Pubblicato il 27/11/2017, 13:31 | Scritto da La Redazione

Antonio Ricci racconta i primi 30 anni di Striscia la Notizia

Antonio Ricci racconta i primi 30 anni di Striscia la Notizia
Il creatore e deus ex machina del Tg satirico di Canale 5 racconta l'Italia che è cambiata, insieme alla sua creatura, dal 1988 ad oggi. Così Ernesto Ferrero su "La Stampa".

I 30 anni di Striscia la Notizia di Antonio Ricci

Rassegna stampa: La Stampa, di Ernesto Ferrero.

Dalla copertina del suo libro, Me tapiro (Mondadori), Antonio Ricci ci guarda severamente, come se ci avesse ancora una volta colto in fallo. Ha l’aria di un pastore luterano, un filosofo nordico che annuncia l’Apocalisse, un guru vegano, un nuovo carismatico leader post-renziano e post-grillino. Tranquilli, è anche questa una recita del mago dei travestimenti, dell’Arsenio Lupin del fuorionda. Ci sta dicendo: imparate a guardare oltre le apparenze.

Ne racconta di cose, nelle 252 pagine del libro, il capo della setta dei Tapirofori, ben supportato dalle domande di un intervistatore intelligente, Luigi Galella. Ritrae dal vero Berlusconi e Grillo, detta ritratti affettuosi (Villaggio, Hunziker, De André), scaglia fulmini e saette, mena botte da orbi (Vespa, Fazio, Bonolis, la supponente sinistra d’oggi), finisce per sbozzare un impietoso ritratto della nazione, si rivela finissimo analista politico. Ricicla il trash quotidiano con la ribalderia della satira, e diventa pedagogico. La vera libertà è molto costosa ma lui dichiara di sentirsi bene solo in battaglia. «Sono carsico – dice -, quando il gioco si fa duro sbuco fuori, ci metto la faccia».

Ma chi è il vero Ricci? Quello che lui racconta, o il racconto è il depistaggio di un uomo che non ama apparire, che detesta la visibilità e ogni venerdì anela a tornarsene, lui abitatore di residence, nella casa di Alassio, a curare amorosamente le raccolte di agapanti, glicini, piante grasse e agrumi? Forse nell’epoca dei database, bisogna cercarlo nei numeri.

Quarant’anni di successi che hanno inventato e imposto un linguaggio tv (lui ricorda gli apprezzamenti di Umberto Eco e Federico Fellini, che in tv guardava solo Drive in), trecento cause tutte vinte, milioni di euro fatti risparmiare allo Stato con le denunce di sprechi insensati, truffe, imbrogli e raggiri. Il Grande Inquisitore dell’inautentico, della patacca, della ciarlataneria, del buonismo non lascia nulla al caso. Maniaco del dettaglio, è un orologiaio, un coach che organizza al millimetro la sua squadra. Quando gli danno del «goliarda» si arrabbia: «Io faccio ricerche sociologiche».

Forse tutto è cominciato quando il piccolo Antonio, 4 anni, inghiotte una caramella che rischia di soffocarlo. La madre accorre, lo solleva per i piedi, lo scuote con decisione. Il bambino sente una lama del cervello, ma in quei pochi secondi concitati impara a vedere il mondo capovolto. Da allora non smetterà di cercare di raddrizzarlo. La stessa fitta dolorosa gli si ripresenta qualche anno fa all’annuncio del progetto di quattro torri di ottanta metri che avrebbero snaturato il centro storico di Albenga. Arma i suoi missili e il progetto è bloccato. Allo stesso modo aveva salvato dalla speculazione Villa la Pergola ad Alassio e con un lavoro di anni la trasforma, con la moglie Silvia, in un relais con un piccolo museo, affettuoso omaggio ai Montagu, agli Hanbury e alla colonia inglese che l’aveva abitata. E reinventano un giardino che è puro incanto.

Lo Zorro che ogni sera vendica le nefandezze che dobbiamo subire è poliedrico, quasi un ossimoro vivente. Mecenate occulto, ha una laurea molto gramsciana su Francesco Jovine, una specializzazione nella tutela dei beni artistici, è cantautore e front-man di una band di rockettari, fa il cabarettista part-time al Derby di Milano con Cochi, Funari e Jannacci, torna a Genova con i treni della notte per presentarsi la mattina all’università. Ha messo in musica Villon e Baudelaire, ed è in grado di congegnare un apocrifo di Montale credibile.

Diventa il più giovane preside d’Italia, poi l’amicizia con Beppe Grillo lo porta in Rai, dove a 27 anni firma gli spettacoli del sabato sera. Da lì in avanti la strada è segnata. E tuttavia l’inafferrabile Ricci si rivela più malinconico del previsto: «Mi atterrisce l’idea di lasciare traccia. Tutti i mali del mondo hanno origine da chi vuole assurgere all’immortalità». Sostiene di essere già morto e di vivere in una realtà parallela, avatar di se stesso. Si rassicuri, Maestro. Dai dati in nostro possesso, lei potrebbe anche essere il primo degli immortali.

 

 

(Nella foto Antonio Ricci)