Andrea Amato
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Vivo la vicenda de La storia siamo noi con un certo malessere. Parto con il dire che è uno dei miei programmi preferiti e che Giovanni Minoli è uno dei migliori professionisti della tv pubblica. Fatta questa premessa per fugare ogni dubbio, però, credo che in questa storia ci siano tutti i tratti del malcostume italiano. I fatti: la Rai ha annunciato che il contratto con Giovanni Minoli è scaduto, che il giornalista è in pensione e che quindi non verrà rinnovato. Il programma, invece, rimarrà in Rai gestito da altri. Scelta editoriale condivisibile o meno, soprattutto se la regola della pensione non è applicata a Bruno Vespa e a Piero Angela, ma, ripeto, rispetto la scelta editoriale dell’azienda.
All’annuncio della notizia, com’era successo per Miss Italia (nessuno si scandalizzi per il paragone), è partita la gara tra i politici, di destra e di sinistra, per rilasciare dichiarazioni in difesa del giornalista e della trasmissione, con interrogazioni parlamentari spese come noccioline. Ecco, ciò che mi provoca malessere è questa continua, inutile, dispendiosa, ingerenza della politica nelle scelte del management di Viale Mazzini.
Quando questa pessima abitudine passerà mai? In ogni Paese civile i manager della televisione pubblica vengono scelti in base ai loro meriti professionali e non per tessera di partito, come per esempio capita nella BBC inglese. Non solo, per tutta la durata del loro mandato nessuno si permette di interferire con strumenti parlamentari, anche perché i cittadini inglesi chiederebbero la rimozione dei parlamentari, che perdono tempo e soldi occupandosi di cose che non li compete, come la gestione dei palinsesti televisivi. Alla fine del mandato l’operato di questi manager viene valutato con criteri oggettivi (share, raccolta pubblicitaria, sviluppo editoriale, coerenza con la funzione di servizio pubblico) e solo in caso di bocciatura in base a questi criteri i manager non vengono rinnovati e si cambia. Solo in casi gravi (scandali, corruzione, inadempienze) i vertici sono rimossi dai loro ruoli.
Cosa abbiamo fatto noi di male per non meritarci una gestione del genere? Quante altre inutili interrogazioni parlamentari dovremo subire?
In una conferenza stampa di fuoco, l’organizzatrice di Miss Italia, Patrizia Mirigliani, ha puntato il dito contro i vertici Rai, rei di non averla avvisata per tempo della cancellazione del concorso di bellezza dai palinsesti di autunno. Mirigliani accusa: «Per quale motivo la scelta di interrompere Miss Italia è stata comunicata a Lucio Presta, che non ha titolo per raccogliere una comunicazione così importante, pur essendo un interlocutore della Rai? Per quale motivo, soprattutto, la manifestazione è stata tagliata? La Rai deve spiegare la sua scelta», tira fuori le unghie. «Come mai non ha chiarito subito la sua decisione? Avrei meritato da donna e da professionista un incontro con la Rai durante il quale avremmo potuto fare il punto sulla linea editoriale e sui costi». Fin qui quasi tutto legittimo, Mirigliani chiede un po’ più di rispetto, visto che prima suo padre e poi lei per 25 anni hanno avuto rapporti con la tv pubblica, quindi un po’ più di “tatto” forse ci poteva stare. Fin qui tutto a posto, dicevamo, perché oltre inizia la farsa.
Il contratto tra Rai e Mirigliani, però, è scaduto con l’edizione dell’anno scorso e quindi, in tempi di crisi come questi, non si capisce come la signora desse per scontato il rinnovo. Tanto più che con il cambio di dirigenza era chiaro a tutti che il vento tirava da un'altra parte e soprattutto il presidente Tarantola più volte aveva manifestato insofferenza per il concorso di bellezza, considerato anacronistico dal punto di vista editoriale. È evidente che qualsiasi azienda non sia tenuta a dare troppe spiegazioni ai suoi fornitori in caso di mancato rinnovo, poi sta alla sensibilità di ognuno.
Ma la farsa non si limita alla pretesa della signora Mirigliani, che reputa il suo concorso di bellezza un «patrimonio» di questo Paese (finché lo pensa lei della sua creatura ci può anche stare), purtroppo la pensa così anche il suo avvocato, Carlo Rienzi, presidente del Codacons (Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell'Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori) che arringa: «L'unica spiegazione alla scelta della Rai è arrivata proprio ieri. In una mail Giancarlo Leone (direttore di Rai1) sottolinea come Miss Italia “non sia coerente con i progetti di rete”. Ma non capiamo cosa ciò significhi». Avvocato, quale parte della mail non le è chiara?
Ma il meglio, come spesso capita in Italia, arriva dalla politica. Infatti, la senatrice del PD Silvana Amati ha annunciato che presenterà un'interrogazione parlamentare al ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato: «Credo - spiega Amati - che sia giusto capire il motivo della scelta, sia per l'importanza storica della kermesse, sia per le campagne sociali che Miss Italia ha condotto». E qui la farsa è completa. Cara senatrice, ci faccia il piacere, eviti questa orrenda figuraccia nello sprecare il suo tempo (e quindi i nostri soldi) per un’azione del genere. Sarebbe davvero deprimente per un Paese che fa già molta fatica a recuperare la propria dignità.
