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Jovanotti è un personaggio simpatico. Ma davvero l'inginocchiamento della stampa italiana nei suoi confronti è paradossale. Sia che resti in Italia, sia che parta per le vacanze, sia che viaggi, sia che stia fermo, l'Italia è perennemente ai piedi di Lorenzo. Almeno una copertina di magazine al mese, una tournée in America in localini da poche centinaia di posti, descritta come se gli Stati Uniti fossero ai suoi piedi e, per sostenere la tesi che in prima fila c'era qualcuno di importante, si è dovuto ricorrere a Gabriele Muccino. Una situazione che sta diventando macchiettistica.
Penso che Jovanotti sia simpatico ai giornalisti, i giornalisti gongolano nel parlare con lui e di lui, i pigri e anziani capi delle redazioni, che quando Jovanotti debuttò gli sputavano in faccia, si sentono giovani quando lo adulano e si sono ormai convinti che sia un passe-partout per conquistare lettori, una sorta di Re Mida irresistibile. Che poi nelle classifiche americane non ci sia traccia del suo disco Usa è un particolare irrilevante, che ai pochi lettori italiani non è dato sapere.
Peter Parker
Dopo giorni di comizi, cassate e nuotate nello stretto di Messina, Beppe Grillo, a capo del Movimento 5 Stelle, è il terzo partito nelle elezioni siciliane. Nella terra patria dell'ambiguità tanto cara a Pirandello, ci si sarebbe potuto e dovuto aspettare anche un monologo sulla trasparenza nei finanziamenti al suo movimento, ma Grillo ha preferito cavarsela con la solita battuta: «Ho girato la Sicilia, ma la mafia ormai ce l’avete mandata al Nord, dove sono i soldi».
La scorsa estate Grillo ha ammesso per la prima volta in un comizio di piazza di non essere più un comico, continuando a sostenere che il suo impegno sociale e politico è motivato solo dalla speranza di dare un futuro ai suoi figli (del resto sono sei) e restituire dignità al Paese. Tutto condivisibile, ma qualcosa non torna specie se si ha avuto la fortuna di conoscere un po’ da vicino il "Giuse" (Giuseppe Piero Grillo all’anagrafe). A me è capitato per motivi professionali, dopo che Giovanni Minoli disse di sì alla mia proposta di realizzare una monografia dal titolo «Te la do io l'Italia», per il programma La Storia siamo Noi. Ho sempre seguito Grillo in tv, nei teatri e anche sul suo blog nella fase iniziale e da storico della televisione ed esperto di satira lo considero il più grande stand up comedian italiano, paragonabile per importanza al suo omologo americano George Carlin. Il punto più alto della sua carriera televisiva rimane sicuramente quel Beppe Grillo Show, che andò in onda nel 1993 su Rai1 in piena Tangentopoli, cosa che rese possibile la messa in onda senza le ingerenze dei partiti politici, che dovettero concedere a malincuore libertà di manovra per qualche anno ai tecnici e i professori.
Fu in quello show che Grillo proclamò il de profundis della classe politica italiana, già compromessa con i poteri forti dell'internazionale bancaria, invitando i telespettatori a chiedersi sempre da dove prendono i soldi gli imprenditori (qui il video).
Domanda legittima che ci siamo sempre posti per Berlusconi. Da qualche tempo facciamo lo stesso per Renzi, perché mai non dovremmo farlo adesso per Beppe, che non può essere più considerato un privato cittadino? Sappiamo che Grillo è miliardario da oltre trent'anni, ma per saperlo ufficialmente abbiamo dovuto leggere le dichiarazioni dei redditi del 2005 pubblicate on line grazie allo scherzetto del ministro Vincenzo Visco nel maggio 2008. Sappiamo che Grillo ha sempre detto che dietro il suo blog non esiste nessuna Spectre, né tantomeno i finanziamenti della destra americana (questa l’idea di Gianni De Michelis), ma solo il borsellino suo e quello di Gianroberto Casaleggio, lo spin doctor del blog, la cui società, Casaleggio Associati, ha segnato il rosso in bilancio nel 2011.
E allora? Grillo non sarà mica diventato Babbo Natale? Secondo quando sostiene Casaleggio, sin dai tempi della prima intervista ufficiale a me rilasciata il 15 dicembre 2005 (qui il video), il blog è sempre stato foraggiato grazie a donazioni volontarie e introiti derivanti da vendita di libri e dvd. Ok, ma se questo poteva andare bene anni fa per acquistare la pagina di un quotidiano, chi ha messo allora la manina nel salvadanaio per finanziare la trasferta sicula del Giuse? Celentano, Santoro o forse il suo scopritore Pippo di Militello? A proposito, che cosa hanno in comune questi tre? Oltre alla vocazione di parlare dal balcone catodico, sono stati anche loro a libro paga di Berlusconi. Come Beppuccio del resto. Certo, si fa prima a dire chi non lo è stato, per esempio Dario Fo o Federico Fellini, anche se poi i suoi film sono stati riacquistati da Medusa. Grillo invece è stato ospite per ben tre volte del Galà dei Telegatti nel 1985, 1986 e 1987 e il suo terzo e ultimo film, Topo Galileo del 1987, scritto dal sodale Stefano Benni, fu prodotto dalla berlusconiana Rete Italia.
Ma non è tutto. Gli agiografi di Grillo, su tutti i grafomani Marco Travaglio a Andrea Scanzi, insistono nel ripetere che Beppe fu epurato dalla Rai dopo la battuta sui socialisti ladri, pronunciata nel famoso monologo di Fantastico nel novembre 1986. È vero che Craxi si arrabbiò non poco, ma Grillo continuò ad andare in onda per tutto il 1986, 1987 e 1988 con gli spot Yomo sia sui canali Rai che Fininvest e tornò sul primo canale di stato nel febbraio 1988 a Sanremo, bissando poi nel 1989 sempre al Festival (con autori Michele Serra e Gino e Michele) il successo dell’anno prima, scagliandosi violentemente contro Claudio Martelli qualche mese prima fermato a Malindi, in Kenya, per possesso di marijuana e Sandro Mayer, il giornalista che intervistò a Domenica in il minorenne fresco di liberazione dopo il sequestro Marco Fiora.
Mi pare un po' troppa questa visibilità per un epurato. In realtà è dal 1990 con lo spettacolo teatrale Buone notizie, che Grillo decide di abbandonare volontariamente la tv di Stato, inaugurando la stagione ecologista con attacchi documentatissimi contro le multinazionali. Contenuti esplosivi che porta poi al Teatro delle Vittorie nel 1993 nello spettacolo di cui abbiamo già parlato all’inizio e che diventerà anche il primo caso virale e analogico di vhs diffusa nelle scuole italiane per tutti gli anni Novanta. Fu quella l'ultima apparizione Rai di Grillo, perché il bis previsto per il 10 gennaio 1996 sempre sul primo canale fu stoppato dall’allora presidente Letizia Moratti per via di una battuta contro Cesare Romiti, paragonato ad Adolf Eichmann. Questa battuta – contenuta nello spettacolo Energia e informazione e ripreso a fine ’95 dalle telecamere della tv svizzera TSI e dalla tedesca WDR - suscitò anche qualche protesta da parte della comunità ebraica, come potete vedere nel filmato.
Ricordo questa polemica, perché qualche tempo fa mi fu chiesto di trovare – in qualità di fact checker, verificatore appunto - qualcosa di imbarazzante su Grillo per alimentare la "macchinina del fango" contro di lui e cosa di meglio se non un Beppe addirittura antisemita, oltre che qualunquista e parolacciaro. La stessa persona - non posso ovviamente rivelare il suo nome - mi chiese anche di trovare i Tg Rai del dicembre 1981 che diedero la notizia dell'incidente automobilistico nel quale Grillo causò la morte di tre persone, una coppia di suoi amici e il loro figlio di 8 anni. Rinunciai a questa consulenza non per scrupoli morali, dato che si trattava di verificare dei fatti, ma più italianamente perché il committente – che cercò anche di estorcermi il numero di cellulare di Grillo - non mi voleva pagare con la fattura. E a proposito di sterco del diavolo, posso adesso raccontare il mio rapporto con Beppe.
