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Marco Mengoni non ha vinto l’Eurovision Song Contest. L’italiano Mengoni, che non ha venduto milioni di dischi, ma con il suo ultimo album, forte della vittoria al Festival di Sanremo, è stato solo una settimana al primo posto in classifica (praticamente lo stesso risultato lo hanno ottenuto i Gemelli Diversi con un centesimo della pubblicità che ha avuto Mengoni) se l'è giocata contro la russa Dina Garipova, gli albanesi Adrian Lulgjuraj & Bledar Sejko, il romeno Cezar, il belga Roberto Bellarosa e la Sanmarinese Valentina Monetta. L’entusiasmo ha attraversando l’intero Paese: persino Adriano Celentano, che non parla mai, ha misteriosamente rotto il suo silenzio, oltre che per parlare di politica, anche per sostenere Mengoni. Vallo a capire perché. Anche Bocelli e pure Pupo volevano che vincesse Mengoni. La discografia italiana sembrava risollevarsi all'ipotesi che Mengoni sul palco dell’Eurosong avrebbe stracciato Nodi Tatishvili & Sophie Gelovani, che sono i famosissimi rappresentanti della Georgia. Invece è arrivato solo settimo, un flop: dietro la vincitrice danese Emmelie de Forest, l'azero Farid Mammadov, l'ucraina Zlata Ognevich, la norvegese Margaret Berger, la greca Koza Mostra. Altro che Bruce Springsteen, i Coldplay e Lady Gaga.
Peter Parker
Vivo la vicenda de La storia siamo noi con un certo malessere. Parto con il dire che è uno dei miei programmi preferiti e che Giovanni Minoli è uno dei migliori professionisti della tv pubblica. Fatta questa premessa per fugare ogni dubbio, però, credo che in questa storia ci siano tutti i tratti del malcostume italiano. I fatti: la Rai ha annunciato che il contratto con Giovanni Minoli è scaduto, che il giornalista è in pensione e che quindi non verrà rinnovato. Il programma, invece, rimarrà in Rai gestito da altri. Scelta editoriale condivisibile o meno, soprattutto se la regola della pensione non è applicata a Bruno Vespa e a Piero Angela, ma, ripeto, rispetto la scelta editoriale dell’azienda.
All’annuncio della notizia, com’era successo per Miss Italia (nessuno si scandalizzi per il paragone), è partita la gara tra i politici, di destra e di sinistra, per rilasciare dichiarazioni in difesa del giornalista e della trasmissione, con interrogazioni parlamentari spese come noccioline. Ecco, ciò che mi provoca malessere è questa continua, inutile, dispendiosa, ingerenza della politica nelle scelte del management di Viale Mazzini.
Quando questa pessima abitudine passerà mai? In ogni Paese civile i manager della televisione pubblica vengono scelti in base ai loro meriti professionali e non per tessera di partito, come per esempio capita nella BBC inglese. Non solo, per tutta la durata del loro mandato nessuno si permette di interferire con strumenti parlamentari, anche perché i cittadini inglesi chiederebbero la rimozione dei parlamentari, che perdono tempo e soldi occupandosi di cose che non li compete, come la gestione dei palinsesti televisivi. Alla fine del mandato l’operato di questi manager viene valutato con criteri oggettivi (share, raccolta pubblicitaria, sviluppo editoriale, coerenza con la funzione di servizio pubblico) e solo in caso di bocciatura in base a questi criteri i manager non vengono rinnovati e si cambia. Solo in casi gravi (scandali, corruzione, inadempienze) i vertici sono rimossi dai loro ruoli.
Cosa abbiamo fatto noi di male per non meritarci una gestione del genere? Quante altre inutili interrogazioni parlamentari dovremo subire?
In una conferenza stampa di fuoco, l’organizzatrice di Miss Italia, Patrizia Mirigliani, ha puntato il dito contro i vertici Rai, rei di non averla avvisata per tempo della cancellazione del concorso di bellezza dai palinsesti di autunno. Mirigliani accusa: «Per quale motivo la scelta di interrompere Miss Italia è stata comunicata a Lucio Presta, che non ha titolo per raccogliere una comunicazione così importante, pur essendo un interlocutore della Rai? Per quale motivo, soprattutto, la manifestazione è stata tagliata? La Rai deve spiegare la sua scelta», tira fuori le unghie. «Come mai non ha chiarito subito la sua decisione? Avrei meritato da donna e da professionista un incontro con la Rai durante il quale avremmo potuto fare il punto sulla linea editoriale e sui costi». Fin qui quasi tutto legittimo, Mirigliani chiede un po’ più di rispetto, visto che prima suo padre e poi lei per 25 anni hanno avuto rapporti con la tv pubblica, quindi un po’ più di “tatto” forse ci poteva stare. Fin qui tutto a posto, dicevamo, perché oltre inizia la farsa.
