TVzoom: Programmi TV italiani

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QUOTAZIONI BORSA

SOFFRITTO DI CRISTALLO

Wilma Laclava

Wilma Laclava

Wilma non è acida come sembra, fa solo Il suo lavoro: la reporter dal fronte scivoloso delle donne in tv.

Ecco perché Maurizio Crozza su La7 batte Rai1

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Wilma Laclava
Wilma non è acida come sembra, fa solo Il suo lavoro: la reporter dal fronte scivoloso delle donne in tv.
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on Monday, 08 April 2013
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Alcuni critici di professione dicevano che Maurizio Crozza ha sbagliato ad andare a Sanremo. Dicevano che Crozza a Sanremo è stato superato da Grillo a Piazza San Giovanni, lui sì un vero stand-up comedia. «Fuori la politica da Sanremo», dicevano. Dicevano tante cose, ma si sono lasciati sfuggire la cosa fondamentale: che Maurizio Crozza è oggi il vero interprete dei sentimenti del popolo italiano (mi rifiuto di chiamarli “pancia del Paese”, mi fa schifo), l’unico vero termometro dell’opinione pubblica – ben più dei sondaggi e ben oltre i grillini, che si sono incagliati da quando hanno perso tempo a scrivere i nomi sui bicchieri di plastica alla Camera e da allora sono andati peggiorando, finendo miseramente ammassati come pecore a farsi indottrinare sullo scuolabus di Scientology.

Ma la democrazia televisiva che è l’Italia sceglie liberamente e anche con una certa spregiudicatezza, con la scheda elettorale come con il telecomando: per questo i dati Auditel di Crozza dovrebbero fare sobbalzare molta gente, da Renato Mannheimer agli occupanti delle poltrone politiche vecchie e nuove. Venerdì sera, infatti, La7 ha superato Rai1 con 3,3 milioni di telespettatori per Crozza nel Paese delle Meraviglie contro i 3,1 per Red or Black? di Fabrizio Frizzi. E ci sono buoni motivi per credere che questo risultato abbia un sapore tutto politico. Innanzitutto perché viene da lontano: Crozza non è mai stato così al top come quest’anno e l’andamento crescente degli ascolti lo dimostra: lo share del 7,71% della prima puntata è cresciuto via via in modo quasi costante, fino ad assestarsi nel mese di febbraio mai al di sotto del 10% (con la sola eccezione del 29 marzo) e anzi arrivando al 12,67% nella puntata del 22 febbraio. La curva dello share è parallela alla campagna elettorale, tant’è che da che si è conclusa è andato leggermente calando.

Nella campagna elettorale più eccitante dal ’94 a questa parte, di fronte alle ipocrisie dei giornaloni e delle televisioni che si contendevano candidati impresentabili (sottovalutando Grillo: qualcuno l’ha chiamata «Caporetto dell’informazione”», Crozza ha sempre detto quello che gli italiani pensavano - chi più, chi meno - e il pubblico televisivo glielo ha riconosciuto. Con una settimana di ritardo, com’è ovvio, secondo il meccanismo del passaparola: la puntata in assoluto più bella di tutte - più che satira, quasi filosofia politica – è stata quella del 25 gennaio, con la demolizione del mito della società civile (e della lista Monti!) e infatti dalla settimana successiva il programma non scenderà (quasi) più dal 10% di share.