Questa mattina la direzione generale Rai, ovvero Luigi Gubitosi, ha dichiarato all’Ansa che: «C’è grande irritazione per quanto accaduto durante il collegamento in diretta con il matrimonio di Valeria Marini, nel corso di Domenica In - Così è la vita. Il dg starebbe meditando la sostituzione dei dirigenti responsabili del programma». Per chi si fosse perso il casus belli, durante il collegamento con la chiesa dove la Marini stava convolando a nozze con Giovanni Cottone, un bodyguard impegnato a impedire l’ingresso di fotografi, telecamere e curiosi, ha bestemmiato in stereofonia nel pomeriggio domenicale di Rai1 e sul sagrato dell’Ara Coeli. Così oggi il direttore generale dichiara di essere infastidito e di voler rimuovere il dirigente di Viale Mazzini.
A questo punto la domanda è: Gubitosi è irritato per l’ora di diretta del matrimonio di una showgirl o per la bestemmia? La cosa non è chiara e in entrambi i casi trovo la querelle piuttosto ipocrita. Premetto che trovo aberrante sprecare un’ora di televisione di Stato per le nozze di una soubrette, ma evidentemente la maggior parte degli italiani non la pensano come me, visto l’ottimo risultato di ascolto. Quindi, chi ha preso la decisione dal punto di vista televisivo ha avuto ragione. Piaccia o no. Poi, se volete discutiamo sull’opportunità del servizio pubblico, ma non si può criticare il 3% di TuttoDante di Roberto Benigni e contemporaneamente le nozze trash della Marini al 20%. O una o l’altra.
Se invece Gubitosi è irritato per la bestemmia che ha tuonato nelle case degli italiani, non vedo cosa c’entri il dirigente Rai che vuole silurare. In diretta tutto può accadere e né il conduttore né l’inviata potevano prevedere la maleducazione del nerboruto bodyguard e la sua ignoranza nel pronunciare un’imprecazione del genere sulla porta di una Basilica.
La mia impressone è che se non ci fosse stata la bestemmia tutti avrebbero fatto i complimenti a quel manager, che ora rischia il posto, per gli ottimi ascolti e la «felice» intuizione.
Nei giorni scorsi Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, dopo l'annuncio della perdita di 287 milioni di euro da parte del gruppo, ha chiesto l’intervento della politica per la sua azienda. Tralasciando il fatto che dalla legge Mammì alla legge Gasparri, dall'aumento dell'Iva per Sky all'obbligo del tetto di raccolta pubblicitaria per la Rai, dai decoder digitali al salvataggio di Rete4 a discapito di Europa7, la politica ha già fatto molto per Mediaset, tralasciando tutto questo, la domanda è un'altra: perché?
Perché l'azienda di proprietà del leader politico, Silvio Berlusconi, che da vent'anni professa il liberismo, non come filosofia economica, ma quasi come una religione, dovrebbe non rispettare le leggi di mercato e chiedere assistenza alla politica e allo Stato?
Questa crisi epocale ci ha amaramente insegnato che ogni giorno chiudono 34 aziende private, strozzate dal calo dei consumi, per quale motivo allora se Mediaset non riesce a stare sul mercato dovrebbe ricevere aiuti statali? Questo non è liberismo, ma assistenzialismo, roba da comunisti. Ditelo a Fedele Confalonieri.
Da cittadino italiano chiedo e pretendo le dimissioni in blocco di Giancarlo Leone, direttore di Rai1, di Mario Orfeo, direttore del Tg1, e di Bruno Vespa, conduttore di Porta a Porta. Mentre tutto il mondo è con gli occhi puntati su Boston, sulla terribile strage che riporta il mondo all’angoscia di dodici anni fa, la prima rete della tv di Stato trasmette una puntata registrata del talk show Porta a Porta, dove si parla del solito teatrino della politica italiana, risultando non solo patetica rispetto alle vicende mondiali, ma anche fastidiosa per insensatezza e stupidità. E questo lo osano chiamare Servizio Pubblico?
Dov’è il direttore di rete, che fino a oggi ho stimato come uno dei migliori professionisti in circolazione? Dov’è il direttore del più importante telegiornale italiano? Dov’è la tv pubblica che per decenni nel secolo scorso è stata l’azienda culturale più importante di questo Paese, ma che oggi sembra solo capace di sfornare inutili show e patetiche fiction?
Le bombe di Boston hanno inconsapevolmente messo a nudo la terribile e assurda antichità del sistema televisivo pubblico italiano. E nessuno domani osi nascondersi dietro l’ottimo lavoro della piccola, ma dignitosa, Rainews.
La notizia della settimana nel mondo televisivo è la probabile cancellazione di Miss Italia dal palinsesto Rai. Non è arrivata una comunicazione dai vertici di Viale Mazzini, ma ormai la cosa sembra decisa. Alla base di questa decisione ci sono una serie di valutazioni che portano tutte nella stessa direzione: costi, format, linea editoriale. Lo spettacolo ormai è inadeguato per costi, un carrozzone dispendioso, che nell’epoca in cui viviamo non ha davvero più senso, visto che tutti rincorrono agilità produttiva e low budget.
L’altro tema è quello del formato televisivo. Il concorso non è mai riuscito a rinnovarsi, rimanendo attaccato a una televisione che oggi sta scomparendo alla velocità della luce. I tentativi, tra l’altro goffi, degli ultimi anni (per esempio quello di trasformarlo in un talent) sono la dimostrazione lampante. Voci di corridoio che noi di TVZOOM abbiamo registrato, parlano di un’Anna Maria Tarantola, Presidente Rai, assolutamente convinta nel non portare il concorso su Rai1: «Non risponde alla nostra linea editoriale», avrebbe detto ai suoi collaboratori più stretti, escludendo ogni tipo di trattativa.