Il contratto tra Rai e Mirigliani, però, è scaduto con l’edizione dell’anno scorso e quindi, in tempi di crisi come questi, non si capisce come la signora desse per scontato il rinnovo. Tanto più che con il cambio di dirigenza era chiaro a tutti che il vento tirava da un'altra parte e soprattutto il presidente Tarantola più volte aveva manifestato insofferenza per il concorso di bellezza, considerato anacronistico dal punto di vista editoriale. È evidente che qualsiasi azienda non sia tenuta a dare troppe spiegazioni ai suoi fornitori in caso di mancato rinnovo, poi sta alla sensibilità di ognuno.
Ma la farsa non si limita alla pretesa della signora Mirigliani, che reputa il suo concorso di bellezza un «patrimonio» di questo Paese (finché lo pensa lei della sua creatura ci può anche stare), purtroppo la pensa così anche il suo avvocato, Carlo Rienzi, presidente del Codacons (Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell'Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori) che arringa: «L'unica spiegazione alla scelta della Rai è arrivata proprio ieri. In una mail Giancarlo Leone (direttore di Rai1) sottolinea come Miss Italia “non sia coerente con i progetti di rete”. Ma non capiamo cosa ciò significhi». Avvocato, quale parte della mail non le è chiara?
Ma il meglio, come spesso capita in Italia, arriva dalla politica. Infatti, la senatrice del PD Silvana Amati ha annunciato che presenterà un'interrogazione parlamentare al ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato: «Credo - spiega Amati - che sia giusto capire il motivo della scelta, sia per l'importanza storica della kermesse, sia per le campagne sociali che Miss Italia ha condotto». E qui la farsa è completa. Cara senatrice, ci faccia il piacere, eviti questa orrenda figuraccia nello sprecare il suo tempo (e quindi i nostri soldi) per un’azione del genere. Sarebbe davvero deprimente per un Paese che fa già molta fatica a recuperare la propria dignità.
Da anni RadioRai ha appaltato la divulgazione del rock a Silvia Boschero. Per un’ora e mezza, dal lunedì al giovedì, la giornalista dell’Unità conduce una trasmissione intitolata Moby Dick su Radio2. Non è questa la sede per chiedersi se sia un programma brutto o bello, ben fatto o meno. La Boschero è certamente esperta di musica, lo è da anni, ma è veramente curioso come alcuni stereotipi siano da anni radicati in Rai. Tra i requisiti per essere giudicati esperti di rock c'è che si scriva su un giornale di sinistra, e l’Unità in questo senso è un perfetto requisito.
È uno stereotipo, ma funziona così. Ripeto, non ce l’ho con la Boschero, mi incuriosisce però il criterio con cui RadioRai, che fino a qualche anno fa faceva un programma come Raistereonotte in cui turnavano i migliori esperti di ogni singolo settore musicale (parliamo di Ernesto Assante, Alberto Castelli, Giampiero Vigorito, Enrico Sisti, Stefano Mannucci, Giuseppe Carboni, Stefano Bonagura, Paolo De Bernardin, tanto per intenderci) adesso si accontenti praticamente di una voce sola, quella della Boschero. Che può fare il bello e il cattivo tempo a seconda dei suoi gusti musicali, opinabili. Poiché è di sinistra, poi, può permettersi anche di stroncare sul suo giornale prodotti della stessa azienda che la paga: è stato divertente vedere le martellate violentissime che la Boschero ha riservato al Concertone del Primo Maggio (trasmesso dalla Rai), di cui pure era conduttrice nella versione radiofonica (in esclusiva su Radio2, appunto). La libertà di opinione, certo. D’ora in poi, dunque, potrebbe accadere che Raffaella Carrà parli male di The Voice, Fabio Fazio di Che tempo che fa e Francesco Giorgino parli male del Tg1. Liberi tutti secondo la legge Boschero, anche detta «famo come ce pare». Basta saperlo.
Peter Parker
L'hanno pompata tantissimo, chissà se lo merita, mi dicevo. La fiction Una mamma imperfetta, di Ivan Cotroneo, in onda sul sito del Corriere, non è niente male. I dialoghi non sono quelli delle amiche di Sex and the city, anche se le quattro amiche mamme al tavolo del bar un po' le scimmiottano. A proposito: il cappuccino dopo aver lasciato i figli a scuola? Ma che davvero ce la fanno? Altre mamme che vivono sempre a Roma non ce la fanno per niente, anzi, e poi a lasciare i figli a scuola vanno spesso i mariti perché le mamme, dopo aver preparato colazioni e bambini, sono ancora in pigiama al momento di uscire.