Del resto, come non spanciarsi dalle risate a sentire parlare Lidia Rota Vender? Come non commentare come ha fatto Crozza? «Loro hanno una percezione della realtà che è filtrata attraverso i maggiordomi». Era tutto così vero che c’è da immaginare che qualcuno dall’alto gli abbia tirato le orecchie, se nella puntata successiva si è concentrato sui candidati meno centrali della campagna elettorale, ovvero sui bersagli relativamente più facili. Da venerdì, invece, il comico genovese ha cambiato rotta: archiviati Bastardchef e alcuni altri cavalli di battaglia, una grande imitazione di Napolitano alle prese con i saggi (anche lui, per sopraggiunti limiti istituzionali, un personaggio in uscita) lascia il passo al nuovo filone del marketing, trattato con ampio respiro negli intenti, ma ancora da perfezionare nella pratica: la satira sulla pubblicità indulge facilmente al trash e - almeno al momento - non gli ha consentito quelle modulazioni e sfumature semantiche che hanno reso indimenticabili bollettini di guerra e irrinunciabili appuntamenti settimanali le puntate di Crozza nel Paese delle Meraviglie nella campagna elettorale.

Last but not least, il superamento di Crozza su Rai1 arriva non a caso nel momento in cui i sondaggi danno in calo il gradimento degli italiani per Beppe Grillo ed è lecito supporre che questo calo continuerà (risparmiare bicchieri di plastica e fare gite in autobus non aiuta a salvare il Paese, almeno non come ci si aspetterebbe che un deputato facesse). Chi filtra la realtà attraverso i maggiordomi, chi attraverso il web e chi attraverso una comoda poltrona drizzi bene le antenne e si sintonizzi su La7 il venerdì sera alle 21.10, per farsi un’idea degli umori del Paese e anche qualche risata.

 

Wilma Laclava

 

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“The Voice” e l’Italia da fare: prove tecniche di un nuovo linguaggio tv, oltre i grillini, tra insegnanti e rocker

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Wilma Laclava
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on Sunday, 17 March 2013
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Spettacolare serata su Rai2, con la seconda puntata delle audizioni al buio di The Voice of Italy. In sintesi, «Il maestro arriva quando l’allievo è pronto»: i quattro coach Piero PelùRiccardo CoccianteRaffaella Carrà e Noemi ascoltano i candidati stando seduti su poltrone che voltano loro le spalle e si girano a guardarli solo se e quando, premendo il pulsante rosso «I want you», scelgono di offrire all’allievo di entrare a far parte della propria squadra. Ma si sovverte il paradigma pedagogico dell’autorità cattedratica autoreferenziale (ricalcato, per esempio, da MasterChef) che de facto va per la maggiore nei luoghi classici di formazione, come le scuole e le università nostrane, perché la competizione non è solo tra i candidati, ma anche tra i coach, che spesso si ritrovano «innamorati» dello stesso allievo e se lo contendono: a quel punto è l’allievo che sceglie con chi studiare.

Come la fantastica Veronica De Simone: canta lei e si girano tutti, tutti se la contendono e lei, una ragazza dolce e super tatuata che partecipa a The Voice per dare una svolta alla sua vita, che vive a Monza con la sorella e fa fatica a tirare avanti, risponde con un sorriso a tutte le proposte e dice: «La Carrà tutta la vita!» (frase che subito diventa un hashtag su Twitter #LaCarraTuttaLaVita e oggi la Carrà se ne rallegra: «Carramba che sorpresa!»). Perché insegnare è amare – diceva Platone – e al cuore, si sa, non si comanda.

La passione dei coach per l’insegnamento e l’aspirazione degli allievi ad avere l’insegnante che sognano sono i due ingredienti chiave del programma, ovvero i due ami gettati a provocare il pubblico televisivo del Bel Paese disastrato e incerto. Un pubblico che evidentemente ha gradito, se ha risposto con uno share del 14,26 %, con 3,7 milioni di telespettatori, in crescita rispetto ai 3,3 milioni della prima puntata. Insegnare, insegnare, insegnare!!! «Eunte, docete omnes gentes…» leggevo l’altro giorno da qualche parte.