Dal canto suo, Patrizia Mirigliani sostiene che il Paese non posa fare a meno del suo concorso di bellezza e questa sua presunzione, forse, è anche uno dei motivi per cui il programma televisivo non si è mai rinnovato in questi anni, nonostante i salti mortali che il buon Frizzi e i suoi autori sono riusciti a fare nell’ultima edizione. L’anacronismo televisivo, economico e televisivo di Miss Italia è ormai un’evidenza chiara a tutti, nonostante la signora Mirigliani si sia asserragliata nel suo bunker, come l’ultima dei soldati giapponesi alla fine della guerra. Qualcuno la avverta che il Paese, se vive senza Governo, può farlo anche senza Miss Italia.
Negli ultimi giorni la televisione italiana ha mandato in onda tutto il meglio e il peggio della produzione seriale nostrana. I due estremi sono: in peggio Donne in gioco su Canale 5, e in meglio In Treatment su Sky. In mezzo Barabba su Rai1. Tralasciando completamente tutto l’aspetto scandalistico che c’è dietro la fiction di Michelle Bonev, non sono temi che ci interessano, la cosa macroscopica che è saltata subito all’occhio settimana scorsa è stata la pessima qualità registica, recitativa e di scrittura, che qualunque persona normodotata ha notato dalle prime scene diDonne in gioco. Possibile che un editore così in difficoltà di ascolti e raccolta pubblicitaria, come Mediaset, decida liberamente di suicidarsi mandando in onda una cosa del genere? Lo stesso editore, che un anno fa aveva sbaragliato la concorrenza con Il Tredicesimo apostolo, questa volta non ha avuto il minimo dubbio nel decidere se trasmettere Donne in gioco, invece di rispedirla al mittente (Agostino Saccà) con una sequela di insulti?
Dall’altra parte, poi, possiamo continuare a raccontarci che l’Italia è un Paese per vecchi, che il pubblico della tv di Stato sia anziano e abbia bisogno di essere rassicurato con una miniserie su Barabba, prima con la suora di Che Dio ci aiuti, poi con Il Papa Re, a breve anche con Il Signore sia con te e in mezzo con le repliche di Che Dio ci aiuti 1. Insomma, certi dirigenti Rai evidentemente stanno combattendo una loro guerra personale di evangelizzazione per risolvere il problema dell’emorragia di fedeli. Bisognerebbe spiegare loro che ci sta riuscendo egregiamente, anche senza il loro aiuto, il nuovo Papa.
Poi accendi il decoder satellitare, quello che sei costretto a pagare anche in momenti di crisi, pur di vedere qualcosa di bello sulla televisione di casa, e in mezzo a sport, serie americane, show bizzarri, documentari, news e via dicendo, ti imbatti nella prima puntata di In Treatment. Pensi l’edizione americana, e invece sullo schermo compare Sergio Castellitto (psichiatra) che ascolta e dialoga con Kasia Smutniak (paziente), chiusi dentro una stanza (studio medico), senza nient’altro. E rimani ipnotizzato dalla bravura degli attori, dalla pulizia della regia, dalla scrittura sublime dei dialoghi. Allora ti chiedi: ma forse noi italiani siamo ancora capaci a fare televisione di qualità? E perché questa tv di alta qualità quasi sempre la trasmette un editore non pubblico o generalista?
Poi scopri che In Treatment lo voleva per la su Rai4 anche Carlo Freccero, ovvero uno dei pochi talenti che ha sempre fatto tv di qualità in Italia (sia a Mediaset che in Rai), ma che abbiamo pensato bene di relegare alla provincia dell’impero mediatico come un appestato. E comunque non gli hanno dato il budget per prenderla. Intanto l’editore straniero (Murdoch), che però ha ingaggiato giovani manager di talento tutti italiani come Andrea Zappia e Andrea Scrosati, decide di puntare su questo prodotto, con scelte rischiose, come programmare per otto settimane la serie tutte le sere e di mettere il lunedì cinque puntate sull’on demand (quello strumento civilissimo che ti permette di decidere quando vedere la televisione), non rilevato dall’Auditel, raccogliendo nella prima puntata 300mila spettatori medi complessivi e quasi 800mila complessivi (dieci volte di più dell'edizione originale). Scommessa vinta.
So di essere ripetitivo e ultimamente anche di essere tacciato di grillismo, ma quand’è che questo Paese inizierà a ragionare con logiche moderne e meritocratiche e non politiche o, peggio, per ragioni di altra natura? Quando per fare televisione torneranno a contare le buone idee? Aspettiamo risposte.
Mi diverte molto vedere come la verità in questo Paese venga distorta, anche in ambiti leggeri come gli spettacoli e la televisione. Arrivando dalla carta stampata, dove per anni mi sono occupato di narcotraffico e ‘ndrangheta, sono abituato alle menzogne, agli insabbiamenti, alle calunnie, ai depistaggi, alla pessima informazione. Vedere, però, gli stessi meccanismi ripetuti quando si parla di talent show, programmi televisivi e format, il ridicolo aumenta a dismisura.
Ieri abbiamo pubblicato un articolo in cui ci chiedevamo come mai la Rai avesse comprato un format inglese, Altrimenti ci arrabbiamo, basato sulla beneficienza per Save The Children, che condurrà Milly Carlucci dal 6 aprile su Rai1, cancellando tutto l’aspetto di solidarietà. Una scelta editoriale, niente di più, ma la notizia c’era, eccome. Da quel momento, apriti cielo, è successo di tutto. La signora Carlucci ci ha accusato di disinformazione, di bufala, ma alle mie insistenti domande di conferma se allora il format veniva rispettato e tutto andava a Save Children, compresi i cachet delle star, la Carlucci stizzita ha commentato: «Non siamo mica Telethon». Appunto, quello che avevamo scritto noi.
