NULLITZER
Peter Parker
È sempre imbarazzante quando accadono cose del genere. Lo spazio che i quotidiani hanno dedicato a Little Tony, nel giorno della sua morte, è il segno dell’ipocrisia dei giornalisti. A Tony, che era un vero talento che in altri Paesi avrebbero celebrato come una superstar, nessun giornale dedicava da decenni mezza riga. Quando ha partecipato al Festival di Sanremo con Bobby Solo gli hanno dedicato un pochino di spazio, della serie «vecchie glorie in campo». Poi ci è voluto l’infarto nel 2006 per vedere qualche anno fa i giornali che si smuovevano per lui. Quando è stato dichiarato fuori pericolo, se lo sono dimenticato di nuovo. Ma di lui come cantante, musicista, a nessun quotidiano italiano importava niente, da anni.
Gino Castaldo, che oggi firma il pezzo di copertina di Repubblica, non penso abbia mai scritto nulla sul suo giornale di Tony e dubito nell'intera storia di Repubblica gli abbiano mai dedicato una copertina, ma neanche mezza pagina. Lo stesso per il Corriere della Sera, con l’articolo di Mario Luzzatto Fegiz, e gli altri quotidiani. Un’ipocrisia nazionale, anche questa responsabile del distacco dei giornali dalla realtà. Ovviamente Tony meritava ben più anche dalla discografia italiana, ma quello è un caso ormai disperato: stanno dietro solo ai talent show e cercano di salvare lo stipendio per qualche mese. E i talent show se lo sognano uno come Little Tony.
Peter Parker
Ma a chi interessa ancora del Festival di Cannes? Leggendo le paginate che i giornali italiani hanno dedicato anche quest'anno alle quasi due settimane della Croisette penso che si possa avere davvero una sintesi emblematica di quanto i quotidiani siano fuori dalla realtà. Non che sia poco interessante il cinema, per carità. Il problema è che in Italia non importa più a nessuno. Le sale sono vuote, ogni giorno se ne chiude una e si trasforma in qualcos'altro, tipo sala giochi. Basta vedere gli incassi desolanti il lunedì mattina per rendersi conto che gli spazi che i quotidiani dedicano a Cannes sono davvero demenziali.
I film del festival francese di cui con dovizia di particolari parlano i quotidiani non usciranno mai in Italia, per la stragrande maggioranza. Quindi, a chi parlano questi giornali? Qualche anno fa era diverso, in Italia il cinema aveva un peso e la distribuzione aveva una strategia, magari discutibile. Ora tutto è costruito in funzione della televisione e ai lettori dei quotidiani non interessa un fico secco dei film che vengono presentati a Cannes in tutte le sezioni, anche le più nascoste. Perché dunque i quotidiani gli continuano a dedicare paginate seguendolo come se si trattasse della fase finale dei Mondiali di calcio?
La risposta è, purtroppo, desolante, la sanno tutti quelli che lavorano nei quotidiani e la dice lunga sulla fine della carta stampata: la ragione è che una volta o due l'anno è necessario trovare delle occasioni per giustificare l'esistenza in vita di inviati e corrispondenti e pure dei collaboratori che si occupano di cinema. E così si spiegano i fiumi di parole dedicati a registi che nessun lettore conosce, a trame e titoli che nessun lettore avrà mai piacere, occasione e interesse a vedere mai nella vita. È una follia schizofrenica ben rappresentata televisivamente da quel mausoleo del cinema che è il programma notturno di Gigi Marzullo, lo spazio ideale per togliere completamente la voglia di andare al cinema: riuniti in quella sfera inattaccabile dalla vita reale, critici, pseudocritici, giornalisti pagati pochissimo e precari totali si vestono bene, si pettinano, vanno dal parrucchiere, spendono i pochi soldi che hanno per comprarsi un vestito e assurgono a un momento di notorietà cercando di mettersi in luce a Cinematografo, disquisendo di film come se il tempo si fosse fermato venti anni fa.
L'altra sera era un'immagine agghiacciante: la critica che giocava con l'iPad, la metà degli ospiti semiaddormentati e silenti, il critico che faceva vedere sul suo iPad personale le foto di vecchie edizioni del Festival, e poi pseudostudiosi, pseudoesperti, pseudogiornalisti che parlavano senza che nessuno li ascoltasse. Il tutto alle due e mezza di notte. Purtroppo il tempo è passato e il cinema, anche grazie a quegli stessi personaggi, in Italia ha perso completamente appeal e importanza e il pubblico italiano medio oggi gode a rivedersi Montalbano per l'ennesima volta e si infastidisce se trasmettono Amarcord di Fellini.
Bisognerebbe avere il coraggio di essere meno ipocriti, bisognerebbe smetterla con le paginate dedicate a Cannes e alla Mostra di Venezia. Sarebbe più dignitoso trovare un modo migliore e meno stereotipato per raccontare questi eventi, partendo però necessariamente dalla realtà che è quella di un Paese che, purtroppo, dopo averlo reso grandissimo, il cinema non lo ama più.