La storia è semplicemente quella delle mamme, le mamme quelle che si corre e non si arriva mai. Il completino di calcetto del bambino rimasto nella borsa, non lavato, fino alla lezione successiva: a chi non è capitato? La tintoria? La riunione di lavoro fissata da un capo maschio alle 18 quando è troppo tardi, non ce la farò mai, non arriverò mai in tempo a casa per la cena dei bambini, e chi ci mando allora? Per ora la frase più bella ascoltata dalla mamma Chiara, la protagonista, è: «Perché mi sento in colpa se non ho fatto il cambio di stagione?». Bella domanda. Se ne riparlerà di sicuro. Intanto, nota di colore: il capitolo sul marito è arrivato alla quarta puntata. Quarta, capito? Chiediamoci perché non è poi così strano. O lo è?
Doveva rimanere un segreto, si erano presi tutti gli accorgimenti del caso, ma noi di TVZOOM siamo venuti a sapere che Rai1 sta testando un nuovo access prime time, da alternare alla corazzata Affari Tuoi e ai Soliti ignoti. Il nuovo format dovrebbe intitolarsi La Cosa e consiste in un gruppo di concorrenti che devono individuare un oggetto misterioso. Al momento non abbiamo dettagli, a parte che la rete sta valutando le puntate pilota appena registrate. Tra i conduttori testati ci dovrebbe essere anche l’inossidabile Claudio Lippi, molto amato dal pubblico dell’ammiraglia di Viale Mazzini. Il programma è prodotto dalla nuova società di Marco Bassetti, Ambra Multimedia.
Hannibal
Per chi pensa ancora che Twitter conti davvero qualcosa, se non nell’autoreferenziale mondo di chi si scrive e di chi si legge, una minoranza inferiore a quella dei tifosi dell’Atalanta a Roma, osservi attentamente gli ascolti della prima puntata di Celi Mio Marito, la striscia che il direttore di Rai3, Andrea Vianello, ha deciso di affidare a Lia Celi, blogger, questo il mestiere che ha fatto scattare la scintilla in chi ha avuto l’idea di proporle questo spazio sulla rete pubblica. Il programma, a giudizio di chi scrive, è obbrobrioso, non ha senso, lei fa la comica e non lo è, parla di scarpe e di orti verticali. E soprattutto di Twitter, come se alla gente gliene fregasse davvero qualcosa.
Sapete a quanti gliene frega? Al 3,41% degli italiani, come lo share cui è stata condannata la puntata d’esordio del programma. Il programma in onda prima, Blob, ha fatto registrare 1.338.000 spettatori con il 5,70% di share, quello successivo, Un posto al sole, è risalito a 2.201 mila spettatori con il 7,95%. Praticamente il pubblico ha rifiutato questa proposta assurda. Per dire, a quell’ora persino Tempesta d’amore su Rete4 ha totalizzato quasi il doppio di spettatori e Otto e mezzo su La7 ne ha totalizzati quasi 2 milioni. Ecco, il risultato di Twitter sta tutto in quel 3,41%, 854.000 spettatori, un po’ più dei 50mila follower di Lia Celi.
Peter Parker
Questa mattina la direzione generale Rai, ovvero Luigi Gubitosi, ha dichiarato all’Ansa che: «C’è grande irritazione per quanto accaduto durante il collegamento in diretta con il matrimonio di Valeria Marini, nel corso di Domenica In - Così è la vita. Il dg starebbe meditando la sostituzione dei dirigenti responsabili del programma». Per chi si fosse perso il casus belli, durante il collegamento con la chiesa dove la Marini stava convolando a nozze con Giovanni Cottone, un bodyguard impegnato a impedire l’ingresso di fotografi, telecamere e curiosi, ha bestemmiato in stereofonia nel pomeriggio domenicale di Rai1 e sul sagrato dell’Ara Coeli. Così oggi il direttore generale dichiara di essere infastidito e di voler rimuovere il dirigente di Viale Mazzini.
A questo punto la domanda è: Gubitosi è irritato per l’ora di diretta del matrimonio di una showgirl o per la bestemmia? La cosa non è chiara e in entrambi i casi trovo la querelle piuttosto ipocrita. Premetto che trovo aberrante sprecare un’ora di televisione di Stato per le nozze di una soubrette, ma evidentemente la maggior parte degli italiani non la pensano come me, visto l’ottimo risultato di ascolto. Quindi, chi ha preso la decisione dal punto di vista televisivo ha avuto ragione. Piaccia o no. Poi, se volete discutiamo sull’opportunità del servizio pubblico, ma non si può criticare il 3% di TuttoDante di Roberto Benigni e contemporaneamente le nozze trash della Marini al 20%. O una o l’altra.
Se invece Gubitosi è irritato per la bestemmia che ha tuonato nelle case degli italiani, non vedo cosa c’entri il dirigente Rai che vuole silurare. In diretta tutto può accadere e né il conduttore né l’inviata potevano prevedere la maleducazione del nerboruto bodyguard e la sua ignoranza nel pronunciare un’imprecazione del genere sulla porta di una Basilica.
La mia impressone è che se non ci fosse stata la bestemmia tutti avrebbero fatto i complimenti a quel manager, che ora rischia il posto, per gli ottimi ascolti e la «felice» intuizione.