La brutta abitudine italiana è di insultare a priori chi dice cose vere, ma poco gradite, per confondere le acque, soprattutto se ci si sente forti della popolarità. Se avesse più stile e coerenza, la signora Carlucci avrebbe dovuto dire: «Abbiamo cambiato il format, la parte di charity non ci sarà da noi, perché la Rai già organizza Telethon. Ci impegneremo però a creare borse di studio per i partecipanti». Sarebbe bastato questo, invece di insultare chi ha semplicemente riportato un fatto.
E anche le considerazioni successive twittate dalla signora in questione: «La beneficenza non la fa il programma, ma la gente che paga, così come a Telethon. Questo ha creato molte polemiche in UK», ovvero dicendo una cosa falsissima. Il programma in Inghilterra è stato un successo, perché oltre al televoto della gente, anche il Governo e aziende private hanno partecipato alla raccolta fondi per Save The Children e le star hanno partecipato a titolo gratuito.
Detto questo, la signora Carlucci può intorbidire le acque quanto vuole, ma la verità è sotto gli occhi di tutti. La cosa più ridicola della vicenda, però, è che oggi un blogger televisivo ha riportato la storia senza citare chi ha dato la notizia, cioè noi, riportando solo i tweet della signora Carlucci, senza trascrivere anche le nostre risposte che inchiodavano le cose non vere scritte dalla conduttrice. In gergo si chiama “marchetta”, ma questo signore è un blogger, non un giornalista, e il blog non è una testata registrata al tribunale come TVZOOM, e quindi non è soggetto al controllo delle autorità, per questo può permettersi, a differenza nostra, di scrivere ciò che vuole, anche cose false. Ma per fortuna stiamo parlando di televisione, cioè di intrattenimento, quindi poco importa.
Il 6 aprile Milly Carlucci torna in prima serata su Rai1 con Altrimenti ci arrabbiamo, nuovo talent dove alcuni personaggi famosi impareranno da adolescenti a esibirsi in diverse discipline. Fin qui si sapeva già tutto, anche parte del cast che la Carlucci ha centellinato su Twitter. I partecipanti dovrebbero quindi essere Pablo Espinosa, Nino Frassica, Tania Cagnotto, Nicoletta Romanoff, Amadeus, Simone Corrente, Gianfranco Vissani e Gabriele Rossi (ne mancano ancora due, che la showgirl annuncerà sempre sul social network). In giuria ci dovrebbero essere Lino Banfi, Attilio Romita, Caterina Balivo e Alberto Tomba.
Andando però a fondo è saltata fuori una cosa piuttosto imbarazzante per la Rai: Altrimenti ci arrabbiamo è un format inglese, Born to Shine, trasmesso dalla britannica ITV e condotto da Natasha Kaplinsky, comprato da Magnolia e rivenduto alla Rai. In Born to Shine, però, tutte le star si esibiscono per beneficienza, perché lo show è fatto per raccogliere fondi per le campagne africane di Save The Children. Non solo, alla raccolta fondi, realizzata con il televoto, partecipa anche il Governo britannico, le compagnie di treni e bus, che donano spazi pubblicitari. Insomma, una specie di Telethon, dove lo scopo finale è la beneficienza, che nella prima edizione dello show, vinta da Jason Manford, è arrivata a 2,1 milioni di sterline (circa 2,5 milioni di euro).
Bene, bravi gli inglesi. Quindi andrebbe fatto un applauso anche alla Rai, alla Carlucci e a tutto il cast? Invece no, perché oltrepassando la Manica il format è stato completamente snaturato, perdendo la sua valenza solidale. Anzi, rumor di Viale Mazzini parlano di 100mila euro, per esempio, per il cachet di Lino Banfi.
A questo punto ci aspettiamo che la tv di Stato faccia un passo indietro e riattivi il meccanismo di beneficienza, invitando le star a partecipare gratuitamente, donando il loro cachet a Save the Children. Anche perché a questo punto il dubbio è che il new dealtanto annunciato da Tarantola-Gubitosi si stia rivelando una colossale bufala. Speriamo di no, ci credevamo così tanto.
Mentre Silvio Berlusconi ceca disperatamente di riprendere una posizione dominante sullo scenario politico italiano, processi permettendo, il figlio Piersilvio deve far fronte alla peggiore crisi di Mediaset dalla sua nascita. Secondo le proiezioni, nel primo trimestre del 2013 la raccolta pubblicitaria del Biscione dovrebbe flettere ancora del 15%, portando l’azienda in uno stato di allarme generale. I mancati introiti, inevitabilmente, incidono anche sul prodotto ed è così che dal palinsesto primaverile potrebbero sparire le novità annunciate, rimandate in autunno, in attesa di una ripresa economica.
A farne le spese potrebbe essere il nuovo talent Stasera mi tuffo, trasposizione italiana del format internazionale Stars in Danger, condotto da Paolo Bonolis, previsto a maggio, ma che invece potrebbe slittare in ottobre, lasciando il posto a un’altra serata di programmazione film. E proprio per questo il conduttore romano potrebbe cedere il programma a Teo Mammuccari, da poco entrato nell'agenzia di Lucio Presta, la stessa di Bonolis.
Dovrebbero invece esserci Paperissima, visti i costi molto più bassi di realizzazione, e il serale di Amici, un programma che tra una cosa e l’altra dura quasi un anno e che quindi può spalmare i costi di produzione su più mesi. Oltre a essere un sicuro campione d’ascolti. Per il resto della settimana film e la fiction Benvenuti a tavola 2, ovviamente già prodotta. Su Italia 1 si aspetta solo Colorado, mentre nessuna novità per Rete4.
