Pubblicato il 06/01/2017, 16:01 | Scritto da La Redazione

Ezio Greggio: «Se andassimo al potere non sarei preoccupato, noi comici siamo la parte buona del Paese»

Ezio Greggio: «Se andassimo al potere non sarei preoccupato, noi comici siamo la parte buona del Paese»
«Per me Beppe Grillo ha fatto una scelta che rispecchia la sua natura di grande provocatore: "Belan, vado là a fargliela vedere io"». Così l’anchorman si racconta in una lunga intervista a Sette. Da Drive In a Striscia la notizia, passando per Telegatti, politica e Oscar Tv.

«Nel referendum da una parte c’era Renzi e dall’altra un gruppo così eterogeneo che se ci fosse stato anche Rocco Siffredi sarebbe diventato una vera ammucchiata»

 

 

Rassegna Stampa: Corriere della Sera SETTE, pagina 1 + 16, di Paolo Martini

 

 

Storia di copertina Le confessioni di Ezio Greggio

Se andassimo al potere non sarei preoccupato, noi comici siamo la parte buona del Paese

«Non a caso, la gente ci chiede giustizia», dice l’anchorman. «II qualunquismo? Non l’abbiamo certo alimentato noi di Striscia. Lo hanno fatto i politici, la burocrazia, un certo ottuso statalismo…»

 

Bisogna prendere sul serio Ezio Greggio? La domanda non è propriamente retorica, anzi. Diciamo subito che in Italia Greggio è un comico amatissimo, forse il più amato, di certo uno dei più trasversali rispetto alle generazioni del pubblico. Se non ci credete, fate pure la verifica sondando dal nipote alla nonna, in un convivio familiare. Del resto da quasi trent’anni, esattamente dal 7 novembre del 1988, Greggio è il volto di Striscia la notizia, l’anchorman surreale di questa sorta di anti telegiornale patrio. Ancora oggi, quando c’è “il signor Ezio” alla conduzione, con “il signor Enzo” (Iacchetti) come compare, la creatura televisiva del genio criminale di Antonio Ricci, trita come uno schiacciasassi tutti i programmi concorrenti e raccoglie, quando va male, cinque milioni di spettatori. Basterebbero Striscia, quella trentina di Telegatti e altrettanti Oscar tv, per chiudere il bilancio. Ma poi ci sono anche un Globo d’oro, un Nastro d’Argento, un premio Totò, un Manfredi, un Flaiano, un Troisi e addirittura uno Charlot, e questo solo per accennare ai riconoscimenti che Greggio ha ottenuto come attore di cinema, dal ritratto sociale degli Yuppies alle parodie di Box Office 3D. Infine, c’è da considerare anche il Greggio doltreconfine: l’infaticabile organizzatore di un festival della comicità internazionale a Montecarlo (dove è anche presidente del Comites degli italiani), l’attore che deve firmare autografi ai fan persino in Bulgaria; ovvero, dall’altra parte dell’Oceano, a Hollywood, “il figlio” di Dracula Mel Brooks, con tanto di nome in grassetto nelle raccolte delle battute più belle dei film americani, nonché il regista e produttore a cui è capitato di trovarsi a cena a casa di John Landis (il maestro che ha inventato The Blues Brothers) riconosciuto e considerato persino da un grande nome del cinema impegnato come Costa Gavras, che fu premio Oscar per Z- l’orgia del potere. E se non fosse anche solo per questa insolita caratura hollywoodiana di Greggio, di motivi per prendere sul serio “il signor Ezio” e per ascoltare la sua storia e la sua visione del mondo, se ne trovano davvero un sacco, con tutti quei volti del potere che ormai sanno così terribilmente di comico, e non parliamo solo di Beppe Grillo. Cominciamo…dall’inizio! Pochi io ricordano ormai, ma tu hai esordito nella mitica TeleBiella, l’emittente locale che per prima ha violato il monopolio della Rai, nel ’72, quando avevi appena 18 anni, e facevi già il comico.