Connessione e commistione. Ma con qualità e professionalità. Questo libro, non è di fresca uscita, parliamo comunque di mesi e non di anni. Eppure la sua attualità è imbarazzante. E mi riferisco alla connessione di informazione e partecipazione tra tv e rete. È di pochi giorni fa la nota in cui si annuncia “La prossima rivoluzione nel mondo creativo e digitale” su cui ultimamente la Commissione Ue sta lavorando per avere una “rapida convergenza” tra i media con norme comuni. Dunque. L’Informazione connessa – Giornalismo, tecnologia e valore di mercato (Curcio Editore. Euro 3,90 per 215 pagg.), comprende un mondo. O meglio è un mondo. In continua evoluzione. L’universo che si sta interconnettendo sempre di più. Facciamo un passo indietro.
Quando mi è arrivato per e-mail questo e-book, mi ha fatto un effetto strano. Voglio dire, ormai siamo sempre più internauti, emancipati davanti alle tastiere e agli schermi che si toccano e ci immergiamo in nuovi mondi con sfondi sempre più equivalenti alla realtà. Ma l’odore del libro, quello, nonostante non sia della generazione diGaribaldi, faccio fatica a farne a meno. Ma per L’Informazione Connessa di Antonio Pascotto, giornalista e mezzobusto del Tg4prima e ora caporedattore del politico a Tgcom24, il canale AllNewsdi Mediaset, ammetto che è stata un’avventura piacevole. Mi ha aperto un universo. Non solo perché da oggi non eviterò a priori gli e-book. L’universo nuovo è il racconto di un’informazione e comunicazione in evoluzione, di nuovi linguaggi, retificata e connessa a più network. E poi il valore di mercato, i tagli che si combattono cavalcando l’innovazione. Ecco la novità. La visione positiva della commistione e sinergia della comunicazione in nome del miglior modo di dare la notizia.
Così nei vari argomenti. Nella comunicazione di massa, nelle analisi e spunti di riflessione su quello che un giorno era il futuro dell’informazione e che oggi è l’informazione. Si parla di interazioni, dell’evolversi che c’è stata e c’è (e ci sarà) del giornalismo, finanche ad arrivare a chiedersi se tra web, ricerca di notizie e robot inventati appositamente per individuare la notizia più ghiotta al lettore - e pure verificarla – la professione avrà ancora un futuro. E poi, la zona sociale della comunicazione legata al bisogno di informarsi. È un viaggio nell’informazione 2.0 ma anche in 3D, in senso lato, senza vincitori né vinti. Anzi, tenendo presente le differenti inclinazioni che tutte le medaglie hanno, la risposta è sempre nella trasformazione positiva. Per informare meglio bisogna essere più preparati. Tutto qua. «La professione, invece, proprio grazie alle tecnologie, ha un’occasione da non perdere: riaffermare la propria qualità».
Parole semplici che tranquillizzano – almeno per coloro che questo mestiere lo vogliono fare davvero e con serietà - in un mondo di nomi contratti o definizioni d’oltremanica, che comunque in una giusta proporzione non mancano. Un volume completo e chiaro, fatto da chi è “sul pezzo”, come si dice in gergo. Da chi tutti i giorni racconta notizie. Un testo che racconta il cambiamento con spiegazioni, citazioni e nozioni pratiche. Per chi ha voglia non solo di mettere in discussione sempre e tutto ad ogni costo comunque, nella malattia del giudizio a oltranza. Ma per chi ha voglia di imparare. La trasformazione del linguaggio della carta stampata, radio, televisione, blog, web, piattaforme varie, tablet, smatphone fino citizen journalism (You Reporter, per intenderci). E non c’è l’idea disgregante delle notizie ma della collaborazione, dell’incontro, del dialogo. Non c’è la notizia più vera. C’è la notizia. Si parla dell’abc, dalla ricerca di quest’ultima, si portano esempi di cose accadute e di come sono state trattate, in tv – soprattutto, che è questo che chiaramente ci interessa in questo spazio. Fino alla frantumazione digitale. Nel filo invisibile di una rete moderna e convivibile. L’informazione, appunto, connessa.
twitter@erikabrb
Ieri Enrico Mentana ha twittato la notizia della morte di Fabri Fibra, scatenando il panico tra le redazioni, i twittaroli e i fan del rapper. Se un direttore di tg, il più celebrato e osannato direttore dei telegiornali nazionali, strapagato, twitta una notizia così delicata, l'avrà verificata. Invece no, un falso totale. La notizia si basava su una topica colossale: Fibra, nel 2006, cioè 7 anni fa, ha realizzato un famoso video del brano Mal di stomaco, in cui all'inizio ha inserito finti tg che davano la notizia della sua morte. Di quel video se n'era parlato moltissimo all'epoca dell'uscita, ma Mentana, evidentemente, anche a giudicare dalla decisione di non dare alcuno spazio agli spettacoli nei suoi tg, non è un esperto di musica. L'interpretazione istintiva è che Mentana ieri si sia imbattuto nella visione del video, non abbia capito e abbia twittato pensando di fare uno scoop. Senza verificare. Il che è gravissimo per tutti i giornalisti, figuriamoci per un maestro come lui.