Inizio la lavorazione del documentario nell’autunno 2005 e Grillo è lusingato dalla cosa. Chiedo al suo manager Aldo Marangoni di poter utilizzare i brani di tutti i suoi spettacoli teatrali degli anni '90 per tracciarne un profilo completo. La richiesta mi viene accordata e così arrivo al premontato, che faccio vedere a Grillo, non per la sua approvazione, ma per correttezza. Tra l'altro ho non poche difficoltà a convincere a farsi intervistare alcuni dei detrattori “ufficiali” di Grillo nel 2005, tra cui Gianni Riotta, Beppe Severgnini, Curzio Maltese e Pierluigi Battista. Alla fine nessuno accetta perché Beppe è obiettivamente inattaccabile, soprattutto dopo che il Times lo proclama «eroe europeo del 2005».
Così scorrono i sessanta minuti del mio speciale, corredato dai sapidi aneddoti di Antonio Ricci, Renzo Piano, Maurizio Crozza e Stefano Benni e tanti altri, che Grillo si gode nella sua suite del Boscolo Hotel in Piazza della Repubblica a Roma, facendomi aspettare "elegantemente" nella hall. Al termine della proiezione privata, tramite il suo agente mi manda a dire che non gli è andata giù la critica dell'ex dirigente Rai Giovanni Salvi, che gli dà del miliardario viziato e mi chiede addirittura di togliere il brano. Non contento, mi tiene a bagnomaria per mesi senza firmare la liberatoria per l'utilizzo dei suoi materiali. La scadenza di messa in onda si avvicina e io non so come giustificarmi con Minoli. Passano alcuni mesi e ricevo nel luglio 2007 una lettera firmata dall'avvocato Enzo Morelli su carta intestata, dove figurano i nomi di ben dieci, dico dieci, altri legali, in cui mi si dice che: «Il nostro assistito (Grillo) intende significarvi che non autorizza, in alcun modo, l'utilizzazione dei proprio materiali e che, in ogni caso, non gradisce né la realizzazione, né la messa in onda, del documentario».
Un'email successiva tra me e Aldo Marangoni chiarisce finalmente i termini della questione. Grillo concederà l'utilizzo dei suoi materiali per il mio documentario, solo nel caso in cui la Rai sottoscriva un accordo in base al quale cedergli per sempre tutti i diritti delle sue apparizioni sulla tv di Stato. Un accordo ovviamente scandaloso e vantaggioso solo per il Giuse. In seguito a questa diffida, mi metto a rimontare il documentario, utilizzando solo materiali Rai, cosa che manda in fumo mesi di lavoro. Il documentario va in onda l’8 febbraio del 2007 e totalizza quasi 2 milioni di telespettatori a mezzanotte su Rai2.
Da allora ho smesso di prendere sul serio Grillo perché ha dimostrato di non rispettare minimamente il lavoro altrui. Tuttavia continuo a seguire con curiosità le attività del suo movimento perché, se non altro, ha inventato la democrazia diretta sul web, visto che non esiste un altro caso Parma nel mondo. Dobbiamo ancora capire però se dopo il fascismo tout court di Mussolini e il tele-fascismo di Berlusconi, la sua è vera democrazia diretta o web-fascismo. Intanto, per sgomberare il campo da ogni equivoco, farebbe bene a esibire tutte le ricevute, se davvero vogliamo credere che sono stati solo di 25 mila euro i costi della campagna siciliana.
Negli Stati Uniti, quelli come lui li chiamano social guru, in Italia diremmo furbastri perché sono quasi 10 anni che è sceso in campo con il suo blog e il movimento 5 Stelle, facendo gli stessi comizi prima a pagamento nei palazzetti e poi gratis nelle piazze. E comunque Grillo non ama l’orizzontalità e la circolarità delle informazioni del 2.0, lui preferisce il modello “Palazzo Venezia” basato sul super-italiano che parla alla folla dal balcone. Sul suo modello di democrazia diretta via web, qualche dubbio comunque è lecito farselo venire. Il nostro paese ha una tradizione di democrazia dal basso quasi inesistente, perché la famiglia e il clan parentale sono i nuclei predominanti che si scontrano da sempre con la società (dal comitato di quartiere al consiglio comunale), quindi anche se si creano delle forti mobilitazioni attraverso i social network (dai girotondi di Moretti del 2002 al movimento “Se non ora quando” del 2011), il risultato è quasi sempre fallimentare, perché i diritti e i doveri del cittadino vanno esercitati ogni giorno e non solo quando si vota, tenendo conto però che i risultati arriveranno alla distanza. Ma nel nostro paese a nessuno piace aspettare o costruire per il futuro.
Per il Santoro del 2012 potrebbe valere ancora la massima aurea di Alberto Arbasino: «In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di "brillante promessa" a quella di "solito stronzo". Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di "venerato maestro"». La precisazione sullo status di Santoro appare superflua, ma siccome qui si fa satira diffamatoria, diremo che Mighele somiglia sempre di più allo scrittore comunista immobilizzato sulla sedie a rotelle di Arancia Meccanica. Non tanto per i riccioli un tempo biondo-Kessler, ma per il ghigno di chi soffre della sindrome detta del paradosso pubo-rettale. Cioè di chi ha sempre le chiappe strette per l'impossibilità di rilassarsi completamente. Cosa che forse riuscirà a fare quando potrà avere di nuovo in studio al suo fianco Daniele Luttazzi e Adriano Celentano, che invoca sempre come liberatori non della patria, ma della sua sindrome. Mettiamo ora da parte Freud e Bellocchio e passiamo a esaminare le ancelle santoriane Marco Travaglio e Vauro. Ci sarebbe anche tal Giulia Innocenzi a completare la terna, ma per lei è sufficiente la pagina dei fans di Facebook per derubricarla a una che non ha mai preso il tram, perché non si è mai fidata di Zavattini.
Dicevamo di Travaglio e Senesi. Attenzione: è sempre satira diffamatoria e come nel rullo di apertura di Satyricon del 2001 questo pezzo contiene fellatio, cunnilingus, masturbazione, feci, urina, sadomasochismo, Daniele Luttazzi e qualsiasi cosa la fetida mente di Luca Martera abbia fermentato in quest'ultimo periodo. Il suo linguaggio esplicito è fatto apposta per turbare gli imbecilli. A tutti gli altri, buon divertimento con le clip dove potete vedere come i due giudici a latere santoriani hanno mosso i primi passi davanti al video.
Correva l'anno 1996 e Travaglio, 32enne con frustrazione di dover metter insieme il pranzo con la cena, discettava di lingua e letteratura italiana per giustificare la marketta di presentazione dei suoi libri - i primi purtroppo di una lunghissima serie - dai titoli Il pollaio della libertà e Stupidario del calcio e di altri sport. Non cita Silvio, ma il suo volto compare sulla copertina di uno dei libri e a Orlando Perera, incarnazione del bravo presentatore, non resta che zittirlo per la sua supponenza tacitiana, che contraddice «la lingua banalissima di noi giornalisti». Di fronte a un'inserviente-valletta-stagista (ah! il maschilismo catodico degli intellettuali italiani), che versa il caffè dalla moka, Travaglio non può che attapirarsi, rimuginando quali ritagli di articoli assemblare (non c’era ancora il copia e incolla) per le sue prossime rubrichette satiricosissime su Cuore e Sette. Ecco il video. Essì perché anche Travagllio in passato è stato precario campando di collaborazioni. Memore di questo passato, lo stesso Marcolino nel 2004, attraverso le parole del sodale Peter Gomez, avrà la faccia tosta di propormi una collaborazione come consulente per una storia sulla censura in tv per il libro "Regime" ma non gratis (questo mai!), neanche per denaro, "considerala una forma di volontariato civile". Queste parole di Gomez non me le scorderò mai e fu così che ricusai la sua offerta.
«La satira si rovina sempre se se ne fa un monumento. Non parlo volentieri de Il male, è come ricordare il nonno morto». Parole-lapidi di Vauro del 2002, che giustamente vengono strappate all'oblio per ricordargli che tutti possiamo cambiare idea e non solo Giuliano Ferrara, per il quale la coerenza è una roba da imbecilli. Deve averla pensata così anche il buon Senesi, che nel 2011 ha pensato di riesumare assieme a Vincino Il Male, ma finora nessuno sembra essersene accorto, anche perché fare satira a 60 anni e come fare bunga-bunga a 70, patetico. Ci sono momenti nella vita adatti per fare ogni cosa. La clip su Vauro inizia quando il maledetto toscano si travestiva da anticlericale nel 1983, un anno in cui lavorare al Manifesto aveva però ancora senso. Ecco il video.