«Eravamo in pochissimi, il coraggioso fondatore della tv Peppo Sacchi, sua moglie Ivana e qualcun altro. L’emittente si chiamava esattamente TeleBiella Ali, con un riferimento esplicito all’Articolo 21 della Costituzione, quello relativo alla libertà d’espressione. Se oggi in Italia esistono tutte le televisioni che conosciamo, in fondo il merito è di questo pioniere e del gruppo di carbonari di cui facevo parte anch’io: ci devono essere grati tutti, a partire da Berlusconi e dai tanti personaggi nati con le tv private. Facemmo qualcosa che oggi ha dell’incredibile: l’emittente trasmetteva dal Convitto biellese, una scuola in disuso, dove c’era tutto, gli studi, gli uffici, gli impianti, e soprattutto un cavo che usciva alla meno peggio da una finestra. Collegammo un certo numero di televisori a valvola, impiantati alla meno peggio in vari punti della città, mi ricordo che avevano sopra delle piccole tettoie in legno per ripararli un po’. E… apriti, cielo! Fu un caso clamoroso. L’allora ministro delle Poste e Telecomunicazioni, Giovanni Gioia, inflessibile democristiano d’una volta, mandò la polizia postale a tagliare i cavi e mettere i sigilli. E noi, di nascosto, approntammo un’altra uscita del segnale e di notte ricucimmo i cavi. Furono settimane quasi di guerriglia, incredibili. Alla fine ci s’infilò in qualche maniera accanto al segnale via etere di TeleMontecarlo e così, pur sfarfallando qua e là, continuavamo ad andare in onda».

Ma come era arrivato a osare tanto un ragazzo di provincia, nato in quel di Cossato, tra le dolci Mantovane e i biscotti dell’Assunta (ovvero le specialità del paese)? E da dove veniva quella vocazione allo spettacolo?

«A TeleBiella mi chiamò Sacchi stesso, penso che avesse sentito dire che facevo spettacoli di un certo successo nelle scuole, ero già finito anche sui giornali locali. Del resto aveva bisogno di qualcuno che facesse un po’ di varietà. Ma eravamo davvero quattro gatti in tutto. Biella era una cittadina singolare e meravigliosa, molto sviluppata ma non riconosciuta nemmeno come provincia. Noi ci consideravamo “la città delle lane” costretta a far parte della “città delle rane”, ovvero Vercelli. I miei lavoravano alla Fila, un marchio di prim’ordine su scala internazionale, papà faceva il direttore e mamma era impiegata. Volendo, l’unico precedente che posso rintracciare in famiglia, in senso lato, ero uno zio di mio padre, un frate predicatore molto conosciuto per le sue doti oratorie, che venne chiamato addirittura alla Radio Vaticana».

Già, anche tu, in tondo, con Strisda, hai fatto tanto il predicatore.

«Eh, non ci avevo mai pensato ma è proprio così. In ogni caso, mentre studiavo nella meravigliosa e ricca Biella di allora, ho cominciato a fare un po’ di cabaret, prima di tutto negli spettacoli scolastici, e poi fui ingaggiato per un villaggio turistico, che il gruppo ‘Legna aveva nel Cilento, come animatore intrattenitore. Ma nei primi anni 70 non si vedeva tutto questo gran futuro per un comico, e nemmeno per le tv: c’erano solo i primi due canali della Rai e poi la Svizzera, ‘FeleMontecarlo e Capodistria. Di certo i miei speravano che proseguissi la tradizionale familiare nel tessile, magari come imprenditore. Comunque mio padre, che grazie a Dio è ancora vivo e lucidissimo, a 94 anni compiuti, ai tempi di TeleBiella fu molto solidale: aveva fatto la guerra in Grecia e poi quattro anni di prigionia in Germania, del resto come faceva a stare coi tedeschi, e combattere magari contro qualcuno dei tanti parenti partigiani che avevamo. Di fronte a una battaglia di libertà, come quella della tv, non poteva che stare dalla nostra parte».

Ma il grande salto dalla provincia quando è cominciato?

