Pubblicato il 11/11/2015, 18:35 | Scritto da Gabriele Gambini

Marco Maccarini: “Con ‘Amici di Maria De Filippi’ scopro la bellezza del rimettermi in gioco”

Marco Maccarini: “Con ‘Amici di Maria De Filippi’ scopro la bellezza del rimettermi in gioco”
La quindicesima edizione del talent show vede l'arrivo del conduttore, ex veejay, nella squadra di docenti di canto, assieme a Alex Braga, Fabrizio Moro e dei confermatissimi Rudy Zerbi e Carlo Di Francesco. Ecco che cosa ha dichiarato a Tvzoom.

Non è facile, fare il traghettatore generazionale. Di sicuro è divertente. È capitato a Marco Maccarini nell’era dell’ Mtv Generation, quando, coi capelli rasta alla Bob Marley, concupiva il cuore delle adolescenti e raccontava il mondo delle rockstar assieme alla nutrita squadra di veejay che, chi più, chi meno, ha trovato una collocazione stabile nella tv moderna. Poi sono giunte le conduzioni del Festivalbar, le incursioni radiofoniche, alternate a un periodo di decrescita felice e di minor presenza in video. Fino a oggi, con il suo arrivo nella squadra dei docenti di canto di Amici di Maria De Filippi, a fianco delle new entry Alex Braga e Fabrizio Moro e dei confermatissimi Rudy Zerbi e Carlo Di Francesco, in una personale riscoperta della maieutica delle pulsioni teen.

I suoi esordi coincidono con l’epoca d’oro di Mtv, quando raccontare la musica non era prerogativa dei talent show.

Lavorare a Mtv era un po’ come andare sulle montagne russe.

Un saliscendi continuo?

C’era un’energia tutta particolare. Eravamo giovani, affiatati, con una voglia di comunicare pazzesca. Avevamo un budget ridotto, compensato dall’innocenza dell’approccio al lavoro. Dalla sede europea di Mtv venivano a complimentarsi con noi per l’ottima riuscita dei programmi. E confesso che ho intervistato così tanti artisti, in quel periodo, da essermene dimenticati alcuni. Per esempio, Beyoncè. Me l’ha ricordato un amico, qualche giorno fa (ride, nda).

Oggi la scoperta dei musicisti emergenti passa attraverso meccanismi televisivi ben diversi.

L’interazione reality garantisce un approccio più diretto, nel racconto di un esordiente, rispetto al passato. Una volta, l’artista poteva nascondersi e mostrare tutto di sé solo nei concerti o nelle interviste. Il meccanismo di un talent, invece, consente un’esplorazione cadenzata della sua personalità, permette al pubblico di partecipare attivamente alla sua crescita e alla sua costruzione. In questo senso, l’era social offre maggiori spunti.

C’è chi dice che se il Bob Dylan di turno degli esordi si presentasse oggi a un talent show, verrebbe scartato.

Non è del tutto vero. Il carisma della rockstar vera arriva sempre al pubblico, indipendentemente dal percorso scelto per presentarlo. Anzi, forse grazie alla possibilità di mostrare da subito le sfaccettature della propria personalità, ne salterebbero fuori luci e ombre del carattere, rendendolo umano.

Lei come è approdato a questa nuova sfida professionale?

Mi ha contattato la redazione. Mi hanno sottoposto a un vero e proprio provino, facendomi commentare alcune esibizioni. Una sorta di talent nel talent. Sulle prime, mi sono chiesto: Che cosa faccio? Come rispondo? Poi ho capito che la chiave per funzionare nel ruolo di docente di canto è la spontaneità. Giudicare i ragazzi che hai di fronte con lo scopo di costruire qualcosa assieme a loro. Partendo dal presupposto che io non sono un tecnico, cioè un musicista professionista, ma ho comunque un bagaglio di conoscenza della materia abbastanza spendibile.

Ha già avuto modo di interagire con i colleghi docenti e con Maria De Filippi?

Tutto è ancora in divenire. Le prime impressioni sono comunque davvero positive. La squadra mi pare coesa e affiatata, libera da tentazioni sleali di competizione. Maria è gigantesca, la prima chiacchierata avuta con lei è stata costruttiva e piacevolissima. Mi ha detto che le è piaciuta la mia sincerità.

Amici segna il suo ritorno a un certo tipo di televisione che forse le mancava da un po’.

In passato, ho vissuto un periodo in cui mi ero un po’ stancato della sovraesposizione. Mi ero reso conto che, nel bene o nel male, avevo avuto un piccolo ruolo nell’accompagnare una generazione nel passaggio da adolescenza a maturità. Parlare a un diciottenne risulta facile, quando però il diciottenne diventa trentenne, le cose cambiano. Non volevo rompere le scatole con gli stessi argomenti. Ho accettato una sorta di decrescita felice. Ho pensato a me, ad altri progetti, a dedicarmi alla famiglia. Ora ho di nuovo voglia di mettermi in gioco e Amici di Maria De Filippi è un’occasione splendida.

Tra i tanti suoi progetti recenti, ricordo anche quello della Tv Popolare, una sorta di web tv in cui il palinsesto avrebbero dovuto farlo gli utenti, partecipando alla sua costruzione attraverso una sottoscrizione annuale. Diventando, in un certo qual modo, gli editori stessi del canale.

L’idea era molto bella. Anticipava l’intuizione di una tv affrancata dai palinsesti di cui tanto si parla oggi. Purtroppo, a tanti complimenti iniziali, non sono seguite sufficienti sottoscrizioni. Come si sa, in queste cose contano i numeri. Sono felice però di averci provato.

Ora che è in rampa di lancio con Amici di Maria De Filippi, le capita di pensare al percorso fatto per arrivare fin qui?

Premessa: io vivo di emozioni anche nelle piccole cose. Però, se devo scegliere un momento topico del passato, dico il Festivalbar. Essere catapultato sul palco davanti alla folla è un po’ come fare bungee jumping. All’inizio ti tremano le gambe. Poi inizi a parlare al pubblico e provi a oggettivarti. Solo dopo, ti lasci andare. È come se ci fosse una vocina dentro la mia testa che mi parla sempre, in occasioni così importanti. Una sorta di autocoscienza che mi fa tenere i nervi saldi.

La vocina le parlerà anche durante Amici?

Certo (ride, nda).

Che cosa le suggerirà, nell’impostare il percorso con gli allievi?

Di seguire l’attitudine peculiare di ciascun ragazzo. Ognuno deve seguire un percorso personale, coerente col suo vissuto e con le sue caratteristiche. Non ci sono regole universali. Si tratta di individuare i propri punti di forza e lavorare su quelli, togliendosi la maschera. Una approccio a metà tra lo psicologico e l’artistico. La musica, del resto, parla alla gente e non può prescindere da questi tratti.

 

Gabriele Gambini

 

(Nella foto Marco Maccarini)