Ci sono canali che riescono ad addormentarmi dopo cinque, dieci minuti, aiutandomi nella mia ormai perenne insonnia, altri, come VeroTv (canale 55 del digitale terrestre), che non mi fanno chiudere occhio. Trovo infatti straordinario fare un canale televisivo talmente inutile da essere perfetto. Onestamente rivedere Marco Columbro, Marisa Laurito, Corrado Tedeschi, Laura Freddi mi ha a tratti emozionato. Non voglio entrare nello specifico del palinsesto, perché è del tutto inutile, ma dopo un po' sono riuscito a capire l’idea diabolica che sta alla base di tutto: un vero e proprio canale supercazzola dove poter dire qualsiasi cosa.
Qualche notte fa sono riuscito a rimanere sveglio guardandomi su Youtube una sorta di talk show, Vero Storie, condotto da Marisa Laurito dove si parlava di fantasmi e ghostbuster con una tale serietà, che a un certo punto avrei voluto che apparisse davanti a me Marco Balestri per dirmi che stavo su Scherzi a parte. Ma non è accaduto. Aiuto!
Gli elementi di rivoluzione e innovazione mediatica dell'anno scorso, con le tv regionali e Sky coordinate in un'unica piattaforma, con lo streaming Internet, con i telespettatori "editori", quest'anno, per evidenti motivi, sono mancati nel debutto televisivo di Servizio Pubblico di Michele Santoro su La7. Tutta quella spinta emotiva si è risolta esclusivamente nella totale libertà editoriale del giornalista-produttore (che da sempre pretende e a volte con metodi poco ortodossi), ma di novità cultural-mediatiche non se ne sono viste o percepite.
A parte questo aspetto, Servizio Pubblico è la solita messa cantata, in cui la liturgia del talk show politico rasenta la perfezione. Senza nulla togliere ai bravissimi Floris, Formigli, Paragone (per citarne solo alcuni), Michele Santoro gioca davvero in un'altra categoria, insieme a Enrico Mentana e Bruno Vespa. Dal punto di vista squisitamente giornalistico e televisivo credo che questo sia inconfutabile e il quasi 13% su La7 è lì a confermarlo.
Se c'è una cosa che non capisco è come facciano certi personaggi del mondo dello spettacolo a non capire che la sovraesposizione, a volte, è deleteria. Ora, passi per le aspiranti fidanzate di sfigati tronisti, posso pure scusare qualche zombie sopravvissuto alle varie case del Grande Fratello, ma da certi personaggi proprio non te l'aspetti. Di chi parlo? Guardate un po' la tv e subìte il martellamento degli spot di un noto operatore telefonico per capirlo: Neri Marcorè.
Ora, passi per Fiorello che o lo vedi negli spot o non lo vedi, epassi per gli Aldogiovannieggiacomo, che (tanto per cambiare) fan le solite cose in spot di cellulari, ma da Neri non ce lo si aspetta. Io l'ho sempre visto come un comico raffinato e mi fa un po' specie sentirgli recitare quegli stronzissimi spot, scritti da pubblicitari prestati al comico (o viceversa).
Cioè, ma si fa davvero «la storia d'Italia» con battute del tipo: «Bravo, abbiamo perso 10 vasi e 87!». «E allora? Anche io ho tanta sete... e che devo fare?». Purtroppo, secondo Tim, sì!
Almeno, quando c'era ancora la Sip, negli spot c'era un plotone d'esecuzione
che doveva sparare al protagonista (Massimo Lopez). Che dire... aridatece la Sip!
Andrea Camerini
Era tutto fatto: Pechino Express, a furor di popolo e di critica uno dei format più innovativi della Rai e uno dei successi della struttura entertainment, veniva spostato al martedì sera. Con buona gioia di tutti, dopo un attento ragionamento di marketing. Il giovedì il suo target si sovrappone alle partite di Europa League, a XFactor e ora in minima parte anche a Santoro su La7. Il martedì il nulla: al massimo una partita di Champions, visto che Dallas e Ballarò hanno target completamente differenti, e Sky e La7 sono quasi spente.
Quindi un'idea geniale già sottoscritta da rete e marketing Rai e subito resa operativa: un massiccio utilizzo di promo e kroll erano già pronti per comunicare lo spostamento. Ma subito dopo il dietro front: i piani alti decidono di tenere Pechino Express il giovedì sera e bloccare qualsiasi spostamento. Due le ragioni possibili e non sappiamo quale è più negativa. La prima, si chiama «stracci volanti alla Rai»: ognuno più che pensare al bene comune vuole la morte dell'altro, la Rete contro la struttura Intrattenimento, la direzione e vicedirezione generale contro entrambe e questo atteggiamento, tipico della tv di Stato, è abbastanza strano che possa continuare a vivere nell'era Gubitosi/Tarantola.
La seconda è una ragione politica e cioè che non si vuole controprogrammare Santoro con prodotti più deboli. E qui forse è anche peggio: Gubitosi e Tarantola, che hanno predicato e urlato al mondo che non devono rendere conto a nessuno, che hanno pieno mandato e che ribalteranno la Rai come vogliono loro, avrebbero ricevuto il secondo warning (dopo quello del Cda di pochi giorni fa), che senza la politica non muovono un capello.
Hannibal
Pechino Express, il giovedì sera si schianta e io il sabato pomeriggio lo salvo. L’adventure reality di Rai2 già festeggia la conferma della la seconda edizione, prevista per il prossimo anno. Doppio party invece a casa Savoia: oltre alla buona riuscita della trasmissione, si celebra anche la fine della carriera da valletto di Emanuele Filiberto. Il programma racconta le avventure di 10 coppie vip e non vip che con un budget di soli due euro al giorno devono attraversare tre paesi: India, Nepal e Cina. In quei luoghi mistici a narrarci le difficoltà dei concorrenti ad arrivare per primi ai vari traguardi decisi dalla produzione, ottenere l'ospitalità delle popolazioni locali e abituarsi alle usanze locali, c’è Emanuele Filiberto di Savoia.
In gara sono rimaste la coppia di attori, Barbara Villa e Alessandro Sampaoli, i miei preferiti (forse perché i più umani). Lei, ricorda le mamme-sprint-italiane, la grinta è la sua forza e il suo difetto, quando ne mette troppa però rischia di dimenticarsi che ha un compagno in squadra e lui giustamente non ci sta. Andres Gil e Anastasia Kuzumina, la coppia vincitrice dell'ultima edizione di Ballando con le Stelle, nel loro zaino hanno messo solo «la voglia di vincere», mentre la personalità, se c'è, è rimasta a Fiumicino. Simone Rugiadi e Malvina Seferi, lo Chef noto grazie alla tv e la sua fidanzata, sono la testimonianza che nella vita il fattore C o C**O conta parecchio. Lui cerca un compagno/a con cui partire per questa indimenticabile avventura, lei tre settimane prima si trova «al momento giusto nel posto giusto», si piacciono e partono. Devo dire che i loro battibecchi, gelosie, incomprensioni animano il programma. Ha proprio detto C**O a tutti!
Costantino della Gherardesca e il nipote Barù sono i nobili del programma, ma non per questo i più viziati anzi, nonostante i capricci di Costantino è la coppia che a mio avviso meglio s’integrerà con gli usi e i costumi dei popoli a cui faranno visita. Commovente è stata la notte trascorsa dai due in una casa famiglia nepalese, vederli giocare, leggere, scrivere con i bambini di questa anomala famiglia è stato un momento molto dolce. Infine abbiamo Antonio e Marco Pizza, padre e figlio non vip, il loro rapporto conflittuale non gli bastava e quindi hanno fatto di tutto, tra l'altro riuscendoci, per inimicarsi gli altri concorrenti. Mi unisco.
A Pechino Express è concesso il vanto di essere fin ora il vero programma innovativo del palinsesto invernale. Le grandi novità sono un reality on the road fatto, quindi di imprevisti e probabilità che colorano l'avventura, una scenografia unica che è la quotidianità di popolazioni lontane, la curiosità umana, a mio avviso la sesta coppia in gara, nonché la vincente, la mancanza di uno studio televisivo dove parcheggiare improbabili ospiti e un conduttore utile il giusto. Chissà che non mi presenti ai casting per la prossima edizione… fidanzato permettendo.
Trilli
Il Gubitosipensiero, per come si deduce dalle indiscrezioni giornalistiche, sembra orientato con decisione a trasformare la Rai in un’azienda virtuosa: realizzare con mezzi interni gli show del sabato sera; rivedere il modello produttivo che, attualmente, rende più economico l’appalto esterno, rispetto al costo industriale dell’azienda; selezionare nuovi giornalisti soltanto dalla dimenticata Scuola (interna) di Perugia; soprattutto proporre ai dipendenti un nuovo contratto collettivo «molto più moderno» dell’attuale, che fa riferimento a «elementi da tempo superati»; e infine collaborare all’estero con Ice ed Enit, per non falcidiare le sedi di corrispondenza, come previsto dall’ultimo piano di Lorenza Lei.