«Quasi subito, ai primi anni dell’università: un impresario conosciuto per caso, mi aveva ingaggiato per una tournée estiva in Sicilia con Riccardo Fogli, che aveva appena lasciato i Pooh. Facevo una prima parte di nemmeno un’ora di cabaret e poi lui cantava. Fu un’esperienza fondamentale, abbiamo fatto tante belle piazze ma anche posti davvero strani. Ci furono serate pazzesche come quella volta che a Gela, l’organizzatore locale, tale Piscitelli,  una specie di sosia di Drupi che faceva tutto da solo, arrivò ad aprire il botteghino molto in ritardo, con il pubblico che già rumoreggiava: da una scalcagnata Fiat 126 gialla e apparve un fantasma tutto di un colore letteralmente blu, perché si era addormentato in auto sotto il sole e la colla per i manifesti che teneva sul sedile posteriore lo aveva intossicato. Si era salvato solo perché un contadino di passaggio pensava che si fosse suicidato. Il confronto con il pubblico largo, e non più solo quello di casa, mi è servito tantissimo, soprattutto nel Sud, in Sicilia o in Calabria. È una palestra difficile. Mi ricordo di una serata a Porto Palo, in una piccola piazza di questo paese di pescatori che è l’estrema propaggine dell’Italia. Il pubblico era composto in prevalenza di uomini, tutti vestiti di scuro, e quasi impassibili. Nonostante il mio repertorio di battute e imitazioni fosse ben sperimentato, ci furono giusto poche risate e niente più. Alla fine andai dall’impresario locale così depresso che gli dissi subito: “Guarda, se ritieni il caso di non pagarmi nemmeno, ti capisco…”. E lui mi spiegò che invece avevo avuto un successo pazzesco, rispetto agli standard del luogo: “Ma che dici?! Ne ho portati già diversi all’ospedale, qui, di comici, dopo che il pubblico gli aveva tirato di tutto, sedie, vasi…”. Molti anni dopo ho voluto persino portarci i miei figli, a vedere quella piazza e Porto Palo».

Se devi spiegare Striscia la notizia, qual è il segreto vero di una tale tenuta? «Semplice, Ricci non ha riguardi per nessuno, è irriverente con tutti, e il pubblico lo riconosce. Hanno provato in mezzo mondo a rifare Striscia: il format originale è stato acquistato in una decina di Paesi, ma concretamente, poi, è stato realizzato solo in due o tre posti. Un conto è vedere un programma del genere in onda, un altro conto è mettere insieme, quasi tutti i giorni, inchieste, servizi e personaggi originali, che gli altri telegiornali non hanno ancora affrontato, o che magari non oserebbero mai toccare. Non è così scontato riuscire a non avere riguardi per nessuno, poter e saper infilzare un po’ tutti, a turno, senza risparmiare il potente del momento, fosse pure il tuo padrone. Quando sono in giro per il mondo e mi chiedono che cos’è Striscia rispondo che è il più difficile show che si possa fare, che è sempre emozionante e strano. E poi il miscuglio tra comicità e telegiornale è davvero unico, nemmeno gli americani ci sono mai riusciti, al massimo facevano uno spezzone simile, dentro però a un impianto da varietà come Saturday Night Live, e casomai solo una volta alla settimana».

Ma non ti sei mai sentito in imbarazzo, nemmeno una volta, per questa mescolanza tra serio e faceto? «No, siamo i primi a non prenderci sul serio, basta vedere tutto il ricamo che abbiamo costruito alla fine del 2016 sulla caduta di Enzino in studio. Comunque, sono sempre stato completamente allineato alla visione della realtà di Ricci, senza nemmeno un’ombra di dubbio, e non credo nemmeno che l’abbiano mai avuta altri conduttori. È una trasmissione che non guarda in faccia a nessuno, Berlusconi compreso, e non c’è mai stata una campagna o una battuta che non ho sentito come mia».

Allora è proprio vero quello che ha scritto Aldo Grasso, che tu incarni meglio di chiunque altro lo spirito di Striscia? «M’inchino e sono grato per il complimento, che ho incorniciato insieme con una delle battute più belle che fece Paolo Villaggio, dopo aver passato un breve periodo alla conduzione: “Sostituire Greggio a Striscia la notizia è come sostituire Pertini al Quirinale”. Quando lo incontrai e provai a ringraziarlo, Villaggio mi spiegò che diceva sul serio, che aveva trovato davvero impegnativo questo ottovolante tra battutacce e notizie devastanti. Alla fine è davvero una trasmissione non facile e, in definitiva, nonostante i molti conduttori che si sono alternati, se ne ricordano pochi. Penso che il pubblico veda se stai leggendo una notizia o se l’hai fatta tua, aggiungendo forza e credibilità, mettendoci quel tocco in più».