Mentana l'ha spiegata su twitter in modo diverso: ha detto che gli hanno rubato lo smartphone e gli hanno fatto uno scherzo. Poi ha rimosso il twitter dicendo che ha "sistemato" l'autore dello scherzo. Difficile capire come siano andate davvero le cose. Chissenefrega. Quel che ci interessa è che resta il fatto che il tweet ha gettato nel panico, vista la fonte, il mondo dello spettacolo. Oggi i giornali non sono usciti, sui siti si trova traccia della toppa, ma poco, per esempio Dagospia neanche la riporta eppure è sempre attento a vicende come questa. Domani vedremo i giornali, campioni di verità: avranno il coraggio di scriverlo? Secondo noi, no. Ma aspettiamo, la speranza è l'ultima a morire.
Peter Parker
Ha ragione Riccardo Bocca nel denunciare con ironia un po’ amara (L’Espresso 19 aprile) il disinteresse della critica nei confronti di programmi come Uno mattina in famiglia, che da anni accende il weekend televisivo di Rai1. Quando una proposta, che da quasi vent’anni è l’appuntamento abituale dei telespettatori non solo non si logora, ma aumenta i suoi ascolti, come nell’anno in corso, vuol dire che il programma fa tendenza: prima parte dalle 7 alle 8, 30% di share; seconda parte dalle 8.20 alle 10.05 il sabato e alle 9.30 la domenica tra il 27% e il 29% di share. Questo fenomeno, per chi fa l’osservatore della cronaca televisiva, dovrebbe essere segnalato perché è una notizia, in un quadro generale dei programmi per altro non esaltante.
Che poi il lavoro del gruppo non abbia riscontri in Azienda, ahimè, fa parte di un costume di lavoro che, una volta, era diverso. È il ritmo che impagina il programma: a una prima lettura, la successione degli argomenti e dei personaggi può sembrare casuale; Uno mattina in famiglia è invece un format confezionato con sapienza e leggerezza, ma soprattutto curato nei minimi particolari. Anche gli “stacchi” sono gradevoli, belli da vedersi, incantevoli panorami mozzafiato nei quali campeggiano divertiti Tiberio Timperi e Miriam Leone. Eventi culturali, luoghi della bellezza, la condizione sociale delle nostre famiglie, come la ricerca di come uscire dalla crisi, sono impaginate con la memoria del grande spettacolo e dal ricordo degli artisti che hanno segnato la nostra epoca (da Gassman a Giorgio Gaber, da Nureyev a Verdi, da Totò a Sofia Loren).
Un intrattenimento garbato, finalmente in sintonia con le atmosfere psicologiche dei giorni e delle ore in cui va in onda, piacere che la tv di oggi non sempre concede. I momenti imperdibili per me sono l’appuntamento con Gianni Ippoliti (smontaggio della comunicazione sul mondo dei VIP e dei para-Vip), quello con l’uso corretto della lingua italiana tenuto dal Professor Francesco Sabatini, Presidente Emerito della Accademia della Crusca, studioso che è diventato un’autentica icona pop e il confronto con gli allievi dei conservatori in gara fra loro: musica non banale eseguita con trepidazione ed energia. Quindi niente di mirabolante, ma servizi e sequenze ben confezionate, offerte con competenza e brio. Lo studio, in genere, è frequentato bene, nel senso che non si incontra il circo mediatico dei così detti opinionisti. Le presenze sono, come si dice, di peso (Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Lina Wertmuller, Ennio Morricone, grandi firme del giornalismo o semplici testimoni della vita quotidiana). Bravi e puntuali Timperi e la Leone. Molto bravi gli autori. Una bella occasione per incominciare bene il fine settimana. Il “maestro” è Michele Guardì. Dirige la redazione Giovanni Taglialavori.
Mario Maffucci
Nei giorni scorsi Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, dopo l'annuncio della perdita di 287 milioni di euro da parte del gruppo, ha chiesto l’intervento della politica per la sua azienda. Tralasciando il fatto che dalla legge Mammì alla legge Gasparri, dall'aumento dell'Iva per Sky all'obbligo del tetto di raccolta pubblicitaria per la Rai, dai decoder digitali al salvataggio di Rete4 a discapito di Europa7, la politica ha già fatto molto per Mediaset, tralasciando tutto questo, la domanda è un'altra: perché?
Perché l'azienda di proprietà del leader politico, Silvio Berlusconi, che da vent'anni professa il liberismo, non come filosofia economica, ma quasi come una religione, dovrebbe non rispettare le leggi di mercato e chiedere assistenza alla politica e allo Stato?