Insomma, ben poco, ma con i chiari di luna che corrono non ci si può permettere di sparare colpi a effetto, che poi la concessionaria Publitalia non potrebbe ripagare con una ricca pubblicità, visti gli sconti quasi al 90% che vengono applicati in questo periodo, pur di riempire i cluster. Tra tutti i broadcaster Mediaset è quello che soffre di più, anche perché si basa esclusivamente sulla raccolta pubblicitaria, al contrario della Rai, che ha il canone, o di Sky, che vive principalmente dei suoi abbonati. L’emergenza economica e di ascolti, in molte serate Canale 5 è andata pesantemente sotto il 10% nelle ultime settimane, ha portato Publitalia a percorrere nuove vie per realizzare fatturato e per ora la cosa che piace più ai venditori è il product placement, per anni snobbato vista la scarsa redditività rispetto alla tabellare. Ma oggi il problema è un altro: trovare i soldi per ritornare a produrre, altrimenti il circolo vizioso (poca pubblicità-pochi soldi-pochi programmi-pochi ascolti-poca pubblicità) potrebbe diventare letale.
Sto guardando la prima puntata di The Voice e sono contento. Il programma è bello, godibile e intrattiene, ma ci sono una serie di ragioni personali per cui sono contento:
1) Nell’autunno del 2011, appena nati, avevamo parlato del fenomeno mondiale The Voice, auspicando un’edizione italiana al più presto. Avevamo ragione, ora ne abbiamo la certezza.
2) Nell’aprile 2012 Lorenza Lei cancella la produzione per problemi di budget, preferendo Mi gioco la nonna. Non ci abbiamo visto più, ne abbiamo fatto una questione di principio: perché una manager statale deve rifiutare un programma campione d’ascolti e d’incassi a favore di format perdenti e assurdi? Possibile che i manager statali non debbano mai rendere conto delle scelte scellerate che fanno con i soldi dei contribuenti? Abbiamo fatto bene a battere sullo stesso chiodo.
3) Per la prima volta la Rai manda in onda un programma moderno, prodotto con i crismi a cui la qualità del satellite ormai ci ha abituato. Era ora.
4) In conferenza stampa avevo chiesto ai coach se il fatto di essere a loro volta in gioco poteva suscitare nervosismi egotici, caratteristici degli artisti. Tutti mi avevano parlato di un’atmosfera giocosa. L’avevo presa come una risposta di facciata e invece è quello che traspare dal programma.
5) XFactor ha un degno concorrente e questo innescherà una gara che gioverà al prodotto televisivo e quindi allo spettatore. Il bello della concorrenza, dopo anni di arido duopolio.
6) E come ultima cosa, sono contento perché forse, come ha detto il direttore di rete Teodoli, con The Voice si riparte per rianimare una Rai2 ormai agonizzante.
Dalla seconda puntata ci concentreremo sui punti deboli, ma oggi sono d’obbligo i complimenti.
La notizia è apparsa oggi sul Corriere della sera, tra le brevi nelle pagine di Spettacoli. Una news di cronaca giudiziaria, che quindi poco dovrebbe interessare un sito come TVZOOM. Invece ci interessa, eccome, e ora vi racconto il perché. Il 12 febbraio avevamo pubblicato una notizia in cui si prefigurava la conduzione estiva di Reazione a catena da parte del conduttore romano, al rientro in Rai. Nel pezzo avevamo segnalato i problemi giudiziari con il Fisco di Papi, riportati dai principali quotidiani nazionali. Non tanto per fare del gossip, ma ci ponevamo la domanda di come il direttore generale Gubitosi avesse digerito una scelta del genere, nell’ambito della sua politica di moralizzazione all’interno dell’azienda di Stato.
Come potete leggere in calce alla news di febbraio, Enrico Papi in persona aveva scritto un commento: «Mi dispiace dover leggere su un sito che seguo quotidianamente e che ho sempre apprezzato un attacco professionale e personale così grave e gratuito. Tra l'altro molto grave perché non sono mai stato citato in giudizio per "evasione fiscale", cosa che in più occasioni ho ribadito e che ripeto ancora una volta! Enrico Papi». Noi avevamo risposto che la notizia era riportata da tutti i media, ma questo non aveva placato il conduttore, che pochi giorni dopo ci aveva fatto scrivere una lettera dal suo avvocato, minacciando querele per diffamazioni. Chiamai l’avvocato dicendo che mi avrebbe divertito molto finire in tribunale insieme a Ezio Mauro (direttore di Repubblica), Ferruccio De Bortoli (direttore del Corriere della sera), Maurizio Belpietro(direttore di Libero) e altri illustri colleghi che avevano riportato la notizia, ma visto che TVZOOM non si occupa di giudiziaria, bensì di televisione, avremmo tolto quel passaggio dall’articolo e così facemmo. Invitando anche Papi a rilasciarci un’intervista in cui avrebbe potuto raccontare i fatti. Invito non raccolto e ora capiamo bene anche il perché.
Infatti oggi, sorpresa delle sorprese, rileggo sul Corriere che Enrico Papi: «È stato condannato a sei mesi di reclusione per evasione fiscale dal Tribunale di Roma. Nel 2006, infatti, il conduttore Mediaset aveva omesso il pagamento dell’Iva per un totale di 99mila euro, presentando una dichiarazione dei redditi non corrispondente alla realtà. Il pm Giovanni Nostro aveva chiesto una condanna a un anno per evasione fiscale e falso». Ora, a questo punto, essendo uscita ieri la notizia che Papi dovrebbe condurre il nuovo game show Rai I Magnifici 7, creato da Max Novaresi e prodotto da Endemol (come avevamo anticipato ai primi di dicembre), poniamo in maniera ancora più vivace la questione morale al direttore Gubitosi. Verificato che il fatto sia vero, i vertici di Viale Mazzini dovrebbero pensarci due volte a dare in mano a un personaggio simile la conduzione di un programma nella tv di Stato. Oltre al reato commesso, ci sentiamo di stigmatizzare anche l’arroganza con cui Papi ha voluto minacciarci di querela, sapendo bene che la sua bugia aveva le gambe molto corte, essendo il procedimento ancora in atto. E poi qualcuno dell’Ordine degli avvocati ammonisca il legale di Papi, l’avvocato Andrea Micciché, che manda lettere piene di menzogne su carta intestata.