Il tuo rivale anche calcistico Piero Chiambretti, dopo l’ultimo derby Toro-Juve, ha dichiarato: “A Greggio piace vincere facile”. Forse non si riferiva solo alla Juventus, ma anche a Striscia e a quanto ha favorito la tua carriera la forza del programma?

«Non credo proprio, ci conosciamo bene con Piero e sarebbe poi facile rispondere che ha fatto anche lui la nostra trasmissione, peraltro pure bene. Ma è una battuta tra tifosi di calcio, e stop. In ogni caso, a chi pensa davvero qualcosa del genere, posso solo dire che il giudizio avrebbe un senso solo se io fossi salito su una macchina in corsa. Ma ho fatto nascere Striscia dall’inizio, con Ricci come autore e la mia faccia come volto simbolo. Quando siamo partiti, la prima serie è durata appena trenta giorni ma dal secondo anno è diventata una quotidiana, o quasi, per ormai trent’anni. È anche vero che, pur essendo una trasmissione forte, funziona meglio se ha due conduttori forti e devo solo continuare a ringraziare il pubblico se ci premia con tanto affetto».

Ammetterai che di novità se ne vedono poche nella nostra tv, tant’è che siamo ancora qui a celebrare Striscia.

«E un problema squisitamente legato alla tv italiana, quello delle idee, dipende proprio da che cosa si vuole propinare al pubblico. Certo, anch’io potrei inventarmi altre cose, per esempio ho un certo progetto con Mediaset, ma non so se avrò voglia o tempo di portarlo avanti. Se uno viaggia e guarda la tv in giro per il mondo, si rende conto della diversa impostazione e della segmentazione dell’offerta di programmi e di generi, basti pensare alle serie americane, con certi titoli che anche da noi il pubblico va subito a cercare appena sente che se ne parla. Da noi, invece, mi devi spiegare perché si vuole continuare a proporre un modello di televisione che è antico, anche semplicemente sul piano del linguaggio. Scegli un canale americano qualsiasi e vedrai che è tutto più rapido, più sprint, più moderno, anche nei programmi più popolari. Nella tv italiana sarebbe ora di finirla con certi stereotipi, con un’impaginazione obsoleta dei programmi, altrimenti internet avrà il sopravvento definitivamente e sarà un disastro. Alla fine, noi di Striscia, nonostante il baraccone che continuiamo ad alimentare, con i personaggi caratterizzati sul ridicolo , per farli riconoscere, con le veline che danno il senso del varietà e con tutte le altre geniali trovate di Ricci, continuiamo ad avere ottimi risultati proprio perché non facciamo parte del coro della tv ipocrita all’italiana».

Adesso, se arrivano i francesi con Vivendi, vedrai che tourbillon! Beh, Oltralpe almeno nel cinema hanno saputo rinnovarsi parecchio, non trovi? «Se parliamo di televisione, non trovo questo granché di meglio nei francesi: papale papale, sono obsoleti e autoreferenziali. Ma la Francia ha una tradizione di grande rispetto nei confronti del teatro e del cinema e II hanno continuato a rinnovare bene».

Il fenomeno comico televisivo forse più considerato di questi ultimi anni è Maurizio Crozza, le homepage dei giornali grondano puntualmente dei suoi sketch…

«Se non sbaglio nasce come imitatore e poi è decollato con il varietà evento di Celentano del 2005, Rockpolitik. Lavora benissimo con un pubblico molto omogeneo, forse manca un po’ di contatto con il grande pubblico eterogeneo, come si è visto con la sua infelice esperienza a un Sanremo di qualche anno fa. Può piacerti o meno, ma funziona sempre, qualche battuta sua la riprendiamo anche noi nello spezzone di Striscia dedicato a Che satira tira. Non c’è che dire, è uno che costruisce molto bene le situazioni, si vede che ci lavora tutta la settimana: è ben diverso doversi esercitare tutti i giorni, stressando il materiale che hai a disposizione al momento. Comunque, Crozza è un grande professionista e come lui mi permetto dI citare un altro nome, quello di Luciana Littizzetto, della quale mi fregio d’essere amico. Lucianina è un mito, è meravigliosa, è veramente straordinaria e Fazio deve farle un monumento perché gli toglie quella patina da parroco e allarga il pubblico. Viene dalla gavetta vera anche lei, e ogni tanto spara delle battute davvero feroci».