Peter Parker
Marco Mengoni non ha vinto l’Eurovision Song Contest. L’italiano Mengoni, che non ha venduto milioni di dischi, ma con il suo ultimo album, forte della vittoria al Festival di Sanremo, è stato solo una settimana al primo posto in classifica (praticamente lo stesso risultato lo hanno ottenuto i Gemelli Diversi con un centesimo della pubblicità che ha avuto Mengoni) se l'è giocata contro la russa Dina Garipova, gli albanesi Adrian Lulgjuraj & Bledar Sejko, il romeno Cezar, il belga Roberto Bellarosa e la Sanmarinese Valentina Monetta. L’entusiasmo ha attraversando l’intero Paese: persino Adriano Celentano, che non parla mai, ha misteriosamente rotto il suo silenzio, oltre che per parlare di politica, anche per sostenere Mengoni. Vallo a capire perché. Anche Bocelli e pure Pupo volevano che vincesse Mengoni. La discografia italiana sembrava risollevarsi all'ipotesi che Mengoni sul palco dell’Eurosong avrebbe stracciato Nodi Tatishvili & Sophie Gelovani, che sono i famosissimi rappresentanti della Georgia. Invece è arrivato solo settimo, un flop: dietro la vincitrice danese Emmelie de Forest, l'azero Farid Mammadov, l'ucraina Zlata Ognevich, la norvegese Margaret Berger, la greca Koza Mostra. Altro che Bruce Springsteen, i Coldplay e Lady Gaga.
Peter Parker
Da anni RadioRai ha appaltato la divulgazione del rock a Silvia Boschero. Per un’ora e mezza, dal lunedì al giovedì, la giornalista dell’Unità conduce una trasmissione intitolata Moby Dick su Radio2. Non è questa la sede per chiedersi se sia un programma brutto o bello, ben fatto o meno. La Boschero è certamente esperta di musica, lo è da anni, ma è veramente curioso come alcuni stereotipi siano da anni radicati in Rai. Tra i requisiti per essere giudicati esperti di rock c'è che si scriva su un giornale di sinistra, e l’Unità in questo senso è un perfetto requisito.
È uno stereotipo, ma funziona così. Ripeto, non ce l’ho con la Boschero, mi incuriosisce però il criterio con cui RadioRai, che fino a qualche anno fa faceva un programma come Raistereonotte in cui turnavano i migliori esperti di ogni singolo settore musicale (parliamo di Ernesto Assante, Alberto Castelli, Giampiero Vigorito, Enrico Sisti, Stefano Mannucci, Giuseppe Carboni, Stefano Bonagura, Paolo De Bernardin, tanto per intenderci) adesso si accontenti praticamente di una voce sola, quella della Boschero. Che può fare il bello e il cattivo tempo a seconda dei suoi gusti musicali, opinabili. Poiché è di sinistra, poi, può permettersi anche di stroncare sul suo giornale prodotti della stessa azienda che la paga: è stato divertente vedere le martellate violentissime che la Boschero ha riservato al Concertone del Primo Maggio (trasmesso dalla Rai), di cui pure era conduttrice nella versione radiofonica (in esclusiva su Radio2, appunto). La libertà di opinione, certo. D’ora in poi, dunque, potrebbe accadere che Raffaella Carrà parli male di The Voice, Fabio Fazio di Che tempo che fa e Francesco Giorgino parli male del Tg1. Liberi tutti secondo la legge Boschero, anche detta «famo come ce pare». Basta saperlo.
Peter Parker
Per chi pensa ancora che Twitter conti davvero qualcosa, se non nell’autoreferenziale mondo di chi si scrive e di chi si legge, una minoranza inferiore a quella dei tifosi dell’Atalanta a Roma, osservi attentamente gli ascolti della prima puntata di Celi Mio Marito, la striscia che il direttore di Rai3, Andrea Vianello, ha deciso di affidare a Lia Celi, blogger, questo il mestiere che ha fatto scattare la scintilla in chi ha avuto l’idea di proporle questo spazio sulla rete pubblica. Il programma, a giudizio di chi scrive, è obbrobrioso, non ha senso, lei fa la comica e non lo è, parla di scarpe e di orti verticali. E soprattutto di Twitter, come se alla gente gliene fregasse davvero qualcosa.
Sapete a quanti gliene frega? Al 3,41% degli italiani, come lo share cui è stata condannata la puntata d’esordio del programma. Il programma in onda prima, Blob, ha fatto registrare 1.338.000 spettatori con il 5,70% di share, quello successivo, Un posto al sole, è risalito a 2.201 mila spettatori con il 7,95%. Praticamente il pubblico ha rifiutato questa proposta assurda. Per dire, a quell’ora persino Tempesta d’amore su Rete4 ha totalizzato quasi il doppio di spettatori e Otto e mezzo su La7 ne ha totalizzati quasi 2 milioni. Ecco, il risultato di Twitter sta tutto in quel 3,41%, 854.000 spettatori, un po’ più dei 50mila follower di Lia Celi.
Peter Parker
Ieri Enrico Mentana ha twittato la notizia della morte di Fabri Fibra, scatenando il panico tra le redazioni, i twittaroli e i fan del rapper. Se un direttore di tg, il più celebrato e osannato direttore dei telegiornali nazionali, strapagato, twitta una notizia così delicata, l'avrà verificata. Invece no, un falso totale. La notizia si basava su una topica colossale: Fibra, nel 2006, cioè 7 anni fa, ha realizzato un famoso video del brano Mal di stomaco, in cui all'inizio ha inserito finti tg che davano la notizia della sua morte. Di quel video se n'era parlato moltissimo all'epoca dell'uscita, ma Mentana, evidentemente, anche a giudicare dalla decisione di non dare alcuno spazio agli spettacoli nei suoi tg, non è un esperto di musica. L'interpretazione istintiva è che Mentana ieri si sia imbattuto nella visione del video, non abbia capito e abbia twittato pensando di fare uno scoop. Senza verificare. Il che è gravissimo per tutti i giornalisti, figuriamoci per un maestro come lui.