Dopo mesi di telenovela è arrivato l’annuncio che tutti, alla fine, si aspettavano: Urbano Cairo è il nuovo proprietario de La7. Quello che doveva essere il «terzo polo» della televisione generalista, obbiettivo in realtà mai raggiunto, passa dalle mani del primo gruppo di telecomunicazioni italiane a un medio concessionario di pubblicità. La rete dei programmi alti, alternativa al duopolio Raiset, quella che ha fatto dell’informazione di qualità (e anche un po’ militante) il punto di forza, finisce nelle mani dell’editore più «popolare-famigliare» d’Italia.
In tutti questi mesi di trattative, però, Urbano Cairo (ex pupillo diSilvio Berlusconi) non ha mai dichiarato quale sarà il suo piano editoriale per la rete. Il presidente del Torino Calcio si è sempre limitato a dire che non avrebbe toccato i contenuti de La7, sapendo di dire una «panzana da campagna elettorale». Telecom ha perso decine e decine di milioni di euro all’anno con La7, cosa che evidentemente Cairo non può permettersi di fare, visto che non ha la stessa potenza economica del colosso di telecomunicazioni.
Come farà, quindi, a non cambiare il prodotto e a far quadrare i conti? Adesso che le firme sono state messe nero su bianco ci aspettiamo noi commentatori, come del resto (e con più urgenza) tutti i talent de La7, di sapere quali sono i piani del nuovo editore, sempre più simile al suo primo mentore. Che si candidi anche in politica a breve?
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: "Vieni di là con noi, dai...". E io: "Andate, andate, vi raggiungo dopo...". Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no. Ciao», diceva così Nanni Moretti in Ecce Bombo. Da lì deve aver preso spunto Beppe Grillo per la sua strategia di comunicazione televisiva. Alla fine non è venuto… e si è notato di più. Molto di più.
I veri vincitori mediatici di queste elezioni da thriller sono indubbiamente Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Il primo si è rifiutato di andare in tv a confrontarsi con avversari e giornalisti, limitandosi ai monologhi-comizi in quasi 80 piazze italiane, vietando ai suoi candidati (per alcuni impresentabili) di presentarsi davanti alle telecamere, con il rischio di vanificare tutto. Grillo ha avuto ragione, perché con la vecchia regola del marketing della privazione ha generato una bulimia d’immagini del suo Tsunami Tour a reti unificate.
Berlusconi, invece, non si è risparmiato niente, andando in tutte le televisioni, più volte, in varie fasce. Ha ridato lustro anche alle radio, per molto tempo snobbate dai politici. Più che una campagna elettorale il suo è stato un Telethon lungo due mesi, in cui la «buona causa» di beneficienza era la sua rielezione. Due i momenti chiave: lo show da Michele Santoro a Servizio Pubblico e la sparata sulla restituzione dell’Imu.
Grillo ha vinto in assoluto perché, puntando un target di elettorato più giovane, ha spremuto anche tutte le potenzialità della Rete, presidiando i social network come nessun altro. Cosa che tutti, in primis i sondaggisti, hanno sottovalutato, prendendo una cantonata enorme. Qualche altro avversario ha provato ad affacciarsi timidamente su Facebook e Twitter, senza però cambiare linguaggio e soprattutto senza gestirli in prima persona, apparendo così di plastica. L’unico che sa gestire la Rete in maniera corretta tanto quanto Grillo è Matteo Renzi, ma questo non era il suo turno.
Il 28 febbraio scade il termine ultimo per pagare il canone Rai: 113,50 euro (esclusa la mora per il ritardo). Una tassa di possesso solo per avere un televisore, anche se non si vedono i canali della tv pubblica. Una tassa che dovrebbe servire per garantire il servizio pubblico nella tv di Stato. Una tassa che dovrebbe servire a garantire il funzionamento delle reti Rai a prescindere dalla raccolta pubblicitaria, altrimenti sarebbe una tv commerciale a tutti gli effetti.
Ragioniamo su questi assunti. Se il canone serve a rendere la tv pubblica e non commerciale, la stessa tv non dovrebbe essere così schiava dell’Auditel come i broadcaster privati e di conseguenza il «periodo di garanzia» non dovrebbe più di tanto incidere sulla costruzione dei palinsesti. Il cittadino, che paga il canone, dovrebbe essere tutelato dalla tv di Stato molto più degli investitori pubblicitari.
Se tutto ciò è vero, allora, i vertici Rai dovrebbero spiegarci per quale motivo, mai come quest’anno, nel periodo di «non garanzia» sono state propinate repliche di vecchie fiction in prima serata. L’elenco è impressionante e lo pubblico interamente per vedere se anche in voi provoca lo stesso sdegno che sto provando io:
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Data |
Rete |
Titolo |
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06/12/2012 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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11/12/2012 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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13/12/2012 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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18/12/2012 |
Rai1 |
IL VETERINARIO |
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20/12/2012 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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27/12/2012 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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03/01/2013 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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08/01/2013 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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10/01/2013 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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15/01/2013 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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16/01/2013 |
Rai1 |
REBECCA LA PRIMA MOGLIE |
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17/01/2013 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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24/01/2013 |
Rai1 |
DON MATTEO 8 |
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VIOLETTA |
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07/02/2013 |
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UN PASSO DAL CIELO-IO TI SALVERÒ |
Le promesse di spending review, di taglio dei costi, di riorganizzazione aziendale, per ora, sembrano esserci stati esclusviamente sul prodotto, quindi a discapito del cittadino-telespettatore, che, nessuno se lo dimentichi mai, è l’unico vero editore di Viale Mazzini. Perché se così non fosse, benissimo, ci avvertissero e ci restituissero soprattutto il canone pagato. E per citare la battuta di un amico: «Se continuano a propinarci repliche vorrà dire che anche noi invieremo la fotocopia del canone pagato l’anno scorso».