Questa crisi epocale ci ha amaramente insegnato che ogni giorno chiudono 34 aziende private, strozzate dal calo dei consumi, per quale motivo allora se Mediaset non riesce a stare sul mercato dovrebbe ricevere aiuti statali? Questo non è liberismo, ma assistenzialismo, roba da comunisti. Ditelo a Fedele Confalonieri.
C'è qualcosa che accomuna il ventennio berlusconiano al nascente Movimento 5 Stelle: l'uso della televisione. È paradossale, ma è così. Silvio Berlusconi attraverso le televisioni, di sua proprietà, è riuscito a imporre il proprio modello commerciale. Beppe Grillo, personaggio nato dalla televisione, ora usa lo stesso mezzo, demonizzandolo, e spingendo il popolo dei grillini a liberarsene. In realtà Grillo è il figlio illegittimo proprio del berlusconismo. ll reality che diventa streaming. La verità che viene filtrata attraverso la Rete. Milena Gabanelli e Gino Strada proposti come Presidenti della Repubblica, non sono altro che la nuova frontiera del social-tele-populismo.
Berlusconi ha usato la televisione per omologare gli italiani, Grillo ora la usa facendo credere che ci sia una strada per uscire fuori dalla omologazione. Ma basta poco. Una foto. Un’immagine. Una frase fuori posto. Ed ecco che comincia a intravedersi la triste realtà. La Lombardi che chiede consigli alla Rete su come deve rendicontare le ricevute perdute. La Lombardi che parla di fascismo buono. La Lombardi che conosce poco la Costituzione. Oppure la foto di Crimi che dorme in prima classe, lui spudorato nemico dell'Alta velocità. Tutto finisce nel calderone dei media. La televisione, purtroppo, è come il potere, logora chi non ce l'ha. Questo Berlusconi lo sa bene. Grillo ancora non l'ha capito.
Vitangelo Moscarda
Mi sono perso per un po' di tempo. In questo periodo ho dormito, poca tv, pochi film, pochi documentari. Ma una cosa l’ho vista, l’ho rivista e la vedrei continuamente senza mai annoiarmi. Il Testimonedi Pif (in onda su Mtv) è senza alcun dubbio il programma dell’anno. Lo so, lo dicono tutti, ma quando un programma è ben fatto, va urlato. Il mio è un giudizio da fan, da spettatore onnivoro che pagherebbe soldi la sera per vedere sempre qualcosa in grado di accendermi la testa. Pif ci riesce, fa le domande giuste, riflessioni semplici e corrette, scelta dei temi leggeri e a volte tosti. Un vero programma da servizio pubblico, quello per cui sarebbe un piacere pagare il canone. Da questa notte saprò cosa guardarmi, grazie a Dio esiste MySky.
Ps: Propongo una maratona Il Testimone per celebrare Pif come il nuovo Sergio Zavoli del terzo millennio… vabbè, forse ho esagerato, però guardatelo!
Plagio7: TVZOOM è il giornale sulla televisione più copiato. Loro non ci citano? E noi citiamo loro
NOI
Pubblicato da TVZOOM il 21 aprile 2013
LUCIO PRESTA E L’ESTREMO TENTATIVO DI SALVARE MISS ITALIA
Ore 18 di venerdì 19 aprile, nei corridoi di Viale Mazzini compare Lucio Presta, atteso per un incontro al vertice con il Direttore Generale della Rai Gubitosi, il direttore di Rai1 Giancarlo Leone e Antonio Azzalini, responsabile dell’Intrattenimento della tv pubblica. L’agente cosentino è venuto per perorare la causa di Miss Italia, di cui è stato l’anno scorso consulente artistico: un estremo tentativo per salvare il concorso di bellezza di Patrizia Mirigliani. Presta le prova tutte, cerca strenuamente di salvare il programma, che i vertici hanno da tempo deciso di non inserire nei palinsesti autunnali. L’agente-produttore prova a convincere i manager che ha davanti, ma deve scontrarsi con un muro insormontabile.
Gubitosi è chiarissimo: il concorso costa troppo per la politica di spending review che l’azienda sta mettendo in atto, non ha ancora una sede (Montecatini Terme non ha riconfermato il contratto alla Mirigiliani) e, soprattutto, non rientra nella linea editoriale dettata dal Presidente Anna Maria Tarantola. Non c’è niente da fare: Miss Italia quest’anno, dopo un quarto di secolo, non andrà in onda su Rai1.
Chiuso l’argomento, però, i tre dirigenti di Viale Mazzini chiedono a Presta alcune proposte per riempire quegli spazi lasciati liberi dal concorso, e l’agente fra pochi giorni presenterà alcune idee di format da realizzare low budget. C’è da giurarci che, per comprimere ancora di più i costi, rimanendo in famiglia, la conduzione potrebbe essere affidata a Paola Perego. Staremo a vedere.