Mentana l'ha spiegata su twitter in modo diverso: ha detto che gli hanno rubato lo smartphone e gli hanno fatto uno scherzo. Poi ha rimosso il twitter dicendo che ha "sistemato" l'autore dello scherzo. Difficile capire come siano andate davvero le cose. Chissenefrega. Quel che ci interessa è che resta il fatto che il tweet ha gettato nel panico, vista la fonte, il mondo dello spettacolo. Oggi i giornali non sono usciti, sui siti si trova traccia della toppa, ma poco, per esempio Dagospia neanche la riporta eppure è sempre attento a vicende come questa. Domani vedremo i giornali, campioni di verità: avranno il coraggio di scriverlo? Secondo noi, no. Ma aspettiamo, la speranza è l'ultima a morire.
Peter Parker
Sulla polemica Roberto Benigni-Divina Commedia-televisione vorrei lanciare un appello: liberate Benigni! I fatti li conoscete meglio di me: il TuttoDante, lettura della Divina Commedia di Roberto Benigni su Rai2, è un disastro in termini di ascolti. Un danno sciocco per Benigni, per la sua immagine e per il suo talento. Le polemiche sono state molte sul perché e il per come la Rai abbia accettato questa operazione. Quello che però vorrei far rilevare è che la televisione a Benigni fa più male che bene e probabilmente il modo in cui Benigni viene gestito a livello televisivo è deleterio per lui. Non voglio entrare in polemica con il suo manager Lucio Presta, che ha il grande merito di diventare amico di tutti i direttori generali della Rai e di quasi tutti i giornalisti di destra e sinistra.
Però va detto che è ormai da 15 anni, più o meno da dopo il successo della Vita è bella, che Benigni continua a essere sovraesposto televisivamente con operazioni discutibili. Va bene: la lettura di Dante è stata una bella idea, ha avuto grandi meriti e successi, ma a un certo punto un manager di buon senso avrebbe dovuto consigliare al suo cliente più importante una pausa. Lo stesso discorso vale per le partecipazioni ai programmi televisivi, dal Festival di Sanremo in giù: Benigni negli ultimi anni è stato portato a destra e a sinistra a rifare se stesso. Se continua ad avere successo e ancora non ha stancato il pubblico è merito del suo straordinario talento, ma è proprio la gestione del suo talento che lascia spazio a molti dubbi. Così come la partecipazione a eventi pubblici e a feste di partito che sono diventati lo scenario abituale di alcune sue performance, nel tentativo di ripetere la geniale e storica scena del giugno 1983 quando prese in braccio Enrico Berlinguer prima di un comizio al Pincio.
Il problema è che Benigni era e rimane il nostro più grande talento cinematografico vivente: da otto anni non fa un film, inghiottito dalla televisione. Il suo premio Oscar risale a 16 anni fa, dopo quel trionfo ha fatto due film, uno sbagliato e l'altro forse non riuscitissimo. Prima della Vita è Bella aveva fatto sei film in undici anni. Dopo l'Oscar ha forse puntato su altro, magari anche per la consueta paura degli artisti di confrontarsi con i propri grandi successi. E così la televisione, le letture della Divina Commedia e gli show ai comizi politici sono diventati il suo maggiore impegno. Gli esiti sono però ormai quelli che vediamo. Valga per i geni, ma anche per i manager: gli affari sono affari, ma gli artisti sono artisti ed è bene che continuino a fare soprattutto quello che sanno fare meglio.
Peter Parker
Stavolta parlo di quelli come me. Quelli che s’improvvisano opinionisti e, d'improvviso, assurgono a una notorietà impensabile fino a pochi anni fa, prima dei social network. Il web, Facebook eTwitter hanno aumentato a dismisura la presunta autorevolezza di persone che scrivono di televisione. Peter Parker, certo, ma anche Lord Lucas o Davide Maggio, per dirne due o tre. Beninteso: Peter Parker si mette umilmente in fila dietro questi giganti della critica televisiva, gente che ha fatto impallidire Karl Popper. Popper? Chi era costui al confronto di Lord Lucas o di Davide Maggio? Parliamo di docenti universitari? Gente che ha due o tre lauree in scienza delle comunicazioni di massa? No, parliamo di Lord Lucas e di Davide Maggio, due ragazzi (immagino, perché io non li conosco, ma potrebbero essere anche ragazze, vecchi tassisti in pensione, ectoplasmi o persino la stessa persona per quanto mi riguarda) capaci di far tremare i pantaloni dei fragili e viziati divetti nostrani della tv con le loro opinioni, in grado di scatenare, con un paio di banali opinioni, tremebondi e furiosi tweet di replica neanche avesse parlato Obama o Papa Francesco. Basta uno sputo di uno di questi signori e gente pagata milioni di euro si rovina le giornate.