Anche della Littizzetto, adesso, se guardi in rete, criticano la ripetitività.

«Ma bisogna studiare bene la reazione effettiva del pubblico, della grande parte degli spettatori, non di due o tre scalmanati che mandano un tweet d’insulti o di critiche, magari perché sei andato a toccare un politico o un argomento a cui loro sono ipersensibili. Luciana può sempre fare il test di affrontare il pubblico vero anche solo quando va In giro per la strada e sono sicuro che è amatissima. Anch’io, dovunque vada, da Milano a Napoli, da Montecarlo a Londra e anche negli Stati Uniti, posso farmi forte del contatto diretto con la gente reale, mica come certi politici che conosco, che non riescono nemmeno a entrare in un negozio se non si camuffano. E se proprio insisti, ti assicuro che, di quel milioncino di followers che ho sui vari profili Twitter, Instagram e social-media vari, il 99,9 per cento manda soprattutto grandi complimenti».

Bene, è apprezzabile che tu oggi sia molto solidale con la tua conterranea Littiretto. Ai tempi di Berlusconi al potere, c’è chi vi accusa, invece, di non esservi mai schierati accanto ai comici epurati o epurandi, Daniele Luttazzi, per esempio.

«Sinceramente mi auguro che non sia affatto vero che per motivi politici siano stati tagliati dei personaggi dalle televisioni. Da comico di professione mi schiero e mi schiererò sempre dalla parte dei comici, della libertà di poter dire quello che vogliono, a prescindere dalla tendenza o dal valore politico delle battute. Devo dire che, a Striscia, la nostra fortuna è che siamo sempre stati così forti nei risultati d’ascolti, che in una tv commerciale non potevano non tenerne conto: la nostra difesa, in fondo, è stata il fatturato pubblicitario che abbiamo continuato a generare. Spero che, viceversa, in Rai, non cl sia stata una vera epurazione e mi auguro anche che nessuno abbia pagato perle sue battute. Ricordo, comunque, che quando c’era Berlusconi al potere, non mancavano certo i canali televisivi che lui non controllava e, poi, anche nelle reti Mediaset, lavoravano parecchie persone che non erano assolutamente vicine alla linea politica berlusconiana».

