Pubblicato il 04/09/2015, 13:31 | Scritto da La Redazione

MariaPia Calzone: “’Gomorra’ ha alzato l’asticella”. Michele Riondino: “Cerco sempre la verità”

MariaPia Calzone: “’Gomorra’ ha alzato l’asticella”. Michele Riondino: “Cerco sempre la verità”
L'attrice che ha interpretato Donna Imma: “Una tv di qualità è davvero possibile”. L’attore torna su Rai 1 con il “Giovane Montalbano” (e nella realtà chiede giustizia per Taranto).

Rassegna stampa: Il Fatto Quotidiano, pagina 11, di Tommaso Rodano.

Maria Pia Calzone: “Gomorra ha alzato l’asticella: ora la Rai cambierà passo”

L’attrice che ha interpretato Donna Imma domani alla festa del Fatto: “Una tv di qualità è davvero possibile”.

Donna Imma è irriconoscibile. La matrona austera e feroce della famiglia Savastano, nella serie Gomorra, scompare quando si parla con l’attrice che le ha dato anima e corpo. Maria Pia Calzone ha voce gentile, parole misurate, leggerezza e autoironia. Domani sarà tra gli ospiti della Festa del Fatto alla Versiliana. “Chi mi conosce di persona, dopo aver visto la serie ci rimane quasi male sorride -. Mi chiedono: `Dov’è Imma, dove l’hai nascosta?’. In effetti con me non c’entra niente”.

È stato più difficile interpretare Imma o smettere i suoi panni, dopo quel successo incredibile?

Il bello, quando c’è un personaggio scritto così bene, è che scompare una distinzione netta tra l’attore e il soggetto che recita. Lavorando a Gomorra il confine tra me e Imma è sfumato. Sono stata costretta a spogliarmi di ogni giudizio. È stato faticoso, per certi versi anche doloroso. Mi ha costretto a scavare nel mio lato nero. È difficile mettersi in bocca quelle parole, farsi carico di quel tipo di umanità, giustificarla a se stessi, mostrarsi in questo modo.

Insomma, la signora Savastano non le manca troppo.

Più che Imma mi manca il set di Gomorra, l’energia e la complicità che si erano create tra chi ci lavorava. Credo che siano state un elemento fondamentale del successo della serie.

E se le tornassero a proporre il ruolo di una donna di mafia?

Il lavoro è lavoro, ma credo di aver già dato (ride, ndr). Preferisco cambiare registro, sinceramente. Non a caso il mio prossimo ruolo, al cinema, è in una commedia sentimentale (Io che amo solo te, in uscita il 22 ottobre, tratta dal libro di Luca Bianchini, ndr). Alla mia età, mi metto a fare le commedie (ride ancora)… ho fatto una scelta vintage.

Alla festa del Fatto alla Versiliana parlerà di televisione, insieme a Carlo Freccero, Pif e Marco Lillo. II titolo del dibattito è “Che c’è domani in tv?”. Le giro la domanda.

Sono ottimista. Secondo me la televisione italiana ha davanti a sé un futuro bellissimo.

Cosa glielo fa pensare?

Prima di tutto la mia esperienza personale: credo che Gomorra abbia dimostrato che l’asticella si è alzata. Non è vero che in tv le cose non si possono fare per bene. C’è un cambiamento in atto, ed è un cambiamento felice: nei prossimi anni avremo una televisione migliore, più competitiva.

Parla anche del servizio pubblico, che a Gomorra preferisce fiction più leggere, diciamo?

È un processo più lungo e più difficile. Ma è in atto. Fino a qualche tempo fa, probabilmente, la Rai non sentiva ancora l’urgenza di cercare un pubblico più giovane e di aprirsi a un mercato più ampio di quello italiano.

E adesso?

