Pubblicato il 11/11/2019, 17:02 | Scritto da Tiziana Leone

La pietosa compravendita delle nomine della Rai dimostra che la politica e viale Mazzini sono una cosa sola

La pietosa compravendita delle nomine della Rai dimostra che la politica e viale Mazzini sono una cosa sola
Oggi il Cda Rai avrebbe dovuto approvare le nomine previste dal nuovo Piano industriale. Ma la politica ha fermato tutto, troppe le poltrone da arraffare.

La favola del “Fuori la politica della Rai”  la conoscono ormai anche i bambini. Solo che il lieto fine non c’è mai.

Tra le tante che la politica dice, ce n’è una che deve restare indelebile nelle menti di chi ogni giorno legge i giornali, visita i siti web, si informa sui social o quel che è: «Fuori la politica dalla Rai». Da ridere. Se non ci fosse da piangere. Provate a entrare in questi giorni in viale Mazzini, c’è la terra di mezzo, nel senso che stanno tutti in mezzo senza saper bene dove andare. Perché la politica non si è ancora messa d’accordo.

Le nomine

La scorsa settimana le caselle erano assegnate, oggi era previsto il Cda Rai per piazzare ciascuno al suo posto, ma poi il Movimento Cinquestelle e il Pd ci hanno ripensato. Stefano Coletta, attuale direttore di Rai3, candidato ad assumere la nuova direzione intrattenimento non ha avuto il placet dei grillini, troppo di sinistra. Antonio Marano, leghista dai tempi del celodurismo, avrebbe gentilmente declinato l’inutile poltrona di Rai2, quindi è in attesa di una ricollocazione eccellente, ma naturalmente prima c’è da capire se il Tg1 resta nelle mani di Di Maio & co. Il tutto mentre il renziano Michele Anzaldi, segretario della Vigilanza Rai, che non perde occasione per commentare quel che la tv di Stato manda in onda, mette le mani avanti per far sapere che “Matteo suo” non ha alcuna intenzione di prendersi nulla. Tanto se l’era già preso prima.

A Rai2 probabilmente andrà Ludovico Di Meo, ex vicedirettore di Rai1, inviso alla direttora Teresa De Santis, per una vecchia questione privata, e per questo spedito a nullafare in giro per il palinsesto. A riportarlo in auge ci pensano Giorgia Meloni & friends, che non possono restare fuori dal regno di Mordor.

Le vicedirezioni mai assegnate

Alla corte di Teresa, alla vicedirezione di Rai1, la scorsa estate erano arrivati con tanto di nomina il grillino Franco Di Mare, con delega all’approfondimento e il leghista Milo Infante, con il compito di occuparsi di rubriche, informazione e territorio, che è un po’ come quando ti dicono che fanno il consulente. Comunque, nessuno li ha mai visti al quinto piano. Non hanno nemmeno un ufficio. Lo stesso Di Mare, alla conferenza del suo nuovo programma Frontiere, lo scorso ottobre, alla domanda sul suo nuovo ruolo da dirigente ci aveva risposto: «Per il momento sto facendo ancora il giornalista, quando dovrò fare il dirigente chiederò aiuto ad amici dirigenti che mi daranno una mano». Probabilmente dovrà chiedere aiuto per dirigere direttamente il Tg1, sempre che Di Maio e Zingaretti trovino un accordo.

La poltrona di Rai1

A Rai1 la poltrona di Teresa De Santis è come il Tagadà. Un giorno immobile, il giorno dopo in preda a movimenti sussultori e ondulatori, in base a quante telefonate ha fatto o ricevuto. Nessuno sa bene se arriverà a Natale o al prossimo programma televisivo, nemmeno lei, visto che di cose a lungo termine sembra occuparsi poco. O niente. Ma di certo se dovesse affondare, è intenzionate a trascinare con sé chi ha portato con sé. Onori e oneri, d’altronde nella terra di mezzo non si fanno prigionieri.

C’è poi chi la dà per salva solo per via delle fantomatiche e ridicole quote rosa, che in viale Mazzini sono sempre passate più dagli studi televisivi che dagli uffici dei piani alti. E mentre sul palcoscenico della politica girano sempre i soliti nomi, dietro le quinte c’è gente che lavora, nomi conosciuti agli addetti ai lavori, lasciati a fare il loro mestiere per due motivi, perché qualcuno deve pur mandare avanti la baracca e perché le nomine passano dal Palazzo, non certo dalla capacità dei singoli.

Disarmante per una tv di Stato, per noi che paghiamo il canone e per la Rai di Viva Raiplay, che prima millanta la rivoluzione del terzo millennio e poi resta ancorata alle solite, vecchie, indistruttibili logiche del Manuale Cencelli, ideato da un politico democristiano nato nel 1936.

 

Tiziana Leone

 

(Nella foto la sede Rai di viale Mazzini)