Pubblicato il 29/10/2017, 14:01 | Scritto da La Redazione
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Piero Angela: Giovani troppo distratti dagli smartphone serve voglia e tempo per informarsi bene

Piero Angela: Giovani troppo distratti dagli smartphone serve voglia e tempo per informarsi bene
La nuova sfida del divulgatore portare i decani del sapere in licei e atenei. Il via a Torino. L’intervista su Repubblica.

Vanno cercate fonti affidabili. Spesso sul web più che la verità si cerca una conferma alle proprie opinioni

 

 

Rassegna Stampa: Repubblica, pagina 21, di Luca Fraioli

 

La nuova sfida del divulgatore portare i decani del sapere in licei e atenei. Il via a Torino

“Giovani troppo distratti dagli smartphone serve voglia e tempo per informarsi bene”

 

L’INSEGNAMENTO Nella nostra scuola si insegna soprattutto il passato e poco il futuro

Ciò che manca è una cultura scientifica

LA CONOSCENZA Vanno cercate fonti affidabili. Spesso sul web più che la verità si cerca una conferma alle proprie opinioni

 

ROMA. Alla soglia dei novant’anni Piero Angela ha deciso di passare il testimone. Non in tv, dove da febbraio riprenderà a condurre Superquark, ma nelle aule di licei e università. «Ho in mente un esperimento educativo» spiega il giornalista. «Voglio portare davanti agli studenti personalità di grande spessore che trasmettano ai giovani il loro sapere. Comincerò io martedì prossimo a Torino di fronte 200 liceali e 200 universitari del Politecnico». Il progetto pilota parte infatti nel capoluogo piemontese grazie all’adesione di Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo, e di Marco Gilli, rettore del Politecnico, appunto. Per “Costruire il futuro” Angela ha reclutato, tra gli altri, una pattuglia di decani: dal sociologo Giuseppe De Rita al farmacologo Silvio Garattini, passando per il demografo Massimo Livi Bacci. «Trenta lezioni sul mondo che ci aspetta, che io e gli altri relatori faremo senza alcun compenso». Piero Angela, come nasce questa idea? «Dalla constatazione che a scuola si insegna soprattutto il passato e poco il futuro. Manca una cultura scientifica: certo, nelle aule si fa matematica, fisica, biologia, ma spesso non si parla del metodo e dell’etica della scienza. La conseguenza è che ai giovani non si dà una visione di questo mondo nuovo che avanza e di cui alcuni di loro saranno la classe dirigente. Iniziamo a Torino, ma mi piacerebbe esportare questa esperienza anche in altre città». Si è inceppato qualcosa nel meccanismo di trasmissione del sapere dagli anziani ai giovani? «Non credo. Penso piuttosto che molte cose abbiano distratto i giovani dal piacere di imparare, portandoli in altre direzioni. Sono sempre lì col telefonino attratti da notizie strane, divertenti, polemiche. Non a caso uno dei temi che affronterò sarà proprio il rapporto tra informazione ed emotività le notizie che scatenano emozioni sono quelle che vengono fatte esplodere dall’algoritmo del “mi piace”». Tutta colpa dei social quindi? «Ma no. Un tempo, è vero, non c’erano tutte queste distrazioni. Ma non c’era nemmeno una vera divulgazione. Quando ero giovane avrei voluto leggere di scienza e tecnologia, ma sui media di allora se ne parlava pochissimo, i giornali avevano quattro pagine ed erano molto paludati». Roberto Burioni, il virologo contestato sul web dai no-vax, sostiene che la scienza non è democratica e che le decisioni le deve prendere chi è competente. «E’ uno dei problemi più grossi della nostra epoca. Ora chi si vuole informare deve cercare fonti affidabili: da dove arriva la notizia? Chi l’ha diffusa? Capisco che le persone possono non aver tempo o voglia di farlo, ma solo così ci si informa correttamente. Soprattutto perché spesso sul web più che la verità si cerca una conferma alle proprie opinioni». Ma non le dispiace prendere atto di questa situazione dopo aver dedicato anni alla divulgazione? «Certamente. E’ come se ci fosse una nuova battaglia da fare. Diceva Umberto Eco che una volta nei bar chi sparava teorie strampalate veniva zittito e che ora invece chi lo fa sul web, magari attaccando un professore, diventa un interlocutore. E’ sbagliato: capisco gli scienziati, ma non dovrebbero alimentare questi dibattiti». Tra i giovani c’è chi percepisce gli anziani come un tappo che li ha bloccati nella loro crescita e nelle loro carriere. E’ il caso, per esempio, delle università. «Più che dai grandi vecchi inamovibili, questo, secondo me, è dipeso dal fatto che le selezioni non sono mai state fatte sul merito. All’estero per accedere a certe posizioni bisogna aver sudato sette camicie. Qui invece moltissimi sono stati assunti solo perché hanno saputo aspettare il proprio turno. Sono loro ad aver fatto da tappo: ora anche chi è bravo non vede possibilità perché sa che tutti i posti sono occupati. Per non parlare dei concorsi». Parliamone invece. «Un mio compagno delle elementari, Lorenzo Tomatis, dopo la laurea in medicina, si trasferì negli Usa a fare il ricercatore. Ebbe molto successo come oncologo e tentò di tornare in Italia: fece concorsi su concorsi. Finché all’ennesimo tentativo, a Roma, gli fu detto esplicitamente che era meglio se evitava di partecipare. Ricevette persino la telefonata del presidente della commissione d’esame che criticava il suo “curriculum magrolino”. All’epoca era direttore del centro di ricerca sul cancro di Lione: capì che era meglio restare all’estero». Come farà a dirlo ai 400 giovani che si troverà di fronte da martedì. «Spiegherò loro che non è così dappertutto in Italia. Ci sono centri di eccellenza dove la ricerca è fatta benissimo. Se un ragazzo vuole occuparsi di scienza, ma vale per qualunque professione, io consiglio di inseguire l’eccellenza. Chi la raggiunge trova delle nicchie anche nel nostro Paese». Lei ha avuto un grande maestro? «Non nel giornalismo, perché ho iniziato in modo quasi casuale. Per quanto riguarda la scienza, invece, non posso dimenticare l’incontro con Edoardo Amaldi: è stato un modello sia come ricercatore che come uomo, per la passione e l’onesta che metteva in tutto ciò che faceva. Insieme agli altri ex ragazzi di via Panisperna, deteneva il brevetto sulla tecnica dei neutroni lenti usata nel famoso esperimento guidato da Enrico Fermi. Dopo la guerra quella scoperta venne usata per la fissione dell’atomo, il brevetto iniziò a fruttare molti soldi. Quando lo seppe, Amaldi si precipitò dalla moglie e le disse: “Siamo rovinati, siamo diventati ricchi”». Qual è il futuro che lei immagina per i giovani di oggi? «In Italia ci sarà un trauma demografico con una mareggiata di vecchi. Poi c’è chi immagina un aumento delle diseguaglianze legate alle nuove tecnologie, ma non tutti sono così pessimisti. Forse dovremo imparare a usare l’innovazione per distribuire meglio la ricchezza». E Piero Angela che futuro immaginava? «Non immaginavo certo che un giorno avrei viaggiato su un’auto a guida autonoma come mi è capitato qualche tempo fa nel campus dell’Università di Parma». Ha avuto paura? «Ero sul sedile posteriore, nessuno al volante. Quando ho visto dei pedoni attraversare la strada mi sono preoccupato. Ma l’auto si è fermata, anche se con una frenata un po’ troppo brusca per i miei gusti».

 

(Nella foto, Piero Angela)