Non è davvero poco, anche se bisognerà vedere se alcune intenzioni poggiano su elementi manageriali solidi. Penso a esempio quale asset possono offrire gli uffici (per lo più modesti) dell’Eenit e dell’Ice (declassata ad Agenzia) alle sedi all’estero: quella di New York che è stata smantellata – per esempio – fa riferimento alla struttura dell’Associated Press. Mi sembra questa una joint venture più percorribile. Ma la vera rivoluzione sarà quella di definire un nuovo modello produttivo, un’operazione complessa, che dovrà incidere sul vivo dell’attuale architettura dell’azienda.
Ancora oggi la figura di base per la produzione televisiva della Rai è il «programmista – regista» (figura generata dalle utopie del ’68), un profilo professionale non chiaro, tanto è vero che non trova traduzione non solo in inglese, ma anche nelle principali lingue occidentali. Gli americani dicono che la tv si fa con i direttori, i produttori, i tecnici e i servizi. Quattro linee ben distinte, con chiare responsabilità professionali, nelle quali ogni addetto ai lavori è di fronte a un percorso progressivo. Si è promossi in carriera quando si è capaci di risolvere situazioni sempre più onerose per l’azienda: un conto è un produttore con un budget di 10 mila euro, un altro è essere responsabili di 800 mila euro a puntata. Il produttore tv, ancor che non sia un creativo, dovrebbe essere però in grado di valutare anche situazioni artistiche, al di là del buon senso, con conoscenza e cultura di mercato e con sensibilità per le finalità del Servizio Pubblico.
Oggi il livello degli operatori interni, salvo eccezioni, non è molto alto, come del resto anche quello dei dirigenti operativi. Non hanno una dignitosa formazione culturale di base (musica, letteratura, teatro, spettacolo); sono per lo più schiacciati dai controller che pretendono il rispetto rigido delle singole voci del budget. Nel contratto collettivo dovrebbe esser chiara la vocazione professionale; in particolare che, impegnandosi nell’ideare, preparare e produrre radio, televisione e new media si può fare una buona carriera. Nei decenni scorsi, invece, si è consolidata nel personale la convinzione che si fa più carriera facendo la segretaria di un Direttore, che assumendosi la responsabilità di una produzione; di controcanto che sia più remunerativo scalare un percorso amministrativo che quello del prodotto, area indubbiamente molto più a rischio, il cui valore è condizionato anche dal consenso del pubblico. Un importante gap da colmare è invece quello di permettere a chi dirige di investire nei progetti di spettacolo, come nel cinema si fa con i soggetti e le sceneggiature dei film. Oggi non è possibile e si investe solo per l’anno corrente. Gli spettacoli Rai entrano in produzione all’ultimo minuto, raramente godono di un numero zero, la preparazione è sempre in affanno e i risultati, tranne qualche caso, si vedono. Ricordo che i tanto lodati spettacoli in bianco e nero si registravano in venti giorni a puntata; oggi in cinque giorni.
E veniamo al rapporto con i Grandi Produttori. C’è stato un momento, negli anni berlusconiani, in cui autori, creativi, sceneggiatori (la cultura del Paese) si rivolgevano ai sette samurai (Ballandi Corporation, Endemol di Bassetti e di Stefania Craxi, Einstein di Iosi, la modesta, ma ben protetta LCM, Lucio Presta, l’incomparabile e valente uomo dello showbiz italiano, Magnolia di Giorgio Gori e la Triangle di Silvio Testi) invece di prendere appuntamento con i Direttori della Rai. I sette samurai si erano praticamente impossessati del palazzo. Ora, senza demonizzare il fenomeno (che comunque aveva assunto aspetti indecorosi per un Servizio Pubblico) Gubitosi e i Direttori di rete dovranno essere capaci, con idee e progetti, di governare il rapporto, non concedendo loro di sostituirsi alle risorse interne, ma chiedendo a costi convenienti opportunità che non sono a portata di una rigida struttura editoriale come è la Rai (faccio i primi esempi che mi vengono in mente, come quello di far crescere un laboratorio di comici, o di selezionare nel mercato internazionale format su obiettivi indicati dalla linea editoriale).
Ha ancora ragione Gubitosi quando dice «Fazio e Fiorello dobbiamo produrli noi» come gli stessi show del sabato sera, per esempio, Ballando con le Stelle. Effettivamente non si capisce perché un programma come Che tempo che fa, semplice nella sua struttura produttiva, debba essere appaltato all’Endemol. Forse... Fazio non vuole correre il rischio che l’ufficio competente non riesca a chiudere in tempo utile i contratti per gli ospiti della settimana. Al di là della battuta, se valutiamo complessivamente questo «piano delle intenzioni» di Gubitosi c’è da dire che siamo di fronte a una vera rivoluzione (per ora felpata e non conflittuale), che punta a trasformare il profilo dell’azienda, convinto evidentemente che la qualità del prodotto verrà di conseguenza. Non è così semplice, perché il nostro Che Guevara dovrebbe sbaraccare un’architettura aziendale megalomane, non più rispondente a una struttura sobria ed efficiente di Servizio Pubblico. Non è così semplice, perché la televisione nel tratto finale è «opera dell’ingegno» e cioè si tratta del lavoro di donne e uomini. È tutto l’ambaradan che, in ultima analisi, dovrebbe essere compatibile con il loro lavoro, ricordando, in un tempo di forte omologazione culturale, che la ricchezza della Rai è stata sempre la diversità dell’offerta. Ma ci sono le donne e gli uomini pronti a raccogliere la sfida della rivoluzione?
Mario Maffucci
Ma che aspettano le nostre amate televisioni (Rai e Mediaset, ma anche Sky, che ha dimostrato di saper usare molto bene i suoi canali tematici) a occuparsi almeno un po' dell'Expo 2015, un evento che fra poco più di due anni dovrebbe portare in Italia 21 milioni di visitatori e che è l'unico grande evento internazionale rimasto al nostro Paese?
È opportuno chiederselo per almeno tre buoni motivi. Eccoli: sinora Milano (che con Letizia Moratti conquistò il diritto a organizzare l'esposizione prevalendo su altre città e altri Paesi del mondo) ha perso tre anni in litigi di vario tipo tra regione, comune, governo e quant'altri. In zona Cesarini, come dicono quelli che masticano di calcio, c'è da correre per onorare l'impegno, se non facciamo le cose all'ultimo momento non siamo contenti, ma pochi sanno cosa sarà l'Expo, su quali temi è incentrato, come verrà sviluppato e cosa resterà dopo i sei mesi dell'esposizione. Eppure l'alimentazione e la sostenibilità sono temi che riguardano tutti: se gli organizzatori ancora non sono in grado di raccontarci una storia, perché non ci provano i media e le tv in particolare, facendoci vedere dove vogliono far arrivare i famosi 20 milioni di stranieri, com'è oggi quel posto, come sarà fra due anni e perché sono state fatte o si fanno alcune scelte invece di altre?
Secondo, l'Italia non ha in questo momento storico una storia di successo da raccontare al mondo: economia che langue, made in Italy apprezzato (e meno male) soprattutto nei paesi emergenti, politica da rifare, corruzione elevata, federalismo fallito, incertezza del diritto e chi più ne ha più ne metta. Certo, le esposizioni internazionali non sono più quelle di fine ottocento o inizio novecento, quelle delle grandi invenzioni che solcavano terre, cieli e mari e della torre Eiffel eretta come grande simbolo di modernità e tuttora principale meta turistica parigina: nell'era di internet, le esposizioni rischiano di essere molto immateriali, eppure in tema di alimentazione e sostenibilità l'Italia ha moltissimo da dire. E' dunque un'occasione enorme per dire al mondo che l'Italia c'è, che supererà la crisi e l'impoverimento della sua gente, che il suo genio creativo non si è esaurito. Ma siamo sicuri che questo Expo, per come si va configurando, riuscirà a far passare questo messaggio positivo di fronte al mondo che ha riempito l'Expo di Shangai e premiato alla grande il nostro padiglione? O non ci stiamo avviando a soluzioni poco credibili, più concettuali che fisiche dell'alimentazione e della sostenibilità? E chi deve sollevare il problema?
