Pubblicato il 09/11/2017, 15:30 | Scritto da Gabriele Gambini

Paolo Ruffini: Viva gli anni 90, quando il politicamente corretto non esisteva

Paolo Ruffini: Viva gli anni 90, quando il politicamente corretto non esisteva
Faccia a faccia con il comico, da questa stagione tornato al timone di Colorado, ogni giovedì in prima serata su Italia 1: le novità del programma, i progetti imminenti, lo stato dell'arte della risata in Italia.

Paolo Ruffini: “Era l’epoca d’oro della televisione e rischiamo di dimenticarla: con Colorado rievochiamo quelle atmosfere”

«Pensate a Non è la Rai: oggi le femministe insorgerebbero e lo farebbero chiudere ancora prima di cominciare. Oppure pensate al cane Ass fidanken con Gianfranco D’Angelo a Drive In. Gli animalisti impedirebbero la sua messa in onda. Stavamo vivendo l’epoca d’oro della tv e non ce ne rendevamo conto», dice Paolo Ruffini. Poi aggiunge: «A Colorado, tra me e Federica Nargi è scoccata la Scintilla», commentando la sua conduzione a fianco dell’ex velina e di Gianluca “Scintilla” Fubelli. «Noi tre siamo un po’ come I Ricchi e Poveri, e Colorado, se fosse un piatto, sarebbe un caciucco alla livornese: tanti ingredienti popolari, semplice, eppure prelibato». All’esordio della nuova stagione, il contenitore comico di Italia 1 in cui Ruffini figura come capoprogetto assieme ad Andrea Boin (stasera alle 21.20 la seconda puntata) ha totalizzato un buon 7,82% di share, stando nella media di rete al netto di una concorrenza agguerrita.

Come si gioca con la conduzione a tre?

Alimentando la dinamica di coppia tra me e Federica, un volto ganzo, rassicurante, con Scintilla che si inserisce in questo ménage prestandosi a mille combinazioni. La forza di Colorado sta nel giocare in tanti modi con tanti meccanismi comici, mantenendo saldo un certo substrato popolare.

Ritorna a Colorado dopo l’esperienza di Luca e Paolo.

Luca e Paolo hanno fatto un ottimo lavoro, hanno portato il loro registro all’interno di un brand che, se non si presta attenzione, rischia di cannibalizzare i suoi interpreti.

Substrato popolare significa avere poche pretese?

Significa non puntare solo sui tormentoni, pur facendo una comicità panvinesca. Non ci occupiamo di satira, però utilizziamo registri comici differenti e riconoscibili. Colorado nasce come fratellino minore di grandi contenitori dotati di mezzi maggiori. Però, nel suo piccolo, è ancora qui.

Colorado esiste in tv mentre i vari Zelig, Made in Sud, non più.

Appunto. Zitti zitti, resistiamo alle ere, che in televisione si susseguono vorticosamente.

Che era comica è, quella di oggi?

Un’era sfaccettata, dove non si può puntare sul comico che sale sul palco e fa il suo numero. C’è bisogno di ritmo, di una dimensione trascinante, mai statica, per tener desta l’attenzione. Per questo Colorado è diviso in segmenti, differenti tra loro e tutti riconoscibili, con tematiche pensate a seconda della fascia oraria, amalgamate da un flusso continuo. Ci sono i comici della tradizione del cabaret, come Paolo Migone, Antonio Ornano e Dado. C’è Herbert Ballerina, che viene dal cinema e dalla radio. C’è contaminazione. È un piccolo grande varietà. O almeno prova a esserlo.

La tradizione della comicità italiana è nella commedia dell’arte, nelle maschere. Qualcuno sostiene sia un genere da rinvedire attingendo dalla satira e dalla stand up anglosassone.

Oggi va molto di moda parlare di stand up, soprattutto sul web. Ma io mi chiedo: già Walter Chiari non è stato un magnifico interprete nostrano di stand up? La tradizione italiana ha una ricchezza di registri invidiabile. Per quanto riguarda la rete, poi, abbiamo un segmento con interpreti provenienti da quel mondo, come i Panpers e iPantellas, divertenti e ben inseriti in un progetto narrativo coerente.

Qual è la difficoltà più grande quando si pensa ai meccanismi che sottendono l’innesco di una risata in tv?

Siamo nell’epoca in cui si brandisce il politicamente corretto come se fosse un’arma contundente. Frenando la creatività. Sto curando personalmente Super Vacanze di Natale, uscirà nei cinema il 14 dicembre e sarà la “summa” del meglio dei cinepanettoni italiani di genere. Rivedendo alcune scene, penso che oggi sarebbero difficili da riproporre.