Le vedi queste starlette della tv e i loro manager alle conferenze stampa corriere dietro e adulare senza dignità alcuna questi ragazzetti. Leggi repliche seccate, post imbufaliti, Giancarlo Leone che precisa, Lucio Presta che s’incazza (con me e Lord Lucas, non certo con Davide Maggio), gente che immagini che avrebbe anche di meglio da fare nella vita privata e nel lavoro che occuparsi di Lord Lucas, Davide Maggio e Peter Parker, immagino. Lord Lucas scrive... Davide Maggio attacca... io bacchetto, ma di che parliamo? Di chi parliamo? Ma chi siamo? Che autorevolezza abbiamo? Ce l'ha più mio figlio di tre anni, a quanto ne so. Spesso, peraltro, frutto di ripicche personali e rancori. E soprattutto chissenefrega. Al confronto Dagospia è Francois Truffaut. Torniamo alla realtà. Parliamo di Lord Lucas, Davide Maggio e Peter Parker, la nostra misera nouvella vague televisiva. Ma per favore... leggetevi Placido. Beniamino, non Michele.
Peter Parker
Al colmo del delirio di Twitter, Peter Parker ha deciso di entrarci. Lo farà tra pochissimi giorni. Non vedo l'ora di interloquire con i giornalisti che non hanno niente da fare se non scrivere su Twitter. E anche con gli artisti. Lo farò con grande gioia. Siate prudenti nello scrivere, dunque, perché Peter Parker dirà cose che voi umani non direte. Intanto una cosa la dico subito e riguarda quel gran simpaticone di Jovanotti, il «fidanzato di tutti i giornalisti italiani», e di sua moglie Francesca Valiani. Che ha fatto un libro fotografico di cui non sentivamo la mancanza, ma l'ha fatto e saranno pure fatti suoi. Ci sono cose peggiori e io ne faccio di peggiori. Quindi, figuriamoci.
Quel che mi colpisce è che si è fatta scrivere l'introduzione al libro dal marito. Incredibile, ma a qualcuno è parsa una cosa simpatica. Per esempio, a Rockol, un sitarello di rock, che i cantanti italiani trattano come fosse Variety e sbavano per farci su un'intervista. Nella recensione del libro si legge testuale che: «Francesca Valiani quell'occhio lo esercita da ben prima di avere un iPhone». Citando sempre il severo recensore di Rockol, proseguo: «Spiega suo marito, Lorenzo Jovanotti, che ha sempre avuto una macchina fotografica in mano, da quando si conoscono e anche da prima». Se non vi basta sappiate che trattasi, sempre secondo Rockol, di «un volume quadrato, come sono le foto di Instagram e Hipstamatic, bello come oggetto e qualità (anche della carta, che non è poco) e come impaginazione».
Arriva l'apoteosi: «Un libro bello per le foto», «E, sì, c'è anche Lorenzo nelle foto, ma non in molte: una presenza inevitabile, ma non ingombrante, com'è giusto che sia». Poi la conclusione: «Un bel libro, dicevamo, e un bel progetto. Da smanettone e appassionato del genere mi sarebbe piaciuto sapere quali app e quali filtri sono stati usati per questi scatti. Ma l'occhio, quello che c'è in queste foto, quello bisogna averlo, e quello non te lo può dare nessuna app». Sono andato in libreria e l'ho acquistato. Vi dirò che la carta è bellissima. Il che non è poco.
Peter Parker
L'entusiasmo dei cosiddetti critici per Elio e le storie tese e la Canzone mononota è emblematico dello stato della stampa musicale italiana. La canzone di Elio è un divertissement, che potrebbe essere un curioso lato b di un vecchio 45 giri. Incantabile, non una canzone, piuttosto un virtuosismo. Divertente, specialmente per com’è eseguita sul palco. Abbastanza inascoltabile più di una volta di seguito. Fatta apposta per i modesti rappresentanti della sala stampa di Sanremo, che si sciolgono ogni volta che la ascoltano citando Zappa e Jobim.
La composizione della sala stampa di Sanremo è d'altra parte completamente allo sbando, forse mai come quest'anno: gente che scrive e parla in tv senza avere conoscenze musicali e che per il resto dell'anno generalmente scrive, male, di televisione. A Sanremo, salvo pochissime eccezioni, la sala stampa ascolta le canzoni con una competenza inferiore a quella di qualsiasi persona, visto che i componenti della sala stampa in linea di massima non comprano, e quindi neanche ascoltano, i dischi. Una volta c'era l'abitudine di ascoltarsi almeno un album al giorno per essere considerato abbastanza esperto di musica: 365 album all'anno.
I componenti della sala stampa (e sarebbe anche curioso sapere quanti sono professionisti) ascoltano canzoni alla radio, qualcosa che trovano su Youtube, non spendono un euro in un negozio di dischi o su iTunes dal 1991, eppure a Sanremo scrivono di musica spacciandosi da esperti. Ne sa di più il contadino della Brianza o la casalinga di Ragusa, meglio loro della giuria della stampa. È questa sala stampa che, se non ci fossero le altre giurie, decreterebbe la vittoria di Elio, già avvantaggiato abbastanza dallo spot Vodafone, che passa ogni serata durante il Festival, pensando che la Canzone mononota è più o meno simile alla Nona di Beethoven.