Hannibal
LORO
Pubblicato da “Libero” il 23 aprile 2013
GILETTI RESTA, LIORNI RISCHIA. E OCCHIO ALLA PEREGO
... Da Miss Italia arriva una delle poche certezze: non andrà in onda su Raiuno. In Viale Mazzini si sapeva da tempo gennaio 2013, per essere precisi che il concorso di bellezza, dopo circa venticinque anni, sarebbe rimasto ai box. I motivi? Innanzitutto, il terremoto in corso, dettato anche dalla generale politica di spending review attuata da mamma Rai, e poi il fatto che Miss Italia non ha ancora una sede. Il comune di Montecatini Terme non ha confermato almeno per ora la firma del contratto con la Miren di Patrizia Mirigliani. Niente da fare, dunque. Pare che al «salvatore della patria» Lucio Presta intravisto in Viale Mazzini per difendere gli interessi di Miss Italia sia stato chiesto piuttosto di iniziare a pensare a qualche proposta per riempire il vuoto lasciato dalla più bella del Paese. E il suo pensiero dicono è immediatamente volato alla dolce metà Paola Perego.
Antonella Luppoli
Anni fa era un tormentone, quasi un intercalare: «Ma parla come mangi». Oggi lo urliamo in faccia a chi ha portato The Voice of Italy in Italia. Non so voi, ma tutti questi termini inglesi, coach, battles, blinds audition: tradurli per favore, tradurli e con urgenza. Continuare a usarli in originale sa tanto di «non avevo abbastanza fantasia», oppure ne avevo, ma «mi faceva più figo così». Figo un corno. Piuttosto, ridicolo?
Da cittadino italiano chiedo e pretendo le dimissioni in blocco di Giancarlo Leone, direttore di Rai1, di Mario Orfeo, direttore del Tg1, e di Bruno Vespa, conduttore di Porta a Porta. Mentre tutto il mondo è con gli occhi puntati su Boston, sulla terribile strage che riporta il mondo all’angoscia di dodici anni fa, la prima rete della tv di Stato trasmette una puntata registrata del talk show Porta a Porta, dove si parla del solito teatrino della politica italiana, risultando non solo patetica rispetto alle vicende mondiali, ma anche fastidiosa per insensatezza e stupidità. E questo lo osano chiamare Servizio Pubblico?
Dov’è il direttore di rete, che fino a oggi ho stimato come uno dei migliori professionisti in circolazione? Dov’è il direttore del più importante telegiornale italiano? Dov’è la tv pubblica che per decenni nel secolo scorso è stata l’azienda culturale più importante di questo Paese, ma che oggi sembra solo capace di sfornare inutili show e patetiche fiction?
Le bombe di Boston hanno inconsapevolmente messo a nudo la terribile e assurda antichità del sistema televisivo pubblico italiano. E nessuno domani osi nascondersi dietro l’ottimo lavoro della piccola, ma dignitosa, Rainews.
Partiamo dalla fine, da 2 produzioni di Rai1: Red or black? eAltrimenti ci arrabbiamo. Due Flop. Che cosa hanno in comune? La produzione: Magnolia. Chiaramente Magnolia ha un curriculum pieno di ottimi prodotti: L’isola dei famosi è stato uno dei reality più divertenti mai fatti, XFactor resta uno dei migliori se non il migliore talent realizzato in Italia e Pechino Express mi ha entusiasmato, aspetto la seconda edizione. Non parlo di MasterChef, perché secondo me è il miglior programma dell'anno.
Per anni, durante l'epoca del berlusconismo sfrenato, Magnolia ha subito una sorta di boicottaggio da parte dei due maggiori network, per via delle posizioni non proprio ortodosse dell’ex gran capo,Giorgio Gori, rispetto alla famiglia Berlusconi. In Mediaset non entravano e in Rai avevano come unica sponda l’ex direttore di Rai2 Marano. E qui sono stati bravi a sopravvivere cercando nuovi spazi in Sky, su Discovery e sul digitale in genere e lavorando su importanti produzioni con La7. Quindi, lo dico subito che non è un attacco a professionisti come Francesca Canetta, Ilaria Dalla Tana e via dicendo, ma qualcosa non mi torna.
Improvvisamente, non appena il gran capo Gori con una email indirizzata a tutti coloro che bazzicano nel campo televisivo annuncia la sua discesa in campo con Matteo Renzi, ecco che Magnolia acchiappa programmi. Sarà un caso? Certo che gli spazi su Rai1 di Red or Black? o Altrimenti ci arrabbiamo potevano spalancare le porte a nuovi progetti innovativi. Certo, qualcuno dirà che avendo chiuso L’Isola dei famosi si doveva pur risarcire la società. E io qui non sono d'accordo, come contribuente e abbonato Rai mi aspetto che questo benedetto bilancino con cui le maggiori produzioni si spartiscono i budget della nostra tv pubblica, finisca al più presto. Ma siccome non sono più giovane e mi ricordo che un signore della Prima Repubblica diceva: «A pensar male si fa peccato, ma molte volte ci si azzecca», voglio sperare che il vento nuovo che spira in Italia e di cui Renzi è artefice (l'ho pure votato alle Primarie del Pd) non si areni su produzioni televisive di cui francamente non ne sentiamo il bisogno.