Resta che, come ben sai, negli Stati Uniti c’è una tradizione di comici cattivissimi, feroci, scorretti, e da noi c’è stato giusto il caso di Luttazzi, ma non l’hanno fatto durare molto in tv, forse di più a teatro… «Ho apprezzato molto il suo sforzo di fare finalmente uno show all’americana nella nostra tv, ma forse era un po’ troppo simile al modello di Jay Leno. Anche nella gestualità faceva il verso ai grandi americani, ma poteva essere un’idea. Quando ho visto che non c’era più il suo show, mi è dispiaciuto sinceramente, perché credo che Luttazzi sia un comico particolare, unico, un po’ di nicchia forse. So che a teatro spingeva tanto sul corpo e la corporalità, anche In questo caso secondo uno stile decisamente americano. Negli Stati Uniti ci sono sempre stati comici estremi, che forzavano senza problemi anche su argomenti coprologici. In Italia, purtroppo, come punti su flatulenze e dintorni, passi subito per volgare e di serie C. È proprio diverso l’approccio degli americani. Noi veniamo da una cultura bigotta, al massimo di avanspettacolo. Però, mi dispiace che Luttazzi sia un po’ scomparso e mi auguro che trovi la strada per ritornare alla grande». Restando alla televisione, un grandissimo maestro come Renzo Arbore sostiene che il varietà non funziona più perché quasi nessuno sa ancora puntare sull’improvvisazione. Con Drive in siete stati tra primi a passare alla tv scritta e montata nei dettagli… «Se parliamo di copioni veri e propri, di scalette e di testi scritti del varietà, la svolta era inevitabile. Se si paria invece di una tv così schiacciata sui vari format, come è quella di oggi, penso per esempio ai reality, il tema della libera creatività si è rivelato addirittura un boomerang…Mettere lì un po’ di persone senza un talento, a dire e a fare quello che vogliono, è tutto di una pochezza incredibile! Vediamo troppe trasmissioni buttate lì senza professionalità, senza niente di autentico sotto. Per quanto riguarda il nostro stile, abbiamo sempre fatto una tv molto scritta. A Striscia l’unico spazio che viene lasciato alla nostra improvvisazione è il clima che si crea tra i personaggi in studio, è una questione di rapporto che abbiamo maturato io e Enzino, ma è solo la ciliegina che mettiamo sulla torta perfetta perfettamente confezionata dagli autori. E non può che essere così in un prodotto complesso come un quasi telegiornale, che viene pensato e costruito per bene, con tutti i tempi necessari. Anche all’inizio, nelle prime gag che ho fatto per le tv locali, mi scrivevo perbene la situazione e la preparavo nei dettagli. E penso che anche i singoli personaggi delle indimenticabili trasmissioni di Arbore, che lui appunto riusciva a far improvvisare in quel modo straordinario, mettevano insieme qualcosa di già preparato o sperimentato, e penso a un Roberto Benigni critico cinematografico dell’Altra Domenica o a Nino Frassica che faceva fra’ Antonino da Scasazza in Quelli della notte. Erano insomma show d’improvvisazione, ma con un canovaccio e dei singoli ruoli già ben definiti».

A proposito di Druse in, è vero che Berlusconi, in realtà, vi aveva chiesto di fare una specie di Domenica in? «Certo, lui aveva in testa solo di superare la Rai e voleva che preparassimo uno spettacolo nazionalpopolare, a metà strada tra il varietà domenicale e RiceGian folies. Noi volevamo cambiare tutto, e puntare sul ritmo. Fino a Drive in la liturgia dello show televisivo prevedeva un andamento teatrale, con i presentatori e i vari numeri. Noi abbiamo inventato un modello che era perfetto anche per l’inserimento degli spot pubblicitari; lavoravamo su blocchi di trasmissione di 15 minuti, in cui infilavamo 10-12 e anche 13 numeri diversi, il monologo, la gag fulminante, gli stacchetti delle ragazze via elencando. Quando ci presentammo con Ricci a far vedere il numero zero di Drive in a Berlusconi, in una sala riunioni seduti dietro di lui, abbiamo sofferto tutto il tempo perché lanciava ogni tanto lo sguardo indietro, a turno, su Antonio o su di me, e non sembrava proprio entusiasta. Alla fine, quando ha girato la poltrona, prima ancora che cominciasse a parlare, per cavarci d’impiccio, mi venne spontaneo alzarmi e dire: “Va bene, allora, grazie e… Antonio, noi ce andiamo”. Berlusconi ci fermò e si limitò a dichiarare: “Non è esattamente quello che vi avevo chiesto, ma intuisco che può essere uno show divertente e che dobbiamo provare. Cominciate pure a fare le prime puntate”. Onestamente, forse proprio perché non era nelle sue corde, ci diede completamente carta bianca. E qualche bel casino glielo abbiamo combinato già con Drive in, facevamo battutacce su tutti, come oggi, senza tanti riguardi, chi c’è c’è. A quel tempo era in auge Craxi e arrivarono puntuali le prime telefonate: “ma che cavolo state facendo?!”, una volta o due da Berlusconi stesso, poi da Fedele Confalonieri. Ma presto hanno lasciato perdere perché l’indole di Antonio è, casomai, di rincarare la dose. Mi ricordo bene l’ultima volta che Berlusconi mi ha rimproverato – ma salto già ai tempi di Striscia -, quando mi ha visto allo stadio e io mi sono presentato coi due figli piccoli davanti perché avevo la coda di paglia. Ha salutato i ragazzi, ha fatto un po’ di complimenti, e poi ha iniziato una filippica con me che stavo a testa bassa, e ascoltavo imbarazzato; ma un certo punto si è fermato e mi ha raccomandato tutto serio: “Non dica niente a Ricci, per carità! Faccia finta che non ci siamo parlati, altrimenti è peggio”. È l’implacabilità di Ricci la miglior garanzia di libertà: il mio rapporto con lui si è cementato a Drive in ed è rimasto intatto per più di trent’anni. Ha un sarcasmo eccezionale e con che genialità! Soprattutto è un conoscitore del mezzo televisivo che non ha pari, e lo dico dopo aver incontrato tanti addetti ai lavori, anche negli Stati Uniti. Con Striscia, poi, Ricci ha dimostrato di saper stare sui contenuti, tutti i giorni.