Nella stessa giornata in cui i grillini - freschi forse del corso-lampo di diritto costituzionale alla Luiss - si apprestavano a entrare in Parlamento e già discutevano del prezzo della buvette (6 euro!). Nella stessa giornata in cui il nuovo Papa Francesco I pagava di persona il conto dell’albergo e didascalicamente spiegava la differenza tra Chiesa e Ong, esortando a «camminare, edificare, confessare». Nella stessa giornata in cui il mercato immobiliare italiano ha attestato un crollo del quasi 26% e la Confesercenti, invece, la chiusura di 10mila negozi nei soli mesi di gennaio e febbraio. Ecco, nella stessa giornata mi sono divertita con i battibecchi tra Piero e la Raffa per gli stessi allievi, sentire Piero commentare: «La Carrà è una spina nel fianco… tutta vestita di cuoio perché lei vuole fare la rockettara… ma Raffa, tu sei pop!!!» e sentirlo cinguettare parole dolci agli allievi come «Io non mi sono girato perché sono un bischero», oppure «perché sono un cafone» ecc. ecc.  – lui! Il ribelle che ha cantato come nessun altro l’interiorità maschile, che parla «una lingua diversa» con Prima guardiaGiocondaIl mistero di GiuliaRegina di cuori Tex (a proposito, qualcuno lo faccia presente a Duccio Demetrio, che scrive libri illeggibili come L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini, noi femministe potremmo finire per credere che l’interiorità maschile non esiste. Prof. Demetrio, prima di scrivere ascolti i Litfiba e le voci maschili di The Voice!).

È bello vedere Timothy Cavicchini, dopo una gran bella interpretazione di Sweet Child O’Mine che ha fatto girare tutti e quattro i coach, restare stupito e commentare da uomo della strada: «Sai… mai vai a pensare che quattro poltrone vadano a girarsi tutte e quattro!». Viva l’umiltà del Rock! E anche l’umiltà di Vito Ardito, imbianchino dalla voce di miele che si definisce timidamente «pittore edile» e tra le proposte ricevute sceglie «la Signora Carrà». L’umiltà è un’altra chiave del programma: si percepisce ovunque, senza sadismi alla MasterChef e forzature alla De Filippi, anche e soprattutto tra i docenti.

La sedicenne Chiara Furfari ha preferito come coach Noemi al «nonno» Riccardo Cocciante e lui, gigante della canzone, ha commentato commosso: «I giovani non mi hanno scelto perché non conoscono di me la possibilità di andare verso di loro». Grande Riccardo! E ancora: la pur brava Jessica Morlacchi, ex cantante dei Gazosa e vincitrice a Sanremo, non ha convinto tutti i coach, mentre Piero Pelù ha detto no a Chiara Luppi «perché sei troppo brava», lei che aveva interpretato la nutrice nel musical «Giulietta e Romeo» di Cocciante e ha portato a The Voice una bellissima esecuzione di Amor mio di Mina. Ma per fortuna se l’è presa la Raffa. Insomma, non ci sono favoriti o così sembra.

«Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani», diceva chi ha fatto l’Unità. Oggi, che l’Italia sia fatta c’è qualche dubbio, ma almeno è chiaro che, per fare gli italiani (e magari anche l’Italia!), sarà più utile una banda d’insegnanti e rockettari pieni di entusiasmo (così simili in questo al lato buono dei grillini) che un vecchio barbuto che sbraita da dietro il cancello di una villa, da dietro uno schermo o da dietro una maschera – quando non da dietro tutte e tre le cose insieme! E poco importa che questo sia un format straniero: le aspirazioni del pubblico sono tutte italiane e c’è da sperare che questo bel mix ottimista di competenza e voglia di fare traslochi anche altrove e faccia tendenza, in politica e in tv.

 

Wilma Laclava

 

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Dialettica della festa della donna con Ilaria D’Amico, Jane Fonda e Giordano Bruno

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Wilma Laclava
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on Tuesday, 12 March 2013
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Ieri mattina mi è andato di traverso il cappuccino, leggendo su Leggo l’intervista a Ilaria D’Amico, protagonista dello spettacolo teatrale Ferite a morte di Serena Dandini, che vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sul femminicidio. Ricorre oggi l’8 marzo, la Giornata Internazionale della Donna, volgarizzata in Festa della donna, celebrata in Italia dal 1946 e simboleggiata dalla mimosa,grazie all’idea di tre grandi italiane, il cui nome forse oggi dice poco ai più: Teresa MatteiTeresa  Noce e Rita Montagnana.