Terzo, l'Expo è anche una storia di celebri donne italiane che i media televisivi dovrebbero raccontare. All'origine c'è il curioso destino di Letizia Moratti, il sindaco di Milano che seppe vincere una battaglia mondiale per aggiudicarsi l'Expo, ma che non ha saputo gestirlo, riuscendo persino a non essere riconfermata alla guida del comune, e non soltanto perché la sua maggioranza, Lega e Pdl, nel frattempo si era sfarinata ma anche perché non è riuscita a raccontare una storia credibile sull'Expo come opportunità di sviluppo per Milano e per l'Italia. Nella gestione c'è la tosta Diana Bracco, imprenditrice milanese presidente della società che dovrà realizzare l'Expo, presidente del comitato confindustriale che organizza la presenza delle imprese all'Expo e ora responsabile del Padiglione Italia. Infine, l'ultima arrivata: Evelina Christillin, quella donna elegante che un tempo compariva in tv allo stadio accanto a Gianni Agnelli, che qualche anno fa ha organizzato le Olimpiadi invernali a Torino e che ora è stata arruolata dalla Bracco nella squadra Expo.
Non sarebbe meglio se i media se ne occupassero adesso, accendendo un faro per verificare oggi cosa stanno combinando i nostri eroi ed eroine Expo e non domani, a cose fatte, magari per scoprire che ci sono state infiltrazioni malavitose o semplicemente che abbiamo perso un'occasione, l'ennesima? Allora davvero resterebbe solo roba per Striscia la notizia.
Non veniteci poi a dire che se la gente segue meno i media è solo colpa della crisi e non anche della mancanza di buoni contenuti editoriali su questioni centrali per l'immagine e la sostanza del Paese.
Wilma Laclava
Mi fa sempre un po’ ridere quando leggo i pezzi dei critici televisivi che fanno i gggiovani parlando dei programmi. Posso essere d’accordo o meno con la loro opinione, non è questo il problema: il problema è sempre la credibilità. Un critico dovrebbe essere credibile. Ai critici televisivi piacciono sempre alcuni canali, alcuni produttori e alcuni personaggi. Questo già mina un po’, dal punto di vista del lettore, la loro credibilità, a prescindere. Trovatemi un pezzo in cui Aldo Grasso parla male di Pietro Valsecchi e delle sue produzioni. Per carità: sarà il suo punto di riferimento, il miglior produttore del globo, l’Howard Hughes del nostro tempo, ma dal punto di vista di un lettore (ammesso e non concesso che i lettori di un giornale passino almeno cinque secondi del loro tempo quotidiano a leggere le critiche televisive), schierarsi sempre nella stessa parte di campo non contribuisce a far crescere la credibilità.
Così, come non è credibile la questione dei gggiovani: la tendenza a esaltare programmi definendoli «quelli del pubblico giovane» e a stroncarne altri «solo di un pubblico vecchio» sta davvero annoiando. Il giochino è quello di descrivere il pubblico «appetibile» o «telemorente» a seconda delle esigenze. Io non penso che le cose stiano così: le persone adulte o anziane non scrivono su Twitter mentre guardano la televisione, ma meritano rispetto e non sono telemorenti. Sono anziane e non si capisce perché dovrebbero essere continuamente insultate. Non è detto che quelli che oggi sono giovani tra qualche anno guarderanno gli stessi programmi. I vecchi programmi di una volta di Rai1, quelli che i critici esaltano quando ricordano la «buona vecchia tv che non si fa più», non piacevano ai giovani, ma nessuno si sognava di definirli per telemorenti.
Il problema è l’età e il rispetto: per parlare di quello che piace ai giovani, forse occorre anche essere giovani. Stando a quanto afferma Internet, Aldo Grasso ha 64 anni, Antonio Dipollina 52 e Alessandra Comazzi 56. Tutto, ma non giovani.
Peter Parker
Se fosse un film, sarebbe ovviamente Quarto Potere, ma con una variante narrativa di una certa importanza, che vedremo a breve. Sì, perché la storia di Silvio Berlusconi e Veronica Lario, più che da romanzo d'appendice, rientra nei canoni dell'italicissima operetta, con alcuni elementi da melodramma verdiano. Esattamente l'opposto del capolavoro di Orson Welles, che raccontò nella sua fiaba nera per adulti le grandezze e le miserie del primo magnate americano dei mass-media, William Randolph Hearst, con toni intrisi di moralismo calvinista. Randolph Hearst cercò in tutti i modi di boicottare l'uscita del film, arrivando a minacciare i produttori ebrei del film di rendere pubbliche alcune foto che li ritraevano in pose compromettenti, ma alla fine prevalse la cocciutaggine di Welles, che impose il suo film anche se depotenziato da una distribuzione molto limitata negli Stati Uniti.
Dicevamo di Silvio e Veronica. In Quarto potere, Charles Foster Kane cerca in tutti i modi di imporre come cantante lirica la sua giovane moglie, bella, ma sprovvista di talento, ispirandosi a quanto fece realmente Hearst. Berlusconi ha invece fatto il contrario: ha voluto molto italianamente tenere tutta per sé Veronica Lario, mortificando e castrando per sempre il suo talento di attrice. Miriam Bartolini, questo il suo nome all'anagrafe, prometteva infatti molto bene sin dall'inizio, come dimostrano i suoi primi passi in ruoli da comprimaria negli sceneggiati Rai di fine anni '70: La vedova e il piedipiatti con Ave Ninchi, La mano indemoniata con Massimo Boldi, nel suo unico ruolo drammatico e Bel Ami con Corrado Pani.
Fu però nel 1980 che ottenne il suo primo ruolo di protagonista a teatro, accanto al pigmalione Enrico Maria Salerno, che la volle a suo fianco ne Le cocu magnifique (Il magnifico cornuto), adattamento dal testo di Fernand Crommelynck, già portato sullo schermo da Antonio Pietrangeli nell'omonimo film con Ugo Tognazzi e Claudia Cardinale. La tappa romana al teatro Quirino nel periodo pasquale fu anche l'occasione per Veronica Lario di comparire sugli schermi del Primo Canale Nazionale nientepopodimenoché a Domenica In accanto a Pippo Baudo, che non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stato l'unico a intervistare in tv la futura signora Berlusconi.
A tutt’oggi l’intervista rimane infatti l’unico documento video in cui la Lario parla senza recitare. In questo straordinario reperto domenicale, Baudo, al solito compreso nel suo ruolo di siciliano maschilista, fa intendere senza troppi giri di parole che Enrico Maria Salerno, da bravo capocomico, ha l’abitudine di farsi tutte le primedonne, compresa la Lario. L'attore e regista risponde da par suo (come potete vedere qui) richiamando però inelegantemente l’attenzione sulle nudità esposte dalla Lario nello spettacolo come motivo di attrazione per il pubblico. La stessa cosa farà trent’anni dopo, ma per motivi completamente diversi, l’altrettanto elegante Vittorio Feltri che si ricorderà dei seni dell’ex first lady, regalando ai suoi lettori di Libero lo sciagurato titolo di «Veronica velina ingrata» (30 aprile 2009) con tanto di foto in maxi formato. Per molti fu la risposta pubblica di Berlusconi alle lettere pubblicate a mezzo quotidiano della signora Lario, per le ripetute corna del marito il quale, ricordano i biografi, si innamorò di Veronica proprio dopo averla vista come mamma Flora l’aveva fatta nel “suo” teatro Manzoni in quel lontano 1980.
Dopo quell’ospitata televisiva, Veronica si vendicherà comunque quattro anni dopo, sfottendo il Pippone nazionale nel suo unico film da protagonista Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione di Lina Wertmuller. E proprio l'occhialuta regista romana, in occasione della recente uscita della sua autobiografia Tutto a posto e niente in ordine, ha ricordato la bravura della Lario, sostenendo che se Berlusconi non l'avesse rinchiusa nel suo eremo dorato sarebbe potuta diventare una diva internazionale come Sophia Loren o addirittura Marilyn Monroe. Non sembri esagerato il paragone, perché la signora Lario - nome d'arte ispirato a quanto si dice alla sua passione per la diva del noir Veronica Lake - bellissima era e bellissima è tutt'ora, come dimostrano anche i geni burrosi abbondantemente trapiantati alle figlie Barbara e Eleonora.