Peter Parker
Primo round
La notizia corre e rimbalza. Sanremo decreterà la fine della carta stampata di spettacolo. Le redazioni dei quotidiani hanno deciso da tempo di tagliare i costi, anticipando gli orari di chiusura delle redazioni. Le eccezioni sono pochissime e comunque Sanremo non sarà un’eccezione. Intorno alle 21.30 le pagine dei quotidiani saranno chiuse e, dunque, i giornali usciranno senza la cronaca delle serate. Forse Repubblica e Corriere della sera tarderanno qualche minuto la chiusura. Sarà un ritorno agli anni Sessanta con la differenza che, oggi, i giornalisti in sala stampa (o quelli che si definiscono tali) lavoreranno solo per l’on line, l’unico interesse attuale degli editori.
Personalmente sono felice: una delle cose più insopportabili della stampa di spettacolo è il racconto delle serate viste in televisione. Una masturbazione che il più delle volte finiva con illeggibili idiozie scritte di corsa, piene di errori, refusi, banalità e superficialità. La chiusura anticipata non ci salverà da tutto ciò, ma almeno ci libererà il giorno dopo dal dover pagare per leggere quello che abbiamo già visto la sera prima.
Secondo round
Dai principali quotidiani nazionali ci fanno sapere che, in relazione all’articolo di Peter Parker pubblicato ieri su TVZOOM, le pagine di spettacoli chiuderanno in ritardo rispetto all’orario abituale (22.30) durante le serate del Festival di Sanremo.
Ecco la replica di Peter Parker:
Il caso delle elezioni politiche, che da oggi ha messo il Festival di Sanremo in prima pagina, ha ovviamente fatto cambiare le cose, facendo diventare il Festival una notizia di emergenza più di quanto si pensasse. Le redazioni dei giornali principali non chiuderanno prima e tutto funzionerà come gli anni precedenti. Almeno così dicono. Vigileremo e vi diremo.
Terzo round
La paventata chiusura anticipata delle pagine degli spettacoli c'è stata o non c'è stata, come avevamo detto? Le pagine, a parte poche eccezioni, sono state chiuse al termine dell'intervento di Maurizio Crozza. Qualcuno, come Il Giornale, ha chiuso prima le pagine degli spettacoli e hanno piazzato la contestazione al comico ligure nelle pagine di cronaca. La situazione è stata gestita, ovviamente, con la prevedibile confusione di questi casi, tra spending review e giornalisti costretti a faticare il triplo per arrivare in tempo con la chiusura delle redazioni. Molti dei pezzi dei giornali come Libero e Il Giornale sono scritti dalle redazioni centrali: figuratevi come possano essere stati informati su come siano andate le cose nella contestazione, se i contestatori erano tre o trecento.
Il caso del Fatto quotidiano è comunque emblematico. Silvia Truzzi, inviata a Sanremo, fornisce un resoconto della serata, ma solo per metà. Un po' come se un cronista sportivo commentasse la partita al termine del primo tempo. Imbarazzante poi il pezzo di Malcom Pagani, sempre sul Fatto: traccia un bilancio della serata, stroncandola come «messa inevitabile» e una specie di replica di Che tempo che fa, ma si è fermato nella visione addirittura a pochissimi minuti dopo l'inizio, all'arrivo di Ilaria D'Amico. Perché esporsi a una simile brutta figura?
Peter Parker
Giuro che amo la musica di Giorgio Gaber e anche quella di Fabrizio De Andrè. Vi assicuro, non sto scherzando. Ho rispetto per il dolore dei parenti. Dico anche delle preghiere. Per i defunti e per i loro parenti. Ma vi prego, basta. Non voglio più lambiccarmi il cervello per cercare di farci stare a loro agio gli omaggi. Lasciatemi con i dischi che ci hanno lasciato, sono tanti e mi sono più che sufficienti, ho un sacco di cose da fare, purtroppo, che già se riuscissi a riascoltarmeli tutti sarei una persona felice. Basta con le serate omaggio, con gli artisti che fanno i tributi, basta anche con le mogli, con le vedove, con i figli e con i nipoti che vanno in televisione e non gli si può chiedere niente. Basta con i parenti e gli affini riuniti intorno ai tavolini. Non mi serve Emma Marrone per farmi capire Gaber e penso che non serva neanche ai ragazzi che vogliono scoprire Gaber, se è questo che volete dire.
Non mi fate vedere più Patti Smith che ormai sta più in Italia che a casa sua. Non vorrei leggere su Twitter quel diluvio di commenti, tutti a darsi un tono e una dignità. Non voglio più stare a pensare se si tratta di affetto, di omaggio o se c'è anche del business. Sono una persona buona, io e a Gaber e alle sue canzoni voglio bene davvero. Non mi fate leggere i tweet di Giancarlo Leone e di Andrea Vianello, di tutti questi fan di Gaber che spuntano adesso. Sarà che tutti gli volevano davvero bene, molto più di me. Sarà. Sarà che tutti lo avevano capito o che lo hanno capito adesso. Sarà. Sarà che l'annuale diluvio di antologie, festival, omaggi, ricordi, collezioni, partecipazioni è tutto sincero. Sarà. Mi viene sempre più spesso in mente la vedova di Lucio Battisti, la sua guerra per il ricordo del marito e mi sta sempre più simpatica.