Dalla seconda metà degli Anni 80 e da quella tv straordinaria, e sono comunque stati tanti cambiamenti anche nel mondo esterno. Prendiamo la situazione politica ora per un comico è tutto più difficile, pensa a come si presenta un soggetto alla Trump.

«Già, e ormai talmente comica la situazione generale che sembra davvero impossibile superare la comicità originale degli stessi politici. Per quanto riguarda Trump penso che il rischio vero sia che adesso lui diventi serissimo. Ha messo insieme tanti e tali miliardari nel suo governo che, invece di dichiarare guerra alla Cina o alla Russia e di bombardarle, possono direttamente comprarsele. Fanno prima in quel modo, talmente sono tutti ricchi. Viviamo una situazione così paradossale che alla fine Trump farà davvero tante cose. Per esempio, il muro che ha annunciato di voler costruire per non fare entrare i messicani, servirà più per tenere in America quelli che se ne vogliono scappare via. Seriamente spero che Trump, almeno per via del buon rapporto con Putin, possa far migliorare la situazione internazionale. Comunque, anche il nostro nuovo governo ha qualcosa di veramente comico. Gentiloni in testa non ha una capigliatura, ma un casco Nolan bianco. Va bene fare il governo fotocopia del precedente, ma qui si sono dimenticati di cambiare l’inchiostro della fotocopiatrice!».

Veniamo al tema Grillo. Avete tanto in comune: le due consonanti all’inizio, la doppia al centro e la vocale alla fine, per dire solo dei vostri cognomi. E poi c’è Antonio Ricci, storico amico e autore d’entrambi. Per non dire del tema del populismo: in Italia si sarà pur alimentato anche dello “strisdsmo”, no? Non avete cavalcato troppo l’onda qualunquista anche voi?

«Di Striscia puoi dire tutto e II contrario di tutto. Ma non che abbiamo alimentato noi il qualunquismo: no, non è proprio vero. Lo hanno fatto i politici, la burocrazia, un certo ottuso statalismo. Noi siamo persone serie, rispettabili e precise, come devono essere i comici: siamo la parte buona del Paese, e la gente non a caso viene da noi a chiedere stizia, non bussa alle porte delle istituzioni. Per quanto riguarda Grillo, per me ha fatto un’altra scelta che rispecchia la sua natura di grande provocatore. Si sarà detto: “Belan, vado li a fargliela vedere io”. L’ha fatto forse perché si stava rompendo le balle e credo davvero che si tratti di un’enorme provocazione. Ti può piacere o non piacere, poi, quello che fa il movimento 5 Stelle, ma ormai nella politica italiana non si capisce più niente, nemmeno dove stiano la destra e la sinistra. Guarda l’ultimo referendum: da una parte c’era Renzi, e dall’altra un gruppo così eterogeneo che giusto con Rocco Siffredi sarebbe diventato l’ammucchiata più storica degli ultimi anni. Non è che con questo dico che preferissi Renzi, oppure che mi piacciano Grillo o Salvini. Mi limito a fare l’osservatore. In ogni caso, non sarei affatto preoccupato se al potere salisse un comico: il potere si presta sempre e comunque a fare satira. Parlando ancora di Beppe, sono convinto che sia davvero in buona fede, che pensi di cambiare Ittalia. Così come penso che anche Renzi abbia realmente provato a operare un cambiamento».