Il film della Wertmuller è invero assai modesto, ma può essere considerato un cult perché scomparve subito dalla circolazione in seguito all’incazzatura di Silvio quando fu trasmesso su Rai3 alla fine degli anni ’80, per volere del comunista Angelo Guglielmi, il quale ricordò gentilmente in occasione della messa in onda la militanza rossa della famiglia bolognese Bartolini. Blob fece il resto, mostrando senza pietà per diverse puntate la performance di Veronica, ovviamente decontestualizzata e usata in funzione anti-Silvio. L’incidente costrinse Berlusconi a rilevare i diritti del film dal produttore della pellicola Vittorio Cecchi Gori, che si rifece così del flop spaventoso in sala, e da allora non se ne vide più una copia in giro. Nel film, Veronica interpreta Esterina, una deliziosa biondina che in una notte d'amore confessa al marito di sognare spesso un'altra persona. Ma per Oscarino, il marito geloso interpretato da Enrico Montesano, non è l'adulterio fantasticato a farlo arrabbiare, ma il fatto che l’oggetto della sua fantasia sia una donna. Praticamente una variazione lesbo del Cocu magnifique.
Non solo, la stessa vita reale di Silvio e Veronica si sovrapponeva al film, perché Silvio, ancora sposato con la prima moglie Carla Dall'Oglio, aveva questa relazione segreta con Veronica da diversi anni ed è la stessa Wertmuller a raccontare che il Cavaliere ogni tanto si faceva vedere sul set e fu lui stesso a comunicarle che era incinta di Barbara e che Veronica non gliel’aveva rivelato per timore di perdere la parte. Di gran classe la reazione della generalessa Lina: «Ditemi che lo volete perdere ‘sto figlio! Sapete bene che per un attore lavorare con me è come andare in guerra».
Zappavo, non nel senso che forse sarebbe più consono alla mia persona, e quindi con lo strumento apposito in un campo di carciofi, ma col telecomando, in una sera qualunque del palinsesto. E mi sorge subito una domanda: ma come si fa a lasciarsi scappare un programma odiosamente pomposo nella presentazione, sì d’accordo; ipocritamente “ufficiale” negli intenti, sì d’accordo; ma sicuramente avvincente nella narrazione e nel “film” che costruisce, come XFactor?
E son du’ anni che ‘un mi do’ pace.
Sarebbero da prendere a carci ‘n culo quei dirigenti che si son lasciati soffiar via dalla televisione sempremenopubblicamasemprepiùpolitica, programmi del genere. Questi ci hanno solo l'Inps Factor.
Meno male che adesso è arrivata Anna Mario-Monti-con-la-parrucca Tarantola e ci pensa lei a rimettere tutto a posto, vero?
Andrea Camerini
Nata agli albori della Seconda Repubblica da una fortunata idea di Antonio Ricci, Striscia la notizia è il tg satirico che ha costruito assi portanti dell'immaginario televisivo dell'ultimo quarto di secolo e inventato uno degli archetipi più famosi della tv italiana: le Veline, figure impersonali per definizione, che prendono il volto di volta in volta di ragazze della porta accanto e che inizialmente portano le notizie ai conduttori (da cui il loro nome: le veline erano le copie su cui si diffondeva l'interpretazione ufficiosa di certe notizie). Oggi restano gli stacchetti ballati e l'aspetto acqua e sapone è spesso sceso a patti con la caricaturalità della donna Mediaset, ma le donne che hanno ricoperto il ruolo di Veline, forse proprio per la loro provenienza «dalla porta accanto», hanno sempre mantenuto un profilo lontano dagli scandali e scandaletti della tv nostrana. Salvo qualche relazione con calciatori famosi, del resto tra mestieranti che si pensano come corpi ci s'intende.
Ma lasciamo per un attimo da parte lo sfruttamento dell'immagine femminile di stampo berlusconiano, che va dal dimenarsi delle Veline ex-acqua-e-sapone alle inquadrature di un microsecondo sulle profonde scollature della scanzonata Michelle Hunziker (per il pubblico femminile niente bei ragazzi - Brumotti? Suvvia! - ma almeno Greggio resta vestito).
Quest'anno Striscia la notizia compie 25 anni e non smette di essere lo strumento privilegiato dell'ammiraglia di Mediaset per costruire il consenso politico intorno al suo fondatore, Silvio Berlusconi, anche con messaggi subliminali e nel luogo apparentemente più insospettabile: un programma per famiglie.
Si apre con le battute su Veltroni e D'Alema, mentre tra «i nuovi mostri» è sempre in pole position Nichi Vendola. Il geniale Dario Ballantini - ingiustamente parcheggiato a Striscia - nei panni di Matteo Renzi va a rompere (con gusto) le scatole a Bersani. Invece Pierferdinando Casini, inquadrato accanto a un uomo vestito da spugna gigante (che cosa non si fa in campagna elettorale) viene ammonito di non averne bisogno perché «a prosciugare le tasche degli italiani ci ha già pensato Monti».
Le battute su Berlusconi? Nella peggiore è definito «esperto di ginecologia». E via così. Si chiama populismo la macchina da guerra di Striscia la notizia, che quest'anno, con il cagnolino Pil, si fregia del sottotitolo «la voce dell'insolvenza». Insolvente come la (fu) classe media italiana, che oggi non riesce a pagare le bollette e i consumi ordinari, i libri di scuola dei figli e che per questo non smette di riconoscersi in un format superato, che è ormai la caricatura di se stesso, ma che miete ancora ottimi ascolti, un po' per la mancanza di valide offerte alternative d'evasione e un po' anche perché è inesauribile il pozzo del malcostume italiano a cui attinge.
Discariche abusive ed edilizia selvaggia, le pizze a domicilio nei reparti d'ospedale e gli straordinari dei guardiani di un carcere vuoto, oltre a una sfilza di costosi immobili statali in rovina, continuano a essere storie italiane, ma soprattutto è accattivante la campagna sul Made in Italy contraffatto con il benestare di Bruxelles. Purtroppo, a distanza di 25 anni, c'è ancora bisogno di Striscia la notizia per fare opinione su certi argomenti. Se questo è un merito del celebre format di Canale 5, è però anche un grande problema di arretratezza della società italiana.
Appurato il nesso strettissimo tra la parabola politica di Silvio Berlusconi e quella di Striscia la notizia, che ne sarà del tg satirico con la progressiva ma inesorabile uscita di scena dell'ex Presidente del Consiglio? Va da sé che Striscia, senza populismo, non sarebbe Striscia. E il populismo oggi è Beppe Grillo. Ma allora Striscia diventerà grillina? Chissà, certo è che il comico Grillo ha molto da imparare da Striscia: da 25 anni, fa politica con un sorriso.
Wilma Laclava
Guardo poco la tv di oggi e quel poco che vedo, lo ripesco sul web. Per La Scimmia ho fatto un'eccezione: non l'ho vista né in tv né sul web. Il primo programma transcrossmediale - come piace dire tanto agli «Amici di Massimo Bernardini» e ai ragazzini della Luiss post-scienziati della comunicazione - è stato prodotto da Pietro Valsecchi, produttore-guru dall'eterno contratto quadro con Mediaset e famoso per aver realizzato numerose serie di-a-da-in-con-su-per-tra-fra la mafia.
Dopo meno di due settimane di programmazione La Scimmia è stato sospeso perché di colossale schifezza si è trattato. Pretendere di imporre un’educazione pavloviana ai tempi del reality a un mucchio di minus habens è come far condurre un programma sull'etica del lavoro a Flavio Briatore, una cosa che nessuno si sognerebbe mai di fare. Ora che ci penso, Valsecchi ha qualcosa di Briatore e Briatore ha qualcosa di Valsecchi, ma nessuno - immagino - credo che sospetti dell'esistenza dell'altro. Va però dato atto al progressista Valsecchi, che ha sempre creduto nell'arricchimento inteso non come accumulo personale, ma come pratica quotidiana per migliorare la società in cui si vive.
Avendo cominciato da attore, ha appreso subito il Valsecchi che «la vanitate fece perdere lo regno dei cieli» ed ecco perché ha lasciato subito la recitazione, dopo aver esordito nel ruolo vagamente scimmiesco di un siciliano maschilista (qui potete vederlo), che apre bocca solo per elencare i modi per trombare le turiste tedesche in trasferta sull'isola. Il film è Io sono mia, vero scult movie del 1977, realizzato da una troupe di femministe incazzate capeggiate da Dacia Maraini e interpretato da Stefania Sandrelli e Maria Schneider. Non pago, Valsecchi ci ha riprovato qualche tempo dopo interpretando un tecnico degli effetti speciali nello sceneggiato Rai Delitto in Via Teulada di fine anni ‘70, ma è negli anni ‘90 che finalmente decide di fare il salto - questo sì un effetto speciale - buttandosi sulla produzione di fiction seriale, dove può fare il capo dei capi e volare alto. Addirittura oltreoceano, a Nuova York, dove ogni tanto fa ancora una capatina per vedere a che punto è arrivato Nicholas Pileggi, autore e sceneggiatore di Quei Bravi Ragazzi, impegnato da anni a scrivere un blockbuster per l'ammiraglia di Mediaset, che finalmente affronta un tema inedito: la storia della mafia americana. A fare incontrare Valsecchi con Nicholas, pure neo vedovo di Nora Ephron, la regista delle commedie yankee in salsa rosa, ci ha pensato il proconsole dello spettacolo italiano a New York, Antonio Monda.