Hannibal
Sulla polemica Roberto Benigni-Divina Commedia-televisione vorrei lanciare un appello: liberate Benigni! I fatti li conoscete meglio di me: il TuttoDante, lettura della Divina Commedia di Roberto Benigni su Rai2, è un disastro in termini di ascolti. Un danno sciocco per Benigni, per la sua immagine e per il suo talento. Le polemiche sono state molte sul perché e il per come la Rai abbia accettato questa operazione. Quello che però vorrei far rilevare è che la televisione a Benigni fa più male che bene e probabilmente il modo in cui Benigni viene gestito a livello televisivo è deleterio per lui. Non voglio entrare in polemica con il suo manager Lucio Presta, che ha il grande merito di diventare amico di tutti i direttori generali della Rai e di quasi tutti i giornalisti di destra e sinistra.
Però va detto che è ormai da 15 anni, più o meno da dopo il successo della Vita è bella, che Benigni continua a essere sovraesposto televisivamente con operazioni discutibili. Va bene: la lettura di Dante è stata una bella idea, ha avuto grandi meriti e successi, ma a un certo punto un manager di buon senso avrebbe dovuto consigliare al suo cliente più importante una pausa. Lo stesso discorso vale per le partecipazioni ai programmi televisivi, dal Festival di Sanremo in giù: Benigni negli ultimi anni è stato portato a destra e a sinistra a rifare se stesso. Se continua ad avere successo e ancora non ha stancato il pubblico è merito del suo straordinario talento, ma è proprio la gestione del suo talento che lascia spazio a molti dubbi. Così come la partecipazione a eventi pubblici e a feste di partito che sono diventati lo scenario abituale di alcune sue performance, nel tentativo di ripetere la geniale e storica scena del giugno 1983 quando prese in braccio Enrico Berlinguer prima di un comizio al Pincio.
Il problema è che Benigni era e rimane il nostro più grande talento cinematografico vivente: da otto anni non fa un film, inghiottito dalla televisione. Il suo premio Oscar risale a 16 anni fa, dopo quel trionfo ha fatto due film, uno sbagliato e l'altro forse non riuscitissimo. Prima della Vita è Bella aveva fatto sei film in undici anni. Dopo l'Oscar ha forse puntato su altro, magari anche per la consueta paura degli artisti di confrontarsi con i propri grandi successi. E così la televisione, le letture della Divina Commedia e gli show ai comizi politici sono diventati il suo maggiore impegno. Gli esiti sono però ormai quelli che vediamo. Valga per i geni, ma anche per i manager: gli affari sono affari, ma gli artisti sono artisti ed è bene che continuino a fare soprattutto quello che sanno fare meglio.
Peter Parker
La notizia della settimana nel mondo televisivo è la probabile cancellazione di Miss Italia dal palinsesto Rai. Non è arrivata una comunicazione dai vertici di Viale Mazzini, ma ormai la cosa sembra decisa. Alla base di questa decisione ci sono una serie di valutazioni che portano tutte nella stessa direzione: costi, format, linea editoriale. Lo spettacolo ormai è inadeguato per costi, un carrozzone dispendioso, che nell’epoca in cui viviamo non ha davvero più senso, visto che tutti rincorrono agilità produttiva e low budget.
L’altro tema è quello del formato televisivo. Il concorso non è mai riuscito a rinnovarsi, rimanendo attaccato a una televisione che oggi sta scomparendo alla velocità della luce. I tentativi, tra l’altro goffi, degli ultimi anni (per esempio quello di trasformarlo in un talent) sono la dimostrazione lampante. Voci di corridoio che noi di TVZOOM abbiamo registrato, parlano di un’Anna Maria Tarantola, Presidente Rai, assolutamente convinta nel non portare il concorso su Rai1: «Non risponde alla nostra linea editoriale», avrebbe detto ai suoi collaboratori più stretti, escludendo ogni tipo di trattativa.
Dal canto suo, Patrizia Mirigliani sostiene che il Paese non posa fare a meno del suo concorso di bellezza e questa sua presunzione, forse, è anche uno dei motivi per cui il programma televisivo non si è mai rinnovato in questi anni, nonostante i salti mortali che il buon Frizzi e i suoi autori sono riusciti a fare nell’ultima edizione. L’anacronismo televisivo, economico e televisivo di Miss Italia è ormai un’evidenza chiara a tutti, nonostante la signora Mirigliani si sia asserragliata nel suo bunker, come l’ultima dei soldati giapponesi alla fine della guerra. Qualcuno la avverta che il Paese, se vive senza Governo, può farlo anche senza Miss Italia.












