Pubblicato il 28/05/2018, 18:33 | Scritto da Paolo Madeddu

Cose di classifica: Pink Floyd, ovvero Money per sempre

Cose di classifica: Pink Floyd, ovvero Money per sempre
Come loro, nessuno: basta la ristampa di un live di 23 anni fa, in vinile e costosa, a portarli in top 10, mentre i loro tre dischi più famosi sono una presenza costante nelle charts.

I Pink Floyd sono decimi in classifica

Quotare i Pink Floyd in Borsa? Forse all’ipotesi Roger Waters darebbe in escandescenze, ma David Gilmour e Nick Mason potrebbero farci un pensiero: in fondo, la Pinkmania non passa mai, e a differenza di altri gruppi storici le cui fortune sbiadiscono dolcemente, il loro pubblico si rinnova negli anni grazie all’aggiunta di nuove generazioni al consistente zoccolo duro di chi li ha conosciuti quando ancora erano in quattro (…se non addirittura in cinque).

Questa settimana il live Pulse è entrato in top 10 – all’ultimo posto disponibile, è vero, ma stiamo parlando di un disco di 23 anni fa, inciso in spregio all’ex leader storico fuoriuscito qualche tempo prima, e che malgrado ciò supera produzioni di star contemporanee unicamente in virtù di una ristampa in vinile, e malgrado un prezzo superiore a 100 euro.

 

 

 

 

 

 

E non stiamo nemmeno parlando di uno dei dischi più amati dai fan. Cioè la trimurti degli anni 70, The dark side of the moon, Wish you were here e The Wall. In questo decennio di fatto non c’è praticamente mai stata una settimana nella quale la classifica degli album più venduti in Italia non li contenesse. Se è capitato che ne uscissero alla chetichella è stato solo per motivi di strategie discografiche, come l’arrivo di una ennesima ristampa più lussuosa e accattivante, irrinunciabile per i devoti: facendo una stima grossolana in base alla frequenza delle ristampe deluxe/remastered e ai vari formati possibili, il vero Floydiano nella vita ha speso il suo money per Money almeno quattro volte e chissà quante volte ha accusato una momentanea perdita della ragione per il merchandising, tra magliette, libri, tazze, zerbini, cuscini (veri, non Pillow of winds) o sveglie (…anche se destarsi ogni mattina al suono delle suonerie e pendoloni di Time dev’essere un po’ traumatico).

Ed è abbastanza risaputo che quei tre dischi in particolare sono una specie di rito di passaggio per molti ragazzi di oggi non del tutto appagati dall’hip-hop e dal pop attuale: un po’ come certi film o libri, i più curiosi e avventurosi se li comprano e regalano perché considerati strumenti per capire la realtà con linguaggi passati. Quelli e quasi solamente quelli: Animals, pur incastonato nel periodo di platino, piace ai discepoli del gruppo ma assai meno agli estimatori occasionali.

 

 

 

 

 

 

 

Va sottolineato che anche se può capitare di vederli nelle charts, altri artisti o gruppi consacrati non vantano altrettanta considerazione da parte di chi spende soldi per la musica: né i Beatles, né i Bob Dylan, né i Led Zeppelin, né David Bowie, né i Nirvana (anche se il loro Nevermind, da vero ultimo manifesto generazionale, si avvicina molto a quell’idea di album-monumento; attualmente è al n.72, la striscia attuale in classifica è di 73 settimane). Nella top 100 degli album in questo momento ci sono cinque album dei Pink Floyd, il più longevo è naturalmente The dark side of the moon (n.43, striscia attuale lunga 81 settimane), quello più pericolante è Wish you were here, n.94: si trova poco più in basso dell’ultimo album degli U2, Songs of Experience (n.87. Ed è uscito sei mesi fa).

Tuttavia, il caso di Pulse, nonché il suo prezzo intimidatorio, evidenzia quanto i Pink Floyd possano vendere su vinile – anzi, a dire la verità viene persino da chiedersi se l’intera nicchia del 33 giri reggerebbe all’urto qualora un futuro governo distopico di quelli cari a Waters mettesse fuorilegge i titoli floydiani. Nella classifica degli LP, occupano il n.1 con Pulse, il n.2 con la altrettanto ristampata raccolta Relics (pensata per i soli collezionisti fin dalla prima pubblicazione, del 1971), al n.6 con The dark side of the moon e al n.8 con The wall).

 

 

 

 

 

 

Molto dipende dal sodalizio decennale tra la band inglese e l’alta fedeltà: è cambiata la musica, sono cambiati i formati, ma nessuno come il gruppo che ha fatto di un fonico (Alan Parsons) una star planetaria ha mai più incarnato con altrettanta potenza il sogno di ascoltare un suono perfetto. Si potrebbe osservare che della bellezza dei suoni, agli ascoltatori di oggi, importa un po’ meno rispetto a quelli di ieri – ma qui entreremmo nel territorio della critica musicale (…non sia mai!).

Quello che pertiene a questa rubrica è fornire dei piccoli dati significativi. Che ci dicono che in una top 10 ancora dominata da Carl Brave (n.1) e Capo Plaza (n.2) ci sono solo tre artisti che non fanno rap o trap e sono Renato Zero (neoentrato al n.3), Laura Pausini (n.8) e Pink Floyd. Che in questo periodo in top 20 ci sono addirittura tre nomi (e sono più del solito) che non appartengono al mondo di rap, reggaeton e vezzoso pop di plastica, e che potremmo con uno sforzo non lieve inserire in uno scaffale vicino ai dischi del gruppo britannico e sono Arctic Monkeys, Imagine Dragons, Ed Sheeran, ultime tracce di pop-rock in un mercato che pubblico e case discografiche dirigono decisamente altrove.

Ma se dovessimo allargare lo sguardo a tutta la top 100, includendo i nomi più redditizi che vi si trovano in questo momento (Nirvana, Coldplay, Queen, Vasco Rossi, Eminem, Guns’n’Roses, Linkin Park, U2, Laura Pausini), solo su un nome ci sentiremmo di scommettere per la classifica – se esisterà ancora – del 2058, e avrete capito di chi stiamo parlando.

 

Paolo Madeddu

 

(Nella foto i Pink Floyd)