«I quattro centri di produzione Rai sono importanti, con studi, dotazioni, apparati, ma soprattutto professionalità che possono e debbono rendere più efficiente la produzione. È molto importante che questi centri vengano gestiti in maniera da garantire l’ottimizzazione delle risorse anche riportando all’interno attività prima gestite all’esterno», ha dichiarato qualche giorno fa a Repubblica il Direttore Generale di Viale Mazzini, Luigi Gubitosi.
Le intenzioni di Gubitosi sono quelle che qualunque manager normodotato avrebbe, arrivando in un’azienda come la Rai: «Perché abbiamo 11mila dipendenti e poi appaltiamo quasi tutto esternamente?». Questa di solito è la domanda che ogni nuova governance si pone nei primi cento giorni di insediamento. La risposta, di solito, arriva dopo altri cento giorni: «Perché fuori lo sanno fare meglio e costano meno».
Il problema non è certo di personale, che in Rai non manca, ma è l’organizzazione di lavoro. Le piccole o medie case di produzione sanno ottimizzare meglio i costi e le risorse. A viale Mazzini, ma come in Mediaset (che ha circa 6mila dipendenti e per il 2013 ha la stessa intenzione di produrre internamente), ancora esistono impostazioni di lavoro da era analogica e geologica. Ciò che manca è la flessibilità, mentale e di approccio al lavoro. Per quale ragione una delegazione Rai è in media tre volte superiore a quella di qualsiasi altra casa produzione, per coprire gli stessi eventi? E non voglio entrare poi nel merito della riuscita.
Oltre a sistemi produttivi antiquati, manca anche la creatività legata ai linguaggi moderni. Un piccolo esempio? Le grafiche e le sigle dei programmi Rai sono anni luce indietro rispetto a realtà ben più piccole e costano molto di più.
Quindi, ha sicuramente ragione Gubitosi ad augurarsi di sfruttare meglio le risorse interne, ma la vera sfida è di metterle in grado di lavorare al passo con i tempi, per dare vita a un prodotto competitivo e non obsoleto.
Quando uno diventa miliardario in Italia, arriva prima o poi il momento della crisi mistica. Soprattutto se ciò avviene prima dei 30 anni. Adriano Celentano e Beppe Grillo rientrano perfettamente in questa particolare categoria, ma anziché «giving back» - ovvero restituire denaro al Paese che ha permesso loro di diventare ricchi come fanno tutti i filantropi americani - rilanciano, imponendo il loro status di social guru annoiati. Di Grillo parleremo in un'altra occasione.
Su Celentano è interessante invece andare all'origine della sua parabola catodico-religiosa. È tutta colpa di Silvio Berlusconi, naturalmente. Sì, perché nel 1987 Sua Emittenza si pappa a suon di miliardi Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti, al termine di una campagna acquisti iniziata anni prima con Mike Bongiorno, Corrado e la coppia Vianello-Mondaini. La Rai si ritrova così senza star e corteggia il celentanoide, a cui non sembra vero di poter avere carta bianca per imbastire il suo Fantastico, ispirandosi ancora una volta al film Quinto Potere del 1975, che già aveva tentato maldestramente di imitare nel flop Joan Lui.
Biagio Agnes, direttore generale in quota DC-Ciriaco De Mita, lo accontenta vergognosamente su tutto e in particolare dice di «sì» a una clausola contrattuale pericolosissima, che costituirà un precedente per gli anni futuri: il divieto di replica e di estrapolazione di brani. Oltre a Celentano, la pretenderanno e imporranno con successo Roberto Benigni, Beppe Grillo, Fiorello e persino Nanni Moretti. Non tanto per la paura di finire decontestualizzati su Blob - anche se è esistita anche la clausola «anti-Blob» per qualche anno - ma per monetizzare meglio le proprie apparizioni tv, senza svalutarle con repliche su repliche. Il problema è che la tv basa la sua forza sul magazzino e se questi spettacoli - finanziati peraltro con soldi pubblici nel caso della Rai - non possono essere replicati, si capisce che il danno economico non è di quelli minimi.
Celentano e la sua sodale Claudia Mori hanno sempre prestato attenzione al portafoglio. Non deve quindi far gridare allo scandalo il debutto su Canale 5 dell'Adriano-padre-della-patria che già nel 1988 si esprimeva in maniera più che lusinghiera nei confronti di Silvio, interpellato da Giuliano Ferrara.
In effetti, senza l’aiuto del Cavaliere, Celentano non sarebbe potuto diventare anche il re di quell’Auditel drogato da regole stabilite da controllati che fanno anche i controllori.
Il mio inverno inizia quando in agenda, fra gli appuntamenti, segno i miei programmi televisivi preferiti. E quindi giovedi sera: XFactor. Per ora mi accontento dei provini, bastano per "prenotarmi" la serata in compagnia del divano, pizza e amici. Le prime immagini SkyUno le omaggia alle migliaia di persone che anche quest'anno hanno deciso di presentarsi alle selezioni ospitate dalle più importanti città italiane. Sul palco di XFactor sono pronti a salire tutti: improbabili cantanti come Avetik, «una voce bianca incompresa», la colf di mezza età stufa di usare il Viakal come microfono, la "casalinga di voghera" stanca di farsi dare della fallita dal marito, solo perché non ha il coraggio di affrontare un provino, la cyber-cantante una star sul web abile a fare di Youtube il suo palco, il ragazzo abruzzese incoraggiato da una voce simile a quella di Freddy Mercury (il suo idolo), ma quando salirà sul palco scoprirà di essere stato vittima di "bullismo" da parte dei suoi amici, Miss Italia, bella, ma la sua voce non ammalia quanto la sua bellezza e poi Morgan non è più single.
A giudicarli i giudici. I fantastici quattro. I Prescelti. Coloro che hanno la fortuna di sedere sulla sedia più invidiata dai loro colleghi. Arisa, "la novellina", nonostante la sua sia la (sola) seconda volta come giudice di XFactor, non per questo è disposta a fare "pippa", come suggerirebbe il suo cognome. Già dall'anno scorso è la gatta da pelare della Ventura, con abilità infatti è riuscita a creare una velata rivalità con Simona, con cui si diverte a battibeccare. La premio per il suo coraggio, per la cortesia nei giudizi anche in quelli brutti, non mi piace invece quando difende "la musica popolare" per partito preso, solo perché ha fatto Sanremo non si deve sentir chiamata in causa a difendere la categoria ogni qual volta salga sul palco qualcuno a cui piace altra musica. O no? Il pubblico che guarda XFactor è più eterogeneo di quanto si creda, qua non siamo mica su Rai1.
Morgan è "il monello", il pepe del programma, con i suoi giudizi per lo più impopolari anima il pubblico, regala ilarità, si contrappone alla figura di Elio, che rappresenta la saggezza. Trovo curioso, nonché astuto, il suo modo di fare il giudice: appare diplomatico e non sbraccia mai per farsi aprire il microfono, spesso però le sorti degli aspiranti cantanti dipendono dal suo giudizio. È geniale, ecco cosa ha in più di Morgan.
E poi c'è lei, la regina Simona, la corona se l'è fatta tatuare dietro il collo, non se l'è sentita di indossarla, il rischio che da un giorno a l'altro le potesse cadere è un prezzo troppo alto. La Ventura a XFactor è un’istituzione, si può dire che il programma ha sviluppato il suo carattere con lei e quando l'avevano sostituita il talent si era annacquato. Peccato che quest'anno i pregiudizi abbiano bussato alla sua porta e lei li abbia fatti entrare: è più credibile come giudice quando è obiettiva. Solo perché una ragazza scelga di presentarsi a un provino parrucchierata, truccata e magari il giorno prima le sia capitato tra le mani Vogue, non vuol dire che «si senta arrivata» o tanto meno non abbia una bella voce. Alla fine lo dice sempre anche lei: «Qui cerchiamo una pop-star». E allora ben vengano anche i “baracconi”.