Dunque Paolo Ruffini è un antimodernista?

No, ma penso che la tradizione creativa degli anni ’80 e ’90 non debba essere dispersa. Per questo Colorado sarà pieno di riferimenti a quell’epoca. Al rientro dal nero balleremo tutti insieme Please Don’t Go, tipica hit anni ’90, per dare l’idea di una grande compagnia di giro. Nel blocco dedicato ai più giovani, riesumiamo i disegnini fatti a mano, come ai tempi di Bim Bum Bam. Attingere dal periodo migliore della nostra televisione, significa valorizzare un patrimonio inestimabile.

Oggi i tempi non consentono più quei registri?

Pensate a L’araba fenice di Antonio Ricci, dove c’era un nano, Scrondo, che tappava con un bollino rosso le nudità di Moana Pozzi. Pensate a Benigni che agganciava il pacco di Baudo a Sanremo o che scandalizzava Raffaella Carrà. Pensate a Non è la Rai: oggi le femministe insorgerebbero e lo farebbero chiudere ancora prima di cominciare. Oppure pensate al cane Ass fidanken con Gianfranco D’Angelo a Drive In. Gli animalisti impedirebbero la sua messa in onda. E ancora, tornando a oggi, pensate alla chiusura della trasmissione di Paola Perego per una sciocchezza, o allo scalpore che suscitò la mia battutaccia su Sophia Loren ai David di Donatello. Io sono nato nel 1978, ho visto coi miei occhi l’epoca d’oro della tv e dico: stavamo vivendo un tempo straordinario senza rendercene conto.

La ricetta per non disperdere quel patrimonio?

Recuperiamone la libertà espressiva, il privilegio di osare, magari anche con qualche cazzata, ma in totale leggerezza.

I millennials dovrebbero ricevere il testimone di quello spirito. Come si rapporta Paolo Ruffini col loro linguaggio?

Provando a rimanere un outsider. Continuando a fare il mio mestiere, che è quello del buffone. Un lavoro serissimo. Nella consapevolezza che i ventenni di oggi sono molto più sfuggenti rispetto all’epoca in cui il ventenne ero io. Hanno dinamiche più chiuse, codici espressivi precisi, circoscritti, resi manifesti in contesti apertissimi come la rete. Colorado tenta di colloquiare anche con loro, e molto.

Un laboratorio di ricerca per nuovi volti comici era Eccezionale Veramente, dove lei era giudice: se la prima stagione aveva retto, la seconda ne ha determinato la chiusura.

Era una trasmissione comica in una canale all news come LA7: lo considero un esperimento positivo in un contesto non facile. Il panorama televisivo di oggi mostra risultati pazzeschi delle native digitali, TV8 a volte fa i numeri di Rai2, tutto è frastagliato, Eccezionale Veramente ne ha risentito.

A proposito di TV8: il suo amico Frank Matano sarà co-protagonista con Claudio Bisio di The Comedians.

Frank lavora in un’azienda dalla capacità comunicativa bestiale e sta mettendo a frutto le sue capacità. Lui è un inventore straordinario di mestieri su misura: va su YouTube e diventa uno youtuber, va su un palco e diventa un comico di stand up, poi diventa un attore. Riesce a giocare con i suoi talenti in modo semplice e diretto, in un certo senso è come se dovesse ancora cominciare a lavorare (ride, ndr).

Ma Paolo Ruffini non ha mai pensato a mettersi in gioco con una serie tv?

Sono davvero figlio degli anni ’80 e ’90. Per me le storie devono essere autoconclusive, esaurirsi in una sola visione. In altre parole, sono figlio del cinema. Anzi, credo che anche le serie più belle di oggi le vedrò proprio al cinema.

Progetti imminenti?

Teatro. Col Sogno di una notte di mezza estate. E, il 14 novembre al Teatro della Luna di Milano, con Un grande abbraccio, varietà comico nel quale sono affiancato dalla compagnia Mayor Von Frinzus, diretta da Lamberto Giannini, composta in gran parte da attori disabili. Un progetto a cui tengo molto. La stessa idea, in un formato rielaborato, tornerà nel 2018 con lo spettacolo Up and Down. Non dimenticando il cinema, dal 14 dicembre, con Super Vacanze di Natale.

 

Gabriele Gambini

 

(Nella foto Paolo Ruffini)