Peter Parker
Lucio Presta ha ragione da vendere a esultare per gli ascolti di Superbrain, il programma condotto da sua moglie Paola Perego ieri sera, 29 dicembre, su Rai1. Il risultato del 20,67% è eccellente. Su Twitter Presta (penso sia in vacanza a Malindi da Flavio Briatore) pubblica persino la curva degli ascolti che non lascia adito a interpretazioni. Ho sempre pensato che la miglior dote di Presta sia la «controprogrammazione», che si potrebbe ribattezzare addirittura «contropresta». Un fenomeno tutto italiano, che rivela meccanismi dubbi del sistema televisivo del nostro Paese. Ieri sera, per fare un esempio, Superbrain aveva contro su Canale5 un film come August Rush, sicuramente di qualità, ma certo non un blockbuster da festività natalizie. Rai2 trasmetteva due episodi di Castle, Rai3 addirittura rimandava in onda il vecchio Papillon, su Italia1 c'era La leggenda dei guardiani, film d'animazione di non brillante successo.
Insomma, in parole povere, il nulla o quasi. Presta è bravissimo a offrire prodotti dei suoi artisti contro una programmazione debole o indebolita. I suoi
Festival di Sanremo sono ricchi di esempi da scuola, in tal senso. Non intendo sostenere che le reti concorrenti interrompano sempre formalmente i programmi che hanno in onda per lasciare campo libero. Ma anche quando mantengono i titoli, accade qualcosa che non fa mai scattare una controprogrammazione agguerrita: analizzate il contenuto delle puntate dei programmi in onda, gli spot promozionali utili a sostenerli e gli stessi messaggi pubblicitari inseriti durante le serate. La contropresta è inesorabile. Che ciò abbia un effetto benefico sul sistema televisivo italiano è assai dubbio, che faccia bene a Presta e ai suoi protetti sicuramente sì, che qualche rappresentante della stampa televisiva italiana sottolinei questo curioso fenomeno direi che è da escludere.
Peter Parker
Gli articoli usciti dopo il concerto di Zucchero all'Avana sono il ritratto della schiena dritta dei giornalisti che si occupano di musica in Italia. Viaggio gratis offerto generosamente dalla casa discografica, che in questo caso dimentica la crisi che sta riducendo sul lastrico la musica e chi ci lavora. Vitto, alloggio e volo, tutto spesato. Marinella Venegoni sulla Stampa titola che «Zucchero fa ballare Cuba»: per la Venegoni gli spettatori del concerto sono stati 40 mila, ma dice anche che non precisate «fonti ufficiali» riportano siano stati 70 mila. Marco Molendini sul Messaggero fa notare nel titolo che «Zucchero incanta i cubani». Anche qui c'è il concetto che Zucchero sia un collezionista di sogni e va giù deciso: gli spettatori sono stati 70 mila.
Quindi, immaginiamo, si sarà fidato delle fonti ufficiali citate dalla Venegoni. Andrea Laffranchi sul Corriere della sera riporta invece la versione mini: 35 mila spettatori. Come possano esistere due versioni così contrastanti, una che riporta il doppio dell'altra? Chissà, o Molendini ci vede doppio o Laffranchi ci vede la metà. Paolo Giordano riporta 40 mila e non si tiene l'entusiasmo: «Niente, loro ballano, non gli importa conoscere la canzone: importa ballarla... praticamente un rito collettivo in una città che di riti collettivi ne conosce molti, ma quasi mai sono volontari. Questo invece sì». Non è finita, l'entusiasmo è proprio incontenibile: «Sabato sera è andato in onda uno degli show più grandi che un italiano abbia mai tenuto all'estero. Soprattutto un concerto a sé stante, quasi misterioso o forse miracoloso». Buona vacanza.
Peter Parker
Che quella dei giornalisti sia la casta più garantita del Paese è ormai chiaro. Basti pensare alla "castina" dei giornalisti di spettacolo, ormai con pochissimi poteri all’interno delle redazioni, ma ancora capaci di influenzare alcuni piccoli meccanismi di comunicazione. I giornalisti di cinema sono forse i migliori di questa sottocategoria. Quelli televisivi continuano ad avere una certa rilevanza, perché hanno scoperto che possono spaventare gli interlocutori anche scrivendo idiozie su un piccolo blogghetto senza alcuna importanza o persino su Twitter. Quelli di musica contano meno: sono un gruppetto sempre più ristretto di 4 o 5 giornalisti embedded, portati ogni tanto dalle case discografiche in giro per il mondo per decantare le lodi di un’industria ormai esanime. Robetta, comunque, se paragonata alla "castona" dei giornalisti di altri settori, come dimostra il caso di Alessandro Sallusti.
Condannato per diffamazione, come è noto, il direttore del Giornale si fa passare per vittima della libertà di pensiero e dice di voler rifiutare i domiciliari. Dal mio punto di vista la questione è: perché nessuno dei quotidiani principali ha avuto l’ardire di pubblicare l’articolo oggetto della condanna in cui Renato Farina, con firma anonima (manco fosse Peter Parker), invocava la pena di morte, dico la pena di morte, per un giudice colpevole, secondo Farina, di aver costretto una ragazza ad abortire? Si trattava di una notizia falsa e pubblicata in prima pagina. Mi chiedo cosa debba fare di peggio un giornalista per essere condannato in un Paese civile.