Ebbene, Ilaria D’Amico afferma candidamente che «se si allude alla festa della donna come al fenomeno folkloristico e commerciale che conosciamo […] la cosiddetta “festa” mi ha sempre fatto ridere: non ha alcun significato. […] Non ho mai gradito il rito dell’8 marzo fine a se stesso». Che – fatte le debite distinzioni – è un po’ come chiedere a un cristiano che cosa ne pensa del Natale e lui rispondesse che, se ci si riferisce alla slitta di Babbo Natale, il cosiddetto Natale fine a se stesso lo fa proprio ridere. «Una festa di questo tipo cerca di evidenziare una supposta diversità della donna. Che io non accetto. Né nel bene, né nel male».

Ma Ilaria D’Amico se la sentirebbe di condurre la prossima puntata di Sky Calcio Show vestita da calciatore? Chi confondesse la Festa della donna con un fenomeno commerciale, ricordi che «nei primi anni ’50 […] distribuire in quel giorno la mimosa […] divenne un gesto “atto a turbare l’ordine pubblico”» (fonte Wikipedia).

Se queste considerazioni sembrassero a qualcuno esageratamente femministe o figlie d’una visione esclusivamente marxista della donna, andate a rivedere il Caro Carlo Marx di Roberto Benigni per un gustosissimo tête-a-tête tra Dio creatore e il “copione” Carlo Marx. E che dire dei fans di Dio creatore? Da quando ho lasciato la mia email a una suora delle Librerie Paoline per fare la tessera, mi bersagliano ogni settimana d’inviti a presentazioni di libri e solo in occasione della festa della donna mi è arrivata la prima email “morta”: è solo l’avviso di uno sconto. I titoli selezionati sono i seguenti: Santità al femminilePrima martire del creatoNate invisibiliLa mia ‘ndrangheta. Il primo è la solita raccolta di vite di sante, raccontate in breve per giunta (ma come? Se non me le raccontate voi per esteso, chi me le racconta?). Tutti gli altri parlano, rispettivamente: di una suora martire conosciuta come «l’ambientalista amazzonica», di donne del terzo mondo, di donne e mafia.

Non uno che parli delle donne in quanto donne a prescindere da tutte le questioni laterali. Forse – dico forse – perché se ne parlassero rischierebbero di sollevare questioni che mettono inevitabilmente in discussione la gerarchia e la politica della Chiesa. Come, del resto, Ilaria D’Amico si guarda bene dal turbare la sensibilità del suo pubblico televisivo di Sky Calcio Show con una spiccata consapevolezza di donna: noi tutte sappiamo bene che per ogni uomo sul divano a guardare le partite c’è una donna in cucina che lava i piatti. Meglio quindi parlare solo dei casi estremi come il femminicidio e i «diritti delle donne nel mondo», facendo così un bel minestrone nel quale soffocare ogni anelito a ciò che di sensato e urgente ci sarebbe da dire.

Tanto, ormai, sono le donne in primis a festeggiare se stesse andando a vedere i California Dream Men – non se ne accorgeranno – e quelle poche galline che decideranno di leggersi un libro si adageranno facilmente nelle retoriche che la tv e l’editoria propone loro («t’auguro che la signora seduta accanto ignori qualcosa di storia e non comprenda tutto quel che legge», scriveva Giovenale).

Visto che un cappuccino mi è andato di traverso, invito ufficialmente Ilaria D’Amico a bere un altro cappuccino con me a Roma, a Campo de’ Fiori, dove l’8 marzo 1972 si tenne la prima manifestazione italiana della giornata internazionale della donna, alla presenza di Jane Fonda (e di Giordano Bruno).

