Pubblicato il 14/01/2012, 11:54 | Scritto da La Redazione

DA TUTTI LE PARTI UN SOLO GRIDO: CAMBIATE LA RAI!

DA TUTTI LE PARTI UN SOLO GRIDO: CAMBIATE LA RAI!
Anche Corrado Calabrò, dell’Agcom, prefigura in un’intervista a “Repubblica” una tv di Stato in stile BBC. La Repubblica, pagina 14, di Giovanni Valentini “Rai gestita come la Bbc con amministratore unico e un comitato di saggi” Calabrò (Agcom): presto o sarà cortocircuito Roma – Il presidente del Consiglio ha appena annunciato in tv che la […]

Anche Corrado Calabrò, dell’Agcom, prefigura in un’intervista a “Repubblica” una tv di Stato in stile BBC.

La Repubblica, pagina 14, di Giovanni Valentini

“Rai gestita come la Bbc con amministratore unico e un comitato di saggi”
Calabrò (Agcom): presto o sarà cortocircuito

Roma – Il presidente del Consiglio ha appena annunciato in tv che la riforma della Rai sarà pronta fra «qualche settimana» e il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, è già al lavoro per predisporla. Nella trepida attesa, la scossa di avvertimento s’è subito propagata dai Palazzi della politica a quelli di viale Mazzini e dell’Autorità di garanzia sulle Comunicazioni. E qui incontriamo il presidente, Corrado Calabrò, in scadenza a maggio insieme al suo collegio, che in questa intervista propone una riforma della governance per separare la missione del servizio pubblico dalla gestione dell’azienda, con un amministratore delegato con pieni poteri e la trasformazione del canone in un’imposta legata alla casa o inserita nella dichiarazione dei redditi, per combattere l’evasione.

Nella sua ultima relazione annuale, a giugno scorso, lei aveva avvertito che «il declino della tv pubblica è una priorità non percepita come tale». Ma adesso sembra che il nuovo governo abbia tutte le intenzioni di procedere. A suo giudizio, che cosa c’è da fare per risolvere questa priorità?

«La Rai ha due anime: servizio pubblico e attività imprenditoriale. Ma il settore è unico, senza possibilità di distinzione. L’azienda è paralizzata da spinte e controspinte politiche. E così si rischia il cortocircuito. Il primo obiettivo e l’ho detto già tre anni fa dev’essere quello di modificare il modello di governance: oggi il Consiglio di amministrazione è un organismo inefficiente e si disperde su troppi obiettivi diversi. D’altra parte, i principi sanciti dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione portano in definitiva a questo: separazione in progress del servizio pubblico dalla rincorsa dell’audience, efficienza e snellezza digestione nell’attività di broadcasting, garanzie per lo svolgimento del servizio pubblico, capitalizzazione e canone».

E allora, come si può intervenire in concreto?

«L’azione di cambiamento dev’essere necessariamente progressiva, ma la ristrutturazione deve iniziare fin d’ora. Il modello resta quello della Bbc inglese. Per cominciare, bisognerebbe affidare a una Fondazione o a un “Comitato dei saggi”, espressione della società civile ancorché di nomina parlamentare, la responsabilità della missione di servizio della Rai. Gli indirizzi della Fondazione vanno poi attuati da Rai Spa, società
di diritto privato a capitale pubblico, con un management snello e autonomo: un amministratore delegato con pieni poteri operativi, responsabile della gestione (e delle nomine)».

Ma in questo modo non si rischia di creare un doppione della Commissione di Vigilanza?

«No, perché la Vigilanza è espressione della funzione parlamentare. E poi, per sottrarre definitivamente la Rai al controllo politico, si potrebbe considerare l’ipotesi di far entrare nella Società un azionista pubblico di riferimento che non s’identifichi con il governo: per esempio, la Cassa Depositi e Prestiti che, in base a una legge del 2011, potrebbe rilevare anche la maggioranza delle azioni detenute dal Tesoro».

Presidente Calabrò, lei crede ancora nel ruolo e nella funzione del servizio pubblico televisivo?

«I tempi sono cambiati e in prospettiva bisogna prenderne atto. Oggi si può dire che anche le televisioni private, nazionali e locali, svolgono in parte servizio pubblico. E l’Autorità, infatti, vigila su tutte. Il campo dell’informazione s’è molto allargato e Internet è destinata a svilupparsi sempre di più. L’attuale forma del servizio pubblico non è un moloch da adorare per l’eternità: bisogna guardare avanti, allo scenario che già si prefigura anche per effetto dell’evoluzione tecnologica. Non dimentichiamo, poi, che nella Rai c’è anche la radio: spesso fa servizio pubblico più della televisione».

E quanto al canone d’abbonamento, intanto, lei come pensa che si possa combattere l’evasione?

«In base ai dati del 2009, l’evasione del canone Rai si attesta intorno al 26,5% con un mancato introito per l’azienda di oltre 500 milioni di euro all’anno. Se percepisse effettivamente tutti gli abbonamenti che non riesce a riscuotere, la Rai quanto a risorse diventerebbe il primo operatore televisivo, mentre al momento è il terzo dopo Mediaset e Sky».

Da più parti, era stata lanciata la proposta di agganciare il canone alla bolletta elettrica.

«Questa soluzione, adottata solo in Grecia, è osteggiata da diverse parti politiche e risulterebbe impopolare. Un’altra ipotesi, praticata in Francia con la “taxe d’habitation”, è quella di abbinare il canone all’Imu, alla stregua di una pertinenza della casa, come il box o la cantina. Oppure, come si fa in Olanda e in Spagna, si potrebbe ricorrere alla fiscalità generale, inserendo il canone Rai nella dichiarazione dei redditi: in questo modo, l’aliquota sarebbe progressiva con fasce di esenzione per gli anziani e i meno
abbienti».
L’Autorità ha dato via libera nei giorni scorsi a un piano perla “banda larga” o addirittura “larghissima”: nella Relazione del 2008,Lei disse che il suo sviluppo avrebbe potuto favorire una crescita del Pil nell’ordine dell’1,5-2%…

«Sì, e ora mi hanno dato ragione anche l’Ocse e la Banca mondiale: 10 punti in più di banda larga equivalgono almeno a 1,2-1,5 di Prodotto interno lordo».

Quanto potrà influire e come la banda larga sul futuro della televisione?

«È in corso una mutazione inarrestabile. L’interattività, grazie a Internet, sta sempre più abituando il pubblico televisivo a cercare e a scegliersi il proprio palinsesto quotidiano, attingendo magari da varie fonti. Sky s’è già messa su questa strada. Bisogna far crescere la cultura informatica in Italia, non solo fra i giovani, ma anche fra gli adulti e gli anziani. Ricorda i tempi di “Non è mai troppo tardi” che insegnò a milioni di italiani a leggere e scrivere? Ecco, allo stesso modo oggi la tv pubblica può svolgere un ruolo decisivo per superare l’analfabetismo digitale nel Paese».