Se una cosa del genere fosse accaduta nel Ventennio oggi gli studenti la studierebbero a scuola come esempio negativo. Come ha rilevato la motivazione della sentenza, peraltro, non era la prima volta che Sallusti incorreva in simili problematiche. Mi chiedo se Sallusti sarebbe arrivato alla direzione di un giornale se avesse avuto uno stile rispettoso. In una delle sue esternazioni quotidiane, Sallusti ha detto che la carriera di qualsiasi giornalista è fatta di querele e condanne. Non è vero: lo è sicuramente la sua carriera, non quella di molti altri giornalisti, che sono deontologicamente corretti e che in un anno non guadagnano quanto Sallusti porta a casa in un mese.
Peter Parker
Leggo con ammirazione le paginate che i quotidiani, Corriere della Sera e La Repubblica in testa, continuano a dedicare al Festival del Cinema di Roma. Mi chiedo in che Paese vivano. E lo dico da amante del cinema costretto a guardare tristemente sale ormai desertificate. Eppure i fiumi d’inchiostro che i quotidiani continuano a regalare al cinema e a queste kermesse costosissime sono dirompenti e rappresentano la fotografia impietosa del distacco dei media italiani dalla realtà.
Gli spettatori nelle sale sono crollati di oltre il 30 per cento in un anno, gli esercenti non proiettano, se non sporadicamente, i film che passano ai festival. Ma agli ignari quotidiani tutto questo non interessa e continuano imperterriti ad appaltare pagine e pagine a eventi che durano dieci o quindici giorni e verso i quali i lettori manifestano da anni il proprio disinteresse. Per il Festival di Roma il discorso è probabilmente legato anche agli investimenti pubblicitari, che sono in generale la spiegazione dei contenuti di gran parte delle pagine di spettacolo, ormai diventate redazionali mascherati.
Altrettanto non si può dire, però, per la Mostra del Cinema di Venezia o per il Festival di Cannes, seguiti assiduamente da orde di inviati che costano molti soldi a giornali messi in ginocchio dalla crisi. Per spiegare questo fenomeno occorre tener presente la pigra acriticità dei capi delle pagine di spettacolo che, con lo stipendio e la pensione assicurata e intoccabile in tasca, non si sono ancora accorti, o non si vogliono accorgere, che il mondo è cambiato e al cinema non va più nessuno, specialmente a vedere i film dei Festival.
Nulla di strano: i giornalisti, si sa, si recano (e spesso si addormentano o parlano al telefonino o scrivono su twitter) alle proiezioni riservate alla stampa, quando le sale sono piene e pensano che il mondo sia rimasto lo stesso di venti anni fa. Sembrano il veterocomunista di Avanzi che si svegliava ricordando i Pooh. Restano dunque le paginate e gli incomprensibili spazi dedicati a film senza pubblico, che non piacciono neppure agli stessi registi che li hanno girati, piene di nomi di attori e registi e foto che nessuno sa chi siano tra cui Feng Xiaogang, Claudio Giovannesi, Paolo Franchi, Gabriel Polski, solo per citarne alcuni. Nel caso del Festival di Roma, poi, la situazione è ancora più paradossale visto che sulle stesse paginate si sottolinea ogni giorno come le sale della rassegna siano semideserte.
Penso che alla base di questo paradosso ci sia anche una forma di perversione redazionale con un manipolo di giovani giornalisti, spesso precarissimi, e bolliti critici di cinema, spesso privilegiatissimi, che vogliono continuare a viaggiare e divertirsi in giro per i festival: costerebbe più affrontare le loro proteste (e quelle dei sindacati) piuttosto che decidere una buona volta di prendere atto, seppur tristemente, del cambiamento. Ma resta il segno di una follia: è come se mandassero ancora schiere di inviati a seguire il Cantagiro. Una follia spiegabile specialmente con il fatto che i soldi impiegati da queste testate per seguire questi festival sono quelli dei contributi all'editoria. Cioè i nostri.
Peter Parker
Jovanotti è un personaggio simpatico. Ma davvero l'inginocchiamento della stampa italiana nei suoi confronti è paradossale. Sia che resti in Italia, sia che parta per le vacanze, sia che viaggi, sia che stia fermo, l'Italia è perennemente ai piedi di Lorenzo. Almeno una copertina di magazine al mese, una tournée in America in localini da poche centinaia di posti, descritta come se gli Stati Uniti fossero ai suoi piedi e, per sostenere la tesi che in prima fila c'era qualcuno di importante, si è dovuto ricorrere a Gabriele Muccino. Una situazione che sta diventando macchiettistica.
Penso che Jovanotti sia simpatico ai giornalisti, i giornalisti gongolano nel parlare con lui e di lui, i pigri e anziani capi delle redazioni, che quando Jovanotti debuttò gli sputavano in faccia, si sentono giovani quando lo adulano e si sono ormai convinti che sia un passe-partout per conquistare lettori, una sorta di Re Mida irresistibile. Che poi nelle classifiche americane non ci sia traccia del suo disco Usa è un particolare irrilevante, che ai pochi lettori italiani non è dato sapere.
Peter Parker
Mi fa sempre un po’ ridere quando leggo i pezzi dei critici televisivi che fanno i gggiovani parlando dei programmi. Posso essere d’accordo o meno con la loro opinione, non è questo il problema: il problema è sempre la credibilità. Un critico dovrebbe essere credibile. Ai critici televisivi piacciono sempre alcuni canali, alcuni produttori e alcuni personaggi. Questo già mina un po’, dal punto di vista del lettore, la loro credibilità, a prescindere. Trovatemi un pezzo in cui Aldo Grasso parla male di Pietro Valsecchi e delle sue produzioni. Per carità: sarà il suo punto di riferimento, il miglior produttore del globo, l’Howard Hughes del nostro tempo, ma dal punto di vista di un lettore (ammesso e non concesso che i lettori di un giornale passino almeno cinque secondi del loro tempo quotidiano a leggere le critiche televisive), schierarsi sempre nella stessa parte di campo non contribuisce a far crescere la credibilità.