 

Wilma Laclava

 

 

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Il duello Bersani-Renzi e le amazzoni di Bruno Vespa: donne e politica nella tv post Seconda Repubblica

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Wilma Laclava
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on Friday, 30 November 2012
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Nello scontro tra Renzi (che Bersani, da bravo zio, chiamava Matteo) e il segretario del PD (che Renzi chiamava in modo insistito «il segretario Bersani» e solo una volta Pierluigi), su Rai1 le donne hanno portato a casa un bottino molto ricco: metà del prossimo governo sarà di sesso femminile (ovviamente se vince il PD, e l'impegno l'hanno sottoscritto entrambi i candidati alla premiership), lotta senza quartiere alla violenza contro le donne (entrambi), aumento del numero di donne che lavorano (Renzi, ma anche Bersani se avesse avuto qualche secondo in più) e ancora l'enunciazione che il tema delle donne in generale non deve essere un tabù (Renzi), un'appassionata perorazione  dei diritti delle donne arabe (ancora Renzi) e persino le scuse alla moglie e alle figlie per il tempo a loro rubato per fare politica (Bersani).

Un bottino molto ricco - almeno a parole - e almeno sui temi sui quali i duellanti proprio non potevano esimersi. Per il resto, non ci rimane che la soddisfazione, come donne, di essere considerate implicitamente (ma almeno considerate) parte dell'attuale paesaggio della drammatica crisi italiana. Quindi confuse tra chi sta perdendo il lavoro, tra chi non riesce a trovarlo, tra gli insegnanti che guadagnano pochissimo e non hanno nemmeno il riconoscimento sociale che avevano una volta, gli esodati e chi più ne ha più ne metta. E nella speranza che nella futuribile metà femminile del governo prossimo venturo il modello Fornero di tecnica, ma non proprio fausta memoria, non sia un riferimento obbligato per la scelta.

Evitando il banale, ma eterno quesito, su quali uomini concorreranno a scegliere le fatidiche cinque ministre di Renzi o le dieci ministre di Bersani, restano due veloci post scriptum. Il primo: il match tra i duellanti delle primarie del centro sinistra è stato condotto da Monica Maggioni, che in tal modo sarebbe stata "risarcita" per non essere stata nominata alla guida del Tg1. Così la Maggioni ha dato prova di apertura, in proprio e in nome della Rai tutta, al nuovo potere che arriva. Il secondo: subito dopo il duello del PD, l'immarcescibile Bruno Vespa a Porta a porta ha organizzato, per par condicio, una puntata sul centrodestra con tre donne - Gelmini, Meloni e Santanchè - su un totale di quattro ospiti iniziali (a metà è arrivato Marcello Sorgi, anche a lui un piccolissimo risarcimento per la mancata nomina al Tg1). Puntata da collezione, sarà difficile in futuro rivederle tutte insieme le amazzoni del centrodestra. Né al governo, dove pure sono state, e nemmeno in tv.

 

Wilma Laclava

 

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Anche noi donne pretendiamo telegiornalisti fighi!

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on Wednesday, 07 November 2012
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Ricordate Guglielmo il dentone? Guglielmo Bertone, soprannominato «il dentone» per la sua dentatura imbarazzante e protagonista dell'omonimo film di Alberto Sordi, voleva diventare il presentatore del telegiornale di punta della Rai negli anni Sessanta e alla fine ci riusciva, superando tutte le prove e tutti i raccomandati, grazie alla sua incredibile preparazione e al suo savoir faire, che facevano passare in secondo piano l'appariscente dentatura (qui il video).