Il balletto dei veti incrociati per i confronti tv è una delle pagine peggiori della politica italiana degli ultimi anni. Il che è tutto dire. Silvio Berlusconi ha deciso che il suo unico avversario degno di nota è Pierluigi Bersani, il quale a sua volta pretende di fare confronti tv tra tutti i candidati leader (scelta condivisibile per senso civico), Mario Monti (definito dal Cavaliere come un «leaderino») non ha nessuna intenzione di sedere nello stesso studio con Beppe Grillo, che a sua volta si rifiuta di andare in televisione a parlare agli italiani. Tirando anche un brutto scherzo a Sky Tg24, con un «pacco» dell’ultimo minuto.
Risultato: tutti vanno a fare i loro comizietti in solitaria, ingolfando i palinsesti televisivi con proclami noiosi, per lo più falsi, e la maggior parte delle volte con interlocutori (giornalisti o showgirl) assolutamente non all’altezza. Il direttore di Sky Tg24, Sarah Varetto, ogni giorno con ostinazione lancia inviti per un confronto con tutti con regole all’americana, ampiamente testate durante le Primarie del Centrosinistra e acclamate dai telespettatori. Ma i nostri politici, come spesso capita, se ne infischiano dei cittadini. Non gli interessa dare un buon servizio agli elettori. Il sospetto è che si siano messi d’accordo con veti incrociati per evitare di incontrarsi davanti alle telecamere, con il rischio di essere spogliati dagli slogan e inchiodati alle loro responsabilità.
Ma soprattutto la sensazione è che i candidati siano terrorizzati dal fact checking, ovvero la verifica in tempo reale delle cose che dicono. Strumento adottato da Sky e ottimo per «stanare» i venditori di fumo, gli urlatori di dati di fantasia, spacciati per verità assolute.
Noi per primi avevamo la speranza che questa sarebbe stata una campagna elettorale diversa, moderna, matura, e invece abbiamo assistito alla solita farsa all’italiana. Ricordatevelo domenica alle urne.
Il Sanremo della spending review imposta dai montiani Tarantola-Gubitosi è iniziato nei migliori dei modi, con ascolti migliori (in termini di spettatori, non di share) di quello di Morandi del 2012, che però aveva Adriano Celentano sul palco dell’Ariston. Fabio Fazio, con una Luciana Littizzetto in grazia di Dio sin dalle prime battute entrando a teatro, non ha però Celentano. Ha avuto un Maurizio Crozza sottotono nei testi, niente a che vedere con l’ultima puntata di Ballarò, e annichilito dai due soliti idioti della platea. Poca roba in confronto al molleggiato dell’anno scorso, che sparò a zero su tutti.
Fazio non ha ospiti e poche idee (la coppia gay non è certo una trovata) e allora punta tutto sulla musica: la formula delle due canzoni forse non è stata poi così una “pirlata”, come qualcuno ha detto nei caruggi di San Remo nei giorni scorsi. E soprattutto vince con Toto Cutugno. Incredibile, ma vero. Il Toto Nazionale, con il surreale coro dell’Armata Rossa, sfonda fino al 58% di share tra L’italiano e Modugno. Verrebbe da dire: basta poco che ce vo’. Permettetemi di bullarmi con gli amici che ieri hanno animato la chat di TVZOOM, commentando in diretta anche su Twitter la serata: ve l’avevo detto!
Edizioni su edizioni, dove fior fiore di autori e produttori si sono scervellati a inventarsi la qualunque, e poi invece bastava chiamare l’inossidabile Cutugno e fargli cantare L’italiano. Poi uno guarda il target della serata e si vede che quasi la metà degli spettatori (43%) avevano più di 55 anni. E allora tutto torna.
Stasera la seconda serata, senza Crozza, senza Cutugno e senza i Ricchi e Poveri, che hanno cancellato la partecipazione per un lutto assurdo che ha colpito Franco Gatti. Stasera, come sempre, si capirà il vero valore di questo Festival. Stasera sarà dura, considerando anche la Champions League. Noi di TVZOOM vi aspettiamo anche questa sera sulla chat o su Twitter con gli hashtag #sanremotv e #sanremomusica.
Internet ha cambiato molto delle nostre vite, ma non tutto. Ha completamente distrutto il mercato musicale, azzerando praticamente le vendite di dischi. Ha dato un durissimo colpo al cinema, ma non l’ha ucciso. Sta consumando lentamente, ma inesorabilmente, i giornali. Sta prendendo le misure sulla televisione. Non ha scalfito i libri. Ma la prima, grande, immensa conquista della Rete riguarda il porno. E noi italiani lo sappiamo bene, visti i recenti dati diffusi da www.youporn.com, uno dei portali pornografici più frequentati del mondo, secondo cui Milano e Roma sono le città più hot del pianeta. E Sara Tommasi è la seconda più ricercata, dopo Kim Kardashian.