Trilli
Non c’era bisogno dello straordinario risultato d’ascolto (8,9 milioni di spettatori la prima sera e 9,1 la seconda, anche se Mediaset ha incassato di meno per la poca pubblicità, ma Canale 5 ha recuperato fortemente sulla sua immagine), per capire che Rock Economy è stato un grande show e in alcuni momenti, imperdibile. La prima sera Adriano Celentano e Gianni Morandi con Scende la pioggia, La mezza luna, Ti penso e cambia il mondo, Women in love. E poi Adriano da solo: Prisencolinensinainciusol, strepitosa e trascinante. Si è spento il sole, L’emozione non ha voce, Pregherò, ovazione; pubblico in delirio.
Spettacolo bello e gradevolissimo. Coreografie semplici e indovinate; Lui dinoccolato ed elegante; la voce ha una grana che sembra ancora più bella; la scenografia del borgo antico è strepitosa, con effetti visivi di gran classe, ma poco utilizzata nella ripresa tv; ruggente lo spot della pantera nera. C’è solo una questione irrisolta che può sembrare contraddittoria: Celentano non sa fare il telepredicatore... se dobbiamo fare riferimento alla cultura americana che l’ha inventato e per come la storia delle grandi rockstar ce l’ha fatto ammirare.
Il predicatore è personaggio dall’oratoria travolgente, argomenta, semplificando questioni teologiche, sociali e politiche anche complesse con assoluta spregiudicatezza. È vero, le grandi rockstar hanno calato i propri concerti nel contesto politico del momento. Ma sono frasi taglienti, prese in giro al vetriolo del potere di turno, atteggiamenti provocatori e comportamenti scandalosi. Questi interventi politici sono però “siparietti” di passaggio tra una sequenza e la successiva.
Adriano non ha imparato la lezione. Lo si capisce subito il primo giorno, quando in sigla d’apertura (suggestiva e invitante, ripresa in volo, di sera, verso l’Arena) si sentono in sottofondo le tesi degli economisti sulla crisi. Parole al vento. Risulta chiaro quando assieme a Jean Paul Fitoussi (bella idea) ha invitato i giornalisti Stella e Rizzo (valenti personaggi in un talk, ma inutili pesci fuor d’acqua in un palco). Adriano non sa gestire l’incontro. Il momento si salva perché il francese (che ha indubbio carisma) capisce che invece di argomentare deve parlare per slogan («Viviamo in una quasi dittatura, i governi nazionali ormai obbediscono al Patto di stabilità invece che ai loro cittadini») Adriano non riesce a piazzare una “zampata”: è testimone di un monologo.
Dov’è finita la pantera nera ruggente? Morandi lo avverte «...il pubblico ti vuol sentire cantare...». Ci vogliono, come nel monologo che il pubblico ha contestato, minuti di silenzio e poi Celentano si accende di nuovo. Lui è un testone e nessuno dei suoi se la sente o non ha gli argomenti per farlo ragionare. Vuoi fare il predicatore (è ormai un suo segno distintivo dal 1987)? Parla di meno e soprattutto fatti capire. Non puoi fermare lo spettacolo. Dire alt alle emozioni che hai scatenato per imbastire un discorso sconclusionato come fossi all’osteria e avessi di fronte il tempo di una notte. Si riparte con il morale a terra. Si perde tutta la partecipazione che c’era stata fino a quel momento.
C’è un’ambiguità di fondo nelle contestazioni al Celentano predicatore, che vale la pena di approfondire. Che le proteste siano per i contenuti eretici o perché non gradite al potere. Non credo proprio. C’è protesta perché il pubblico non si diverte. Se Adriano fosse capace di essere ironico o pungente in poche battute, avrebbe gli stessi applausi di quando canta. E poi – te l’ho già detto – fatti capire Adriano, spiega che il Prodotto Interno Lordo (PIL) di un Paese non rappresenta più il benessere della gente, ma che la qualità della vita potrebbe essere misurata dalla felicità di ciascuno di noi. A questa filosofia di governo, i cui risultati s’individuano attraverso una complicata analisi matematica dei dati dell’economia nazionale, sono stati consegnati dei Premi Nobel.
È una questione seria, Adriano, non puoi trattarla così. Lo sconcerto e la rivoluzione che hai provocato nel 1987 portando sul palco dello spettacolo discorsi seri, è finito. Quella suggestione non c’è più nell’immaginario di oggi. Per andare avanti su questa strada devi essere chiaro quando parli. In termini di spettacolo ti manca un’invenzione. A parte questa riflessione, la sua intuizione di far sognare il pubblico da una parte (i duetti con Morandi, Si è spento il sole, L’emozione non ha voce, Pregherò) e dall’altra di cantare pezzi importanti del suo repertorio per collegarli al tema della recessione è riuscito molto bene (Svalutation, Il ragazzo della via Gluck, La cumbia di chi cambia, L’artigiano, Io sono un uomo libero). E questo è un gran goal da rockstar.
Nella seconda serata, quella di ieri, invece, Adriano ha dimostrato prima di tutto di essere un grande personaggio: «Ha fatto al meglio – ha detto Mogol – ciò che sa fare, cantando con misura le sue canzoni…» (Mondo in mi settima, Soli, Storie d’amore, ancora Il ragazzo della via Gluck, Azzurro). Un grande personaggio, un carisma straordinario che si sprigiona dalla sua storia di artista, campione d’incassi al cinema e nella musica per trent’anni; dal 1987 con fortuna alterna anche in tv.
Ieri sera adriano ha scommesso decisamente sulla musica e dalle 22.30 improvvisa la conduzione con Gianni Morandi con il quale incanta l’Arena di Verona (Sei rimasta sola, Ti penso e cambia il mondo, L’arcobaleno, Caruso) è tutto più friendly, spontaneo, a volte commovente, diretto. Ci teneva a tenere il punto sul messaggio: «l’Italia in rovina. Il tempo è maturo per riportare il nostro Paese alla sua antica bellezza. Ci daranno una mano anche i ricchi Leonardo Del Vecchio, Benetton, Prada e Berlusconi». Qui adriano fa tenerezza: è utopia, ignoranza, rivoluzione? Che cos’è?
Non importa, la gente lo ama e aspetta che canti, ma in termini di comunicazione è il punto più debole: il linguaggio non è il suo; il suo argomentare è prolisso e confuso, politicamente evanescente. Non colpisce al cuore. Gli spettatori non ci stanno. Protestano. Ma hanno pazienza, Celentano se lo può permettere e l’evento è un grande trionfo.
Mario Maffucci
Quando ero piccolo, ricordo che in casa girava una strana videocassetta con protagonista un certo Willie: il miglior amico dell’uomo. Willie, però, non era un cane, bensì un pene. Un pene antropomorfo, sempre pronto a dar fiato alla bocca con polemiche e battute ciniche, il più delle volte indirizzate al capoccia lassù, che pareva non trattare il suo amichetto con il dovuto rispetto. Wicked Willie era un personaggio simpatico, che smussava gli angoli di un argomento spigoloso, strappando un sorriso ai più grandi e instillando punti di domanda nei più piccoli.
È proprio a questo personaggio che istintivamente mi sono ritrovato a pensare, quando per la prima volta ho ascoltato Let’s Talk about Sex, la rubrica di 105&Friends nata ben quattro anni fa per portare l’argomento sesso on air. Così come per CSI Milano, di cui vi avevo parlato qualche post addietro, a tenere banco anche in questo caso c’è un esperto, un luminare, un genio, come lo etichettano i due di 105: Maurizio Bini.
Il professor Bini, sessuologo, è una di quelle persone che, lo dico senza esagerare, non solo ti tiene incollato ad ascoltarlo per ore, ma che avrebbe argomenti con cui intrattenerti addirittura per giorni. Ma, soprattutto, assieme ai due speaker Tony e Ross il dott. Bini riesce a raggiungere un connubio perfetto fra lezione universitaria e goliardia da bar: in un momento ci sentiamo in aula, mentre il prof. distingue uomini e donne identificandoli rispettivamente come “portatori di pene” e “portatrici di vagina”; il secondo dopo, tra risate soffocate, si scherza sulle dimensioni del pene di John Holmes e poi di nuovo fra i banchi di scuola, per imparare che ci sono delle popolazioni che considerano le mestruazioni come simbolo di infertilità. Già solo tutto questo di carne al fuoco ne mette tanta, e a me non resta che invitarvi ad ascoltare i meravigliosi podcast del programma che trovate qui.
Un suggerimento: anche se la nuova edizione della rubrica non è ancora ripartita, 105 ci mette a disposizione un archivio sterminato, che risale addirittura alla prima puntata, targata 2008. Ascoltate, prendete appunti e preparatevi al ritorno, si spera imminente, del dott. Bini on air.