Bene, dimenticatevelo: i tempi dei giornalisti dentoni, nei film, ma soprattutto nella realtà, sono finiti! Infatti Tgcom24 ha scelto il bellissimo Federico Novella per la conduzione della rubrica Check Point, in onda dal lunedì al venerdì, dalle 18.30 alle 19.00. Un volto bellissimo e una mimica all'altezza, roba da Hollywood. Non per essere banali, ma la mascella non mente: squadrata, ma senza esasperazioni, non come quelle di certe bellezze gay che ci propongono gli stilisti, e portata con molta nonchalance. E pure professionale.

Purtroppo, però, i direttori di regia e i cameramen continuano a ragionare con criteri vetusti e man-oriented, per i quali sulle giornaliste c'è motivo di fare lunghe inquadrature anche se non parlano, mentre in un uomo si suppone che non c'è niente da vedere. Così accade che, mentre il bel Federico intervista Vittorio Sgarbi sulle elezioni in Sicilia, la doppia finestra Novella-Sgarbi lascia il posto – orrore! - al binomio Grillo-Sgarbi, o meglio: la finestra di Federico viene offuscata da una foto di Grillo in posa da satiro.

Ma come si fa a fare una cosa del genere, a chi mai può venire in mente? Non solo: Federico Novella riprende la parola, ma per un po' noi non lo vediamo, perché nella sua finestra c'è sempre la foto di Grillo.

O tempora, o mores! Fate tutto quello che serve, cambiate la regia, ma lasciateci Federico bene in vista.

 

Wilma Laclava

 

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La pubblicità per le donne, che ignora le donne

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on Thursday, 01 November 2012
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C'è una grande biblioteca, genere Harry Potter, e tavoli sui quali studiano giovani uomini molto eleganti. Il silenzio è rotto dal rimbombare dei passi decisi di una bella ragazza, che attraversa la biblioteca in una sorta di défilé, durante il quale si spoglia, con movimenti che sono una via di mezzo tra una passerella di prêt-à-porter e una protesta femminista anni '70, oggi diremmo una Femen di classe. Rimasta in autoreggenti, la ragazza si ferma a un tavolo e mentre si siede, il giovane maschio che lo occupa la guarda un filo scocciato e ritira un libro per farle posto, affrettandosi a tornare concentrato sul suo studio (indifferente, quindi, alle bellicose autoreggenti che restano inascoltate). Lei si mette a guardarlo compiaciuta. Voce fuori campo: «Sono sempre stata dalla parte degli uomini... e l'ho fatto solo per poterli studiare da vicino».

Lo spot pubblicizza una marca di calze ed è la riedizione abbreviata di un filmato più vecchio (2008), nel quale, durante il défilé, la voce elencava le attività maschili che sarebbero proibite alle ragazze: «Dire parolacce, staccare la coda alle lucertole, tirare sassi alle finestre, parlare da uomo a uomo, giocare a biliardo e vedere un fuorigioco...» (qui il video). Certo, cose proibite nel collegio di Harry Potter: l'immagine della biblioteca austera e l'atteggiamento compìto degli studenti contrastano con le attività raccontate, che si addicono più alla cattiva ragazza. Quindi è sottinteso che questi studenti non sono così compìti come appaiono e che la cattiva ragazza lo sa benissimo. Allora lo spogliarello è un'operazione verità, per smascherare le ipocrisie della rigida biblioteca. Ecco spiegate le autoreggenti bellicose.

Non so se questo spot sia stato inventato solo da uomini o anche da donne poco consapevoli, ma francamente lo trovo assai arretrato e davvero poco lusinghiero nei confronti delle donne: quante sono, nel 2012, le donne che si dedicano ad attività cosiddette maschili – siano queste tirare i sassi alle finestre o studiare economia politica, siano cioè negative o positive – «solo per studiare gli uomini da vicino»? E soprattutto, c'è da augurarselo? Non è che forse, sotto questo apparente femminismo dell'immagine, c'è una psicologia strisciante da casalinga degli anni '50-'60? Una di quelle che leggevano al massimo l'Enciclopedia della donna e che, appunto, di una biblioteca così non avrebbero saputo che farsene. Ma le donne di oggi, in una biblioteca così, hanno di meglio da fare che studiare gli uomini.