Vedo che si inizia a capire che senza prodotti di qualità non si va avanti. C’è finalmente un’attenzione diversa sia alla scelta dei progetti che degli attori rispetto a qualche anno fa. Magari ancora non si vede, ma si è aperto un dibattito. Sarà anche per una sorta di “scongelamento” demografico: il pubblico si rinnovando. E poi c’è una concorrenza feroce. Netflix, per esempio, sta per arrivare anche in Italia.

La rete avrà un effetto benefico sulla televisione?

La rete è uno spazio di possibilità infinite. Io però mi rompo le scatole nel dover scegliere da sola i contenuti in un’offerta sterminata. Quindi credo che la televisione possa avere ancora una funzione importante. Una programmazione intelligente è essenziale anche ai tempi di Netflix.

 

 

Rassegna stampa: Il Venerdì, pagina 103, di Federica Lamberti Zanardi.

Michele Riondino: “Cerco sempre la verità. E non solo in tv”

Torna su Rai 1 con il “Giovane Montalbano” (e nella realtà chiede giustizia per Taranto).

Michele Riondino è uno di quegli attori che vive il suo mestiere con passione, con un’inquietudine e una ricerca della perfezione che un po’ lo divora. «È un problema che ho con me stesso» dice, «sono sempre alla ricerca di nuovi obiettivi e i dubbi mi ossessionano». Ha messo una cura minuziosa per i dettagli anche nell’affrontare il personaggio del commissario Montalbano trentenne. E infatti Il giovane Montalbano, prequel della più famosa e longeva serie con Luca Zingaretti, tre anni fa ha avuto un grande (e inaspettato) successo. Ora, dal 14 settembre, arriva su Rai 1 Il giovane Montalbano 2, sei puntate (sempre dirette da Gianluca Maria ‘Pavarelli e scritte da Francesco Bruni e Andrea Camilleri) in cui Michele Riondino tratteggia un commissario innamorato e vulnerabile, perfino geloso, lontano dallo scetticismo che segnerà il personaggio vent’anni dopo. Un uomo di cui conosciamo già tutto, ma che riesce a stupire e a emozionare. «Il nostro riferimento è il personaggio letterario dei racconti di Camilleri non quello televisivo interpretato da Zingaretti» spiega Riondino, che negli ultimi mesi si è visto in tv (Pietro Mennea) al cinema (Il giovane favoloso) e a teatro (La vertigine del drago). «In questa seconda stagione, poi, abbiamo voluto depistare gli appassionati di Montalbano e far intravedere un futuro diverso da quello che già si conosce».

Non ha paura di rimanere incastrato nel personaggio di Camilleri? «No, amo il giovane Salvo. Mi piace il suo entusiasmo, la sua ingenuità e quella capacità di lasciarsi andare ai sentimenti che col tempo perderà». Un ruolo difficile? «Macché. Difficile è stato interpretare Pietro Mennea, così complesso e ostinato. Mi sono riconosciuto nella sua volontà ferrea di superare i limiti e nel desiderio di lasciare la sua terra per affermarsi, continuando però ad amarla follemente». Michele Riondino è pugliese come Mennea e per la sua città, Taranto, si impegna da sempre. Fa parte del Comitato di cittadini e lavoratori liberi e pensanti che si batte per far chiudere lo stabilimento dell’Uva e sulla vicenda ha anche scritto un libro (Rubare la vita agli altri, Fandango, pp. 172, euro 11,90). «Combattiamo per sbugiardare governo e amministrazioni locali» dice l’attore. «Nella mia terra accadono cose incomprensibili: la magistratura chiude e lo Stato riapre. E di mezzo c’è la salute dei cittadini». Non ha mai pensato dì fare della vicenda uva uno spettacolo teatrale o un film? «Sì. E Io farò a modo mio, con le mie verità. Mi hanno proposto alcuni progetti ma ho preferito lasciar perdere. Consiglio, però, di andare a vedere Capatosta, lo spettacolo di Gaetano Colella che il 9 e 10 settembre sarà a Efestoval-Festival dei Vulcani a Bagnoli. Ne vale la pena».

 

(Nella foto Maria Pia Calzone, la Donna Imma di Gomorra)