Così, come non è credibile la questione dei gggiovani: la tendenza a esaltare programmi definendoli «quelli del pubblico giovane» e a stroncarne altri «solo di un pubblico vecchio» sta davvero annoiando. Il giochino è quello di descrivere il pubblico «appetibile» o «telemorente» a seconda delle esigenze. Io non penso che le cose stiano così: le persone adulte o anziane non scrivono su Twitter mentre guardano la televisione, ma meritano rispetto e non sono telemorenti. Sono anziane e non si capisce perché dovrebbero essere continuamente insultate. Non è detto che quelli che oggi sono giovani tra qualche anno guarderanno gli stessi programmi. I vecchi programmi di una volta di Rai1, quelli che i critici esaltano quando ricordano la «buona vecchia tv che non si fa più», non piacevano ai giovani, ma nessuno si sognava di definirli per telemorenti.
Il problema è l’età e il rispetto: per parlare di quello che piace ai giovani, forse occorre anche essere giovani. Stando a quanto afferma Internet, Aldo Grasso ha 64 anni, Antonio Dipollina 52 e Alessandra Comazzi 56. Tutto, ma non giovani.
Peter Parker
Nel delirio di commenti su Adriano Celentano, quattro cose sono importanti. Primo: il pubblico. Aldilà dei numeri mostruosi, ha portato davanti allo schermo una platea di oltre un milione di spettatori, che non vedono abitualmente la televisione. In gran parte giovani, alla faccia dell’età media del Paese e della tv.
Secondo: la musica. Quanto fanno i concerti di media sul piccolo schermo? Tra il 6 e il 7 per cento, se in prima serata rischiano di farne anche meno. Celentano ha fatto due concerti, anche se nel suo stile, e ha raccolto quasi come il Festival di Sanremo, ma era su Canale 5.
Terzo: lo schema. Ha sovvertito le regole, visto che la seconda serata non ha avuto un calo fisiologico, pur essendo una formula rischiosissima, visto che nessuno aveva mai provato a fare due dirette di quel tipo una di seguito all’altra.
Quarta: i critici. I vari Dipollina, Grasso, Degli Antoni, Tortarolo sono il motivo del reale scollamento dei giornali dalla realtà. Ieri sera davanti allo schermo e all’Arena di Verona c’era l’Italia che celebrava, ricordava e cantava se stessa. Loro, chiusi nelle loro case, ormai fuori dal mondo reale, chiudevano il pezzo provando disperatamente a metterci una firma.
Peter Parker
Che succede a Vanity Fair? Ha imboccato un'imbarazzante strada gossippara, da giornale scandalistico. L'ultimo numero è al limite del grottesco. Copertina con Annalisa Minetti e un bel sottotitolo: «Dedicato a chi diceva “ha vinto perché è cieca”». Tiè, bello diretto, senza perifrasi e giri di parole. Per carità, non ci si scandalizza più della mancanza di grazia dei giornali, ma l'intervista, fatta da Andrea Scarpa (tra i numeri uno del genere gossity), inizia con il racconto di lei che inciampa: passo dopo passo Scarpa non molla la presa e, come un mastino del giornalismo, ci testimonia l'inciampo della Minetti su un gradino, inciampo dovuto alla cecità.
Siamo nel paragossity, nuova frontiera del giornalismo in crisi di idee, identità e vendite. A quel punto ogni muro è abbattuto e il lettore teme che Scarpa da un momento all'altro ci racconti nel dettaglio se alla Minetti sia anche scappato di andare in bagno. Invece arriviamo alla prima domanda che riporto testuale: «Sono seduto di fronte a lei: che cosa vede?». Ripeto: ha chiesto all'intervistata, non vedente, «che cosa vede?» e lo ha pure scritto.
Ora: ve lo immaginate un giornalista di un magazine internazionale fare una domanda del genere a Stevie Wonder? L'edizione italiana di Vanity l'ha fatta! Un minimo di dubbio Scarpa, o chi per lui, deve esserselo posto perché precisa che qualcuno ha messo in dubbio la cecità della Minetti: ma è una giustificazione inspiegabile visto che la Minetti ha appena corso alle paralimpiadi e difficilmente l'avrebbero presa se avesse avuto la vista di una lince.
Il resto dell'intervista è al 50 per cento su cecità, gossip, malattia del marito e poco altro. Mi chiedo: ma il Vanity internazionale che dice di questa deriva? E poi: siamo sicuri che questo tipo di giornalismo faccia ancora vendere più copie di questi tempi? Siamo sicuri che fare copertine che puntano su titoli riguardanti la più bieca vita privata e senza mai un contenuto reale sia un atout vincente? A giudicare dalle copie vendute, non credo. Comunque l'articolo successivo di Vanity è un'intervista con Alex Zanardi, anche qui un titolo garbato e di gran contenuto: «Dio bono. Non ho le gambe». Il Pulitzer è assicurato.
Peter Parker











