Pubblicato il 10/10/2016, 14:31 | Scritto da La Redazione
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Daria Bignardi: Politics va male, ma resta

Daria Bignardi: Politics va male, ma resta
Intervista sui primi otto mesi di direzione di Rai 3: “Salti mortali per cambiare, serve tempo”. Così Annalisa Cuzzocrea su “La Repubblica”.

“Rai 3 non sarà renziana però il suo pubblico deve essere ringiovanito. Politics va male, ma resta”

Rassegna stampa: La Repubblica, pagina 9, di Annalisa Cuzzocrea.

Daria Bignardi, intervista sui primi otto mesi di direzione: “Salti mortali per cambiare, serve tempo”.

«Cambiare solo le cose facili non sarebbe stato serio», spiega Daria Bignardi. La direttrice di Rai 3 ammette che su Politics c’è molto da lavorare, ma dice: «Non chiuderà».

Politics doveva cambiare tutto, invece non fa ascolti. Ha sbagliato a cancellare Ballarò?

«Ma no, Politics sta sperimentando un nuovo formato e un nuovo volto, gli serve tempo. Paolo Ruffini, che lanciò Ballarò con Giovanni Floris tanti anni fa, mi ha detto di averci messo un sacco a farlo ingranare. Detto questo, non va bene che gli ascolti siano diminuiti dopo la prima puntata e ci stiamo lavorando».

Come?

«Domani l’ospite sarà il premier e in studio con lui, tra gli altri, ci sarà Bianca Berlinguer. Poi dal 18 fino al referendum diventerà Tribuna Politics. Per quando torniamo avremo lavorato a nuove idee e assestamenti. Non sarebbe stato serio arrivare con un mandato preciso di innovazione e non cambiare Ballarò per evitare polemiche. Ma ci vuole molto allenamento per far riuscire un salto mortale».

Che spesso non riesce. Sicuri di evitare la chiusura?

«È un tema che non ci poniamo».

La scelta dell’esterno Gianluca Semprini è stata giudicata illegittima. Perché non avete cercato tra i giornalisti Rai?

«In realtà abbiamo guardato anche all’interno, poi abbiamo investito sulle caratteristiche che in quel momento sembravano prioritarie. In primavera le parole d’ordine erano “innovazione” e “discontinuità”. Detto questo, se Politics fosse a punto non saremmo qui a parlarne. Ma ci sono novità buone e promettenti, come Fuoriroma, il programma di Concita De Gregorio che racconta la politica più bella, nelle città. O Gazebo Social Club, che con la nuova formula parla a un pubblico che non accendeva più la tv. Stasera parte anche Indovina chi viene a cena di Sabrina Giannini, subito prima di Report».

E gli ascolti?

«Sono in crescita costante e vanno già meglio dell’anno scorso: quasi mezzo punto in più settimanale nonostante il punto in meno del martedì sera. E ancora devono arrivare Rischiatutto, il programma sulle nuove unioni che si intitola Stato Civile, Pif e Virginia Raffaele in primavera».

L’accusa più comune è che Rai 3 sia ormai renziana.

«Non capisco cosa voglia dire. Il nuovo Tutta salute coi tre medici? Il nuovo Mi Manda Rai 3 con Salvo Sottile? Gad Lerner con Islam Italia? Michela Murgia? Vorrei che si guardasse alla sostanza, all’operazione Fuocoammare. I programmi possono essere buoni o meno buoni, non renziani o meno renziani. A me molti sembrano buoni, al pubblico pure, dicono le risposte».

La metto diversamente. Negli ultimi venti anni chi guardava Rai 3 sentiva di appartenere a una certa idea di Paese e di sinistra. Crede di parlare alle stesse persone?

«Io le dico che vorrei mantenere quel pubblico, ma anche allargarlo e ringiovanirlo. Negli ultimi quattro anni Rai 3 aveva perso due milioni di ascoltatori. Se non ci poniamo il problema di come parlare a chi la televisione non la guarda più, non andiamo da nessuna parte. La parola sperimentazione, che sembra così noiosa, è una parola obbligatoria».

Sull’informazione però la Rai arranca dietro a La7.

«A me non sembra. Immagino sia un’impressione momentanea legata all’impatto dei primi confronti da Gruber e Mentana. Ma tra poco partirà il programma quotidiano di Bianca Berlinguer, Cartabianca di nome e di fatto. Presadiretta, Agorà, In mezz’ora vanno benissimo. Credo non ci sia mai stata tanta informazione su Rai 3, a dir la verità».

Antonio Campo Dall’Orto è stato criticato anche dal Pd e da esponenti del governo. Se dovesse andar via, lei che farà?

«Dobbiamo deciderci: vogliamo un dg indipendente dalla politica o vogliamo che obbedisca alla politica? Quanto a me, il mio contratto è di tre anni. In questi otto mesi mi sono molto affezionata alla Rai, perché nonostante sia un’azienda assediata da regole e pressioni faticosissime, è piena di persone che danno l’anima per fare buona televisione e un servizio pubblico. Ma non rimarrei oltre. Questa per me è una parentesi, per quanto appassionante. E non l’avrei mai aperta se non me l’avesse chiesto una persona che stimo moltissimo».

Il suo stipendio è di 300mila euro, sopra il tetto di 240mila previsto dalla nuova legge. Quando lo taglierà?

«Beh, non posso tagliarlo io e non sarebbe serio ne discutessi io. Ho accettato per spirito di servizio e curiosità intellettuale. Se vuole la mia, questa campagna non è una buona cosa per tutti i profili professionali, né per la competitività dell’azienda, e quindi neanche per chi paga il canone. E vorrei ricordare che per la prima volta i direttori di rete hanno contratti a termine. Ma mi adeguerò alle regole, come ho fatto finora e com’è giusto».

 

(Nella foto Daria Bignardi)