Ma quando punzecchiate Grillo nei monologhi di Striscia, lui s’arrabbia più o meno degli altri politici? «Davvero non saprei rispondere. Quando mi capita d’incontrare Grillo per caso, sono sempre baci e abbracci e battute, parliamo di tutto e di tutti fuorché di politica. L’ultima volta che l’ho visto di recente, è stato al funerale di un amico comune, e non si è certo messo a discutere di Striscia lì con me. La nostra satira in ogni caso non può contribuire a cambiare la situazione, al massimo funziona benissimo come meccanismo di denuncia. Non possiamo certo far cadere i governi, possiamo cercare solo di raccontare la verità. In fondo Striscia è nata contro il conformismo dell’informazione dei telegiornali, per dire al pubblico: non dovete credere a tutto quello che vi dicono, fatevi voi un’opinione. Nel nostro piccolo cerchiamo solo di smontare i falsi miti e d’insinuare il dubbio».

Beh, alla contro-informazione con Berlusconi, o a un Ricci che fa paura persino al suo editore, ammetterai anche tu che qualcuno non voglia crederci. A proposito, sembra incredibile anche la storia che hai raccontato di quella voila che Berlusconi, pur di non concederti un aumento, ti ha proposto di giocare dieci minuti nel Milan contro il Real Madrid…

«Lo giuro, è tutto vero. Stavamo trattando sul rinnovo del mio contratto. E voleva farmi scendere a più miti consigli. Così, sapendo che giochicchiavo ancora benino a calcio e che facevo dei bel gol nelle partitelle fra amici, a un certo punto, tutto serio, mi ha buttato lì questa proposta: “E se io ti facessi entrare in campo qualche minuto al Bemabéu, cambieresti le tue richieste?”. Gli ho risposto subito che poteva dimenticarsi tutto quello che avevo detto fino a quel momento, e che avrei fatto anche cinque puntate in più gratis. Si è messo a ridere e mi ha detto: “Vai, vai, che te lo do l’aumento, tanto non credo che riuscirei a convincere Sacchi a farti giocare”. Comunque, anche quando faceva il Presidente del Consiglio, le poche volte che ci parlavamo, per esempio per scambiarci gli auguri, con Berlusconi si scherzava e si parlava del più e del meno. Come editore all’inizio entrava molto nel merito della televisione, ma diceva la sua opinione e negli incontri si poteva discutere liberamente. A me direttamente non ha mai fatto nessuna osservazione, mi ricordo solo che una molta mi raccomandò: “Ezio, ricordati che i comici devono sempre avere una componente di brutteria molto riconoscibile. Prendi Franco Franchi: da quando si è rifatto i denti, fa meno ridere”. E io: “Ma no, Silvio, che cosa dici? Sono sempre straordinari, lui e Ingrassia!”. Ecco, non gli andava più a genio Franchi, da quando si era messo una dentiera nuova da perfetto sorriso Durbans. Ma con me non c’erano problemi di questo genere, ero già molto strampalato a Drive in».

Grazie al tuo fluente francese monegasco, non avrai problemi nemmeno con i francesi di Vivendi, che lanciano la scalata a Mediaset.

«Oui, je parle très bien le français…e quindi non avrò certo un problema di comunicazione. Berlusconi ha cominciato a preoccuparsi quando ha visto che la torre delle antenne di Mediaset a Cologno Monzese era diventata di colpo una torre Eiffel. E poi che i francesi siano già arrivati si vede persino nella mensa aziendale: ormai si mangiano solo vol au vent e gateaux di patate, e i dolci sono tutti flambé. In ogni caso, sono già qua che grido: Egalité, Fraternité e…Bolloré!»

Per chiudere seriamente, sarai pur fiero di aver fondato 20 anni fa l’Associazione Ego Greggio per l’aiuto ai bimbi nati prematuri. Le incubatrici donate dalla tua Associazione, una settantina in vari ospedali italiani, hanno contribuito a salvare circa 15 mila bambini in tutta Italia. Sei stato persino insignito del titolo di Neonatologo ad Honorem… «Mi fa molto piacere, ovviamente. Ormai penso che, altro che Lorenzin e Lorenzin: dovrei fare io il ministro della Salute, invece del comico!».

 

(Nella foto, Ezio Greggio)