) per sloggiarli poco dopo e fare spazio al secondo quintetto, composto da tre ricconi, un tirapiedi della politica romana e un brillante storico in funzione di foglia di fico dell’insieme. Concluso il biennio del mandato, a rinnovare l’organo provvide nel 1996 l’Ulivo, che aveva vinto a suon di Mattarellum. Ne derivò un Cda dal taglio mandarino, che fece qualche pasticcio sfidando le logiche dell’audience (del resto nulla ne sapeva tanto che alcuni membri giungevano perfino a detestarla). Così quel consiglio inciampò nei lacci delle scarpe e giunse a dimettersi anzitempo.
(Continua su Domani)

 

(Nella foto, da destra, Marcello Foa e Fabrizio Salini)