Pubblicato il 07/06/2012, 16:03 | Scritto da La Redazione

MAX PEZZALI: «NON SERVE PROMUOVERE DISCHI IN TV, TI FANNO FARE SOLO QUELLO CHE NON SAI FARE»

MAX PEZZALI: «NON SERVE PROMUOVERE DISCHI IN TV, TI FANNO FARE SOLO QUELLO CHE NON SAI FARE»
{Summary}Dopo vent’anni torna nei negozi “Hanno ucciso l’uomo ragno”, il disco con cui gli 883 hanno vinto il loro primo Telegatto, conquistando così la ribalta mediatica. {Summary} Hanno ucciso l’uomo ragno vent’anni dopo. Le canzoni storiche di un album che nel 1992 ha lasciato un segno nel modo di fare musica, ma anche televisione, cantate […]

{Summary}Dopo vent’anni torna nei negozi “Hanno ucciso l’uomo ragno”, il disco con cui gli 883 hanno vinto il loro primo Telegatto, conquistando così la ribalta mediatica. {Summary}

Hanno ucciso l’uomo ragno vent’anni dopo. Le canzoni storiche di un album che nel 1992 ha lasciato un segno nel modo di fare musica, ma anche televisione, cantate dagli allora 883, tornano il 12 giugno nei negozi di dischi, remixate e interpretate da Max Pezzali con i più importanti rapper italiani. Era il 1992 quando due tizi un po’ strani, anche un po’ sfigati, uno capace a cantare, l’altro solo a dimenarsi dietro di lui, hanno conquistato la ribalta estiva della musica tra il rap e il pop, collezionando Festivalbar e Telegatti.

Il piccolo schermo era il loro territorio d’azione, e gli 883 divennero un fenomeno di successo e come tale coperto di critiche. Rei di fare una musica spicciola e facile, in cui i protagonisti erano i ragazzotti di paese perennemente innamorati di ragazze «che se la tiravano», Maz Pezzali a Mauro Repetto sono diventati gli idoli di una generazione. Vent’anni dopo, perso Repetto, schiacciato dal peso di un successo che non gli apparteneva e passato a organizzare eventi nel parco giochi Eurodisney, rimasto solo Pezzali, quei brani tornano a far cantare una generazione che cresce a musica e talent. «Trovo giusto che ci sia la valorizzazione del talento canoro e della capacità di stare sul palco – spiega Pezzali – Ma nella musica c’è anche altro, come per esempio il lavoro di ricerca per scriverla. Capisco che non c’è tempo né denaro per andare nelle cantine e nei luoghi dove si fa musica, ma in tv rimane solo l’aspetto del talento. Mi rendo anche conto che non si può spettacolarizzare uno che sta in cameretta a comporre, ma la musica è anche e soprattutto questo».

Ora la vedremo in tv a promuovere il suo disco?

«Spero di no, vorrei evitare tanto non serve a niente. In tv ti fanno fare solo cose che non sai fare, la musica non è certo la priorità».

Come’è nata l’idea di questo disco?

«Durante gli Mtv days lo scorso anno: mi sono reso conto che quasi tutti i rapper cantavano a memoria le storiche canzoni degli 883. Quando gli ho chiesto come mai le conoscessero tutti mi hanno risposto, siamo cresciuti con quella musica».

Ma quello di vent’anni fa era un rap decisamente diverso…

«Era ingenuo,, ma ancora oggi il rap è rimasto l’unico genere musicale che racconta la realtà. Alcune cose sono rimaste immutate nel tempo, come per esempio certi sogni e aspirazioni dei ragazzi di allora».

E quali sono questi sogni e aspirazioni?

«Il bisogno di far colpo sulle ragazze o il sentimento di esclusione che si prova quando si vive in periferia».

Ha realizzato i sogni che aveva vent’anni fa quando cantava Hanno ucciso l’uomo ragno?

«Vent’anni fa mai avrei pensato di fare un percorso del genere. Il mio obiettivo di allora era sopravvivere all’anno successivo, avevo aspettative basse, ero conscio del fatto che tutto poteva finire da un momento al’altro. Era un precariato costante. Da motociclista ho sempre pensato di tenere due dita sul freno, perché dietro alla curva non sai mai cosa ci può essere».

Quando uscì Hanno ucciso l’uomo ragno fu sommerso di critiche. E’ stato duro accettarle?

«Quella roba lì era considerata il diavolo, all’epoca c’era la canzone melodica e la musica impegnata che la critica non toccava. Il fatto che nei brani degli 883 non si parlasse di Nelson Mandela, ma del personaggio che incontravi in discoteca o al bar era assolutamente incomprensibile».

Lei ha realizzato questo disco con tanti giovani rapper, ma perché sono sempre tutti così incavolati?

“Fa parte dell’attitude del rapper, è una sorta di assunto, a volte è un modo per accentuare i toni e rendere tutto più incisivo. Fa parte del gioco, il rap ha la sua liturgia e le sue abitudini consolidate».

C’è una canzone tra quelle del suo passato a cui è particolarmente affezionato?

«Un brano di cui mi ha meravigliato la modernità è “Te la tiri”, era una canzone troppo avanti per quei tempi. Quel tipo di donna lì c’era allora, c’è oggi e probabilmente anche nel 2022 sembrerà attuale».

In vent’anni è cambiato anche il modo di suonare, registrare e fare musica. E’ un fatto positivo secondo lei?

«Non troppo, all’epoca il metodo di lavoro era più agile, non stavamo lì in studio per mesi come oggi. L’importante era che arrivasse il pugno nello stomaco, ci si perdeva in cose meno inutili, si guardava meno alla forma e più alla sostanza».

 

Tiziana Leone

 

(Nella foto MAx Pezzali)