Pubblicato il 08/02/2012, 10:14 | Scritto da La Redazione

MAURO “CALAMITÀ” MASI CONDANNATO PER L’EPURAZIONE DI BUTTIGLIONE E DEL BOSCO

MAURO “CALAMITÀ” MASI CONDANNATO PER L’EPURAZIONE DI BUTTIGLIONE E DEL BOSCO
L’ex direttore generale condannato in primo grado dalla corte dei conti per la pessima gestione del licenziamento e buona uscita (milionarie) dei due ex direttori di Tgr e Gr. La Stampa, pagina 12, Giuseppe Salvaggiulo Masi paga le “epurazioni” Maxi risarcimento alla Rai Condanna per la buonuscita da 930 mila euro alla Buttiglione Il calvario […]

masi mauro

L’ex direttore generale condannato in primo grado dalla corte dei conti per la pessima gestione del licenziamento e buona uscita (milionarie) dei due ex direttori di Tgr e Gr.

La Stampa, pagina 12, Giuseppe Salvaggiulo

Masi paga le “epurazioni” Maxi risarcimento alla Rai

Condanna per la buonuscita da 930 mila euro alla Buttiglione

Il calvario di Mauro Masi non è finito. Sfiduciato dal Cavaliere nonostante «io gli sto facendo cose che non ha fatto nessuno, perché ho cambiato i telegiornali, ho cambiato i Gr» (come rivendicava al telefono con Valter Lavitola), l’ex direttore generale della Rai sembrava destinato a una dorata sinecura come amministratore della Consap, società pubblica nel ramo assicurazioni. Ma le scorie accumulate in viale Mazzini non sono del tutto smaltite. La Corte dei conti lo ha appena condannato in primo grado a risarcire la Rai con 100 mila euro, per indebite maxi liquidazioni a due ex direttori.

La vicenda risale al 2009, quando Masi fa deliberare al Cda la «anticipata risoluzione consensuale» dei contratti con i direttori Angela Buttiglione (tg regionali) e Marcello Del Bosco (radio), poi sostituiti da Alberto Maccari (ora direttore del Tg1) e Bruno Soccillo. Ai due «epurati», Masi garantisce ricche buonuscite (935 mila euro alla Buttiglione e 695 mila a Del Bosco), giustificate con un «patto di non concorrenza» (rispettivamente di 420 mila euro e 260 mila). Somme al netto di contributi e tfr.

Secondo la Procura contabile, un «comportamento irrazionale per la Rai» e «un uso dei poteri di gestione deviato rispetto agli effettivi interessi dell’azienda». Masi si è difeso spiegando che c’è stata una libera contrattazione con scelte aziendali insindacabili. E in ogni caso, se danno s’è verificato, dovrebbero pagarlo anche consiglieri di amministrazione, membri del collegio sindacale, audit interno e società di revisione del bilancio.

Ma il collegio giudicante ha bocciato la tesi di Masi. Primo: la scelta di liberarsi di Buttiglione e Del Bosco è sua e solo sua, Cda e collegio sindacale sono stati informati poco e tardi. Secondo: «La sua decisione appare irrazionale perché da un lato la Rai si è privata di due soggetti delle cui elevate professionalità avrebbe potuto continuare ad avvalersi, e dall’altro per evitare che quelle stesse professionalità fossero messe al servizio della concorrenza ha proceduto a un esborso di rilevante impatto economico». In sostanza: puoi allontanare un dirigente inadeguato, ma se è inadeguato perché lo paghi per non lavorare per la concorrenza? La risposta è forse in una parentesi della sentenza, laddove i magistrati sospettano che le maxi liquidazioni nascessero «proprio per evitare il reinserimento nelle strutture aziendali» della Buttiglione e di Del Bosco.

Masi ha anche rivendicato «l’attenta valutazione di ogni aspetto delle complesse situazioni da risolvere, nel rispetto dei canoni della ragionevolezza, economicità e proporzionalità», depositando prospetti economici aziendali per giustificare le onerose liquidazioni. Ma i giudici hanno ritenuto quelle tabelle piene di «cifre teoriche e consapevolmente gonfiate» fino al doppio, dunque inattendibili. Anche perché la Buttiglione sarebbe andata in pensione l’anno successivo. Inoltre, non ricollocando i due dirigenti, Masi ha violato il contratto nazionale di lavoro comportandosi con «grave volontaria inerzia».

Nonostante ciò, all’ex direttore generale della Rai è andata meglio del previsto. La Procura aveva chiesto un risarcimento di 680 mila euro, i giudici si sono accontentati «in via equitativa» di 100 mila, circa un quarto del suo attuale stipendio lordo alla Consap. Ma ancora più pesante, in attesa della sentenza di appello, è il macigno delle motivazioni della condanna sotto il profilo della gestione aziendale per dirigente pubblico di vertice.