La Rete ha completamente cannibalizzato il mercato dell’hard, ma anche quello dell’eros. Se prima i calendari dei mensili maschili vendevano cifre da capogiro, oggi non vengono nemmeno più stampati. E anche la televisione si è adeguata. Sono completamente spariti programmi osè, come Colpo Grosso, Rosso di sera, La Bustarella, trasmissioni che negli anni Ottanta hanno sconvolto il costume un po’ bigotto della tv italiana. Sono anche usciti dai palinsesti le centinaia di titoli trash di commedie sexy anni Settanta, tra soldatesse, supplenti, segretarie e via dicendo. Anche i vestiti di scena di vallette, veline e ballerine, arrivati a un certo punto al minimalismo più sfrenato, hanno iniziato ad avere sempre più centimetri di stoffa. La televisione si è accorta immediatamente che era fatica sprecata, che davanti all’offerta e alla capacità di fruizione del sesso sulla Rete era inutile competere.
Anche noi di TVZOOM abbiamo toccato con mano in maniera incidentale la forza del porno in Rete: l’altro giorno, pubblicando i dati d’ascolto, abbiamo evidenziato come il servizio sul porno made in Usa, realizzato dalle Iene, avesse realizzato il picco di share in terza serata: Balotelli non ferma la Cavallin. Alle 24 le porno “Iene” volano al 25%. Ecco, quell’articolo è stato il più letto della giornata, solo grazie alla parola «porno» nel titolo. Quindi: porno, porno, porno…
Nei giorni scorsi è uscita la notizia sulla stampa estera, ripresa dai quotidiani italiani, di alcuni teatri americani che hanno adibito un’area ai maniaci dei social network. Una sorta di «Twitter Free Zone», dove gli spettatori possono usare i loro smartphone per commentare in diretta lo spettacolo che stanno guardando. In molti si sono indignati, i soliti conservatori che cercano di negare i fenomeni fino all’ultimo.
Contemporaneamente in Italia è partito il dibattito su televisione e social, ovvero come spesso i programmi più commentati su Twitter e Facebook non siano poi i più visti in termini di share. A dimostrazione che siamo un Paese prevalentemente anziano e che il campione Auditel, come tutta la ricerca del resto, ha bisogno di un profondo rinnovamento.
Se a questo si somma la crisi della carta stampata, che perde copie e pubblicità con un’emorragia al momento inarrestabile, mentre invece Newsweek (probabilmente il settimanale più famoso al mondo) abbandona la carta per andare solo on line, il quadro è chiarissimo: il web, in tutte le sue declinazioni, fa sempre più parte della nostra vita. Bella banalità, direte voi, bel luogo comune. Vero, ma è talmente banale e sotto gli occhi di tutti, che l’Ufficio Stampa Rai come ogni anno ha organizzato un pre-ascolto delle canzoni in gara al Festival di Sanremo per i giornalisti, ignorando completamente le testate on line e i blog più seguiti che si occupano di musica o televisione.
Poca cosa, il mio non è certo un discorso di frustrazione o lesa maestà, la maniera di ascoltare quei brani senza bisogno di andare in Rai la si trova sempre, ma è davvero angosciante rendersi conto ogni volta quanto il nostro Paese sia «indietro». Come aziende pubbliche siano gestite da manager rimasti in un’era geologica ormai passata, che vivono in un mondo che ormai non c’è più, ma che, come gli ultimi dei giapponesi, rimangono in una trincea isolata e polverosa, mentre il mondo là fuori corre alla velocità della luce. Che pena, quando se ne renderanno conto sarà per loro un vero trauma. Stategli accanto.
Ieri abbiamo pubblicato l’intervista che la nostra Tiziana Leone ha realizzato con Sergio Castellitto (che potete leggere qui), impegnato in queste settimane sul set romano di In Treatment, serie tv prodotta da Sky, prevista in onda per aprile 2013, versione italiana dell’americana HBO. Castellitto, uno degli attori più bravi che abbiamo, a un certo punto dice: «È la prima volta che mi rendo conto che un prodotto di qualità e coraggio si può fare. Ma questo è possibile solo su Sky, perché non credo che la tv generalista sia in grado di realizzare un progetto del genere». E alla conseguente domanda di Tiziana Leone: «Quindi come farà a tornare a una fiction Rai o Mediaset?», Castellitto dice: «Non è detto che si debba tornare indietro». L’attore romano nella sua carriera ha interpretato molte fiction Rai e Mediaset, impersonando frati, preti, sacerdoti, santi, eccetera, quindi conosce molto bene i sistemi produttivi della tv di Stato e di Cologno Monzese e il fatto che non voglia ritornare a quegli standard, dopo un’esperienza del genere, fa riflettere e non poco.
È ormai evidente a tutti che il pubblico sta abbandonando le reti generaliste, andandosi a cercare offerte migliori sul digitale o sulle pay, che hanno un linguaggio più moderno, sopperendo così a budget molto inferiori rispetto a quelli dei colossi Rai e Mediaset, che, nonostante tutto, continuano a realizzare prodotti di fiction e intrattenimento per un pubblico vecchio. Audience che sta diminuendo più velocemente dei ghiacci ai Poli. Deficit che persino l’obsoleta (e “controllata”) Auditel registra ogni giorno. E non sono certo i casi de Il tredicesimo apostolo o Il clan dei camorristi a salvare la barca, nonostante gli ottimi ascolti. Pensare che il pubblico italiano, anche quello sopra i 65 anni, possa digerire solo Don Matteo non è solo un errore artistico, ma anche strategico e soprattutto culturale. Speriamo che i danni di questi errori, fra qualche anno, non siano irreparabili. E soprattutto, se il pubblico e anche i grandi attori non vogliono più certi prodotti, perché non lo capiscono anche i dirigenti di Viale Mazzini e Cologno Monzese?