 

Wilma Laclava

 

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Expo 2015, perché le tv tacciono?

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on Tuesday, 23 October 2012
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Ma che aspettano le nostre amate televisioni (Rai e Mediaset, ma anche Sky, che ha dimostrato di saper usare molto bene i suoi canali tematici) a occuparsi almeno un po' dell'Expo 2015, un evento che fra poco più di due anni dovrebbe portare in Italia 21 milioni di visitatori e che è l'unico grande evento internazionale rimasto al nostro Paese?

È opportuno chiederselo per almeno tre buoni motivi. Eccoli: sinora Milano (che con Letizia Moratti conquistò il diritto a organizzare l'esposizione prevalendo su altre città e altri Paesi del mondo) ha perso tre anni in litigi di vario tipo tra regione, comune, governo e quant'altri. In zona Cesarini, come dicono quelli che masticano di calcio, c'è da correre per onorare l'impegno, se non facciamo le cose all'ultimo momento non siamo contenti, ma pochi sanno cosa sarà l'Expo, su quali temi è incentrato, come verrà sviluppato e cosa resterà dopo i sei mesi dell'esposizione. Eppure l'alimentazione e la sostenibilità sono temi che riguardano tutti: se gli organizzatori ancora non sono in grado di raccontarci una storia, perché non ci provano i media e le tv in particolare, facendoci vedere dove vogliono far arrivare i famosi 20 milioni di stranieri, com'è oggi quel posto, come sarà fra due anni e perché sono state fatte o si fanno alcune scelte invece di altre?

Secondo, l'Italia non ha in questo momento storico una storia di successo da raccontare al mondo: economia che langue, made in Italy apprezzato (e meno male) soprattutto nei paesi emergenti, politica da rifare, corruzione elevata, federalismo fallito, incertezza del diritto e chi più ne ha più ne metta. Certo, le esposizioni internazionali non sono più quelle di fine ottocento o inizio novecento, quelle delle grandi invenzioni che solcavano terre, cieli e mari e della torre Eiffel eretta come grande simbolo di modernità e tuttora principale meta turistica parigina: nell'era di internet, le esposizioni rischiano di essere molto immateriali, eppure in tema di alimentazione e sostenibilità l'Italia ha moltissimo da dire. E' dunque un'occasione enorme per dire al mondo che l'Italia c'è, che supererà la crisi e l'impoverimento della sua gente, che il suo genio creativo non si è esaurito. Ma siamo sicuri che questo Expo, per come si va configurando, riuscirà a far passare questo messaggio positivo di fronte al mondo che ha riempito l'Expo di Shangai e premiato alla grande il nostro padiglione? O non ci stiamo avviando a soluzioni poco credibili, più concettuali che fisiche dell'alimentazione e della sostenibilità? E chi deve sollevare il problema?

Terzo, l'Expo è anche una storia di celebri donne italiane che i media televisivi dovrebbero raccontare. All'origine c'è il curioso destino di Letizia Moratti, il sindaco di Milano che seppe vincere una battaglia mondiale per aggiudicarsi l'Expo, ma che non ha saputo gestirlo, riuscendo persino a non essere riconfermata alla guida del comune, e non soltanto perché la sua maggioranza, Lega e Pdl, nel frattempo si era sfarinata ma anche perché non è riuscita a raccontare una storia credibile sull'Expo come opportunità di sviluppo per Milano e per l'Italia. Nella gestione c'è la tosta Diana Bracco, imprenditrice milanese presidente della società che dovrà realizzare l'Expo, presidente del comitato confindustriale che organizza la presenza delle imprese all'Expo e ora responsabile del Padiglione Italia. Infine, l'ultima arrivata: Evelina Christillin, quella donna elegante che un tempo compariva in tv allo stadio accanto a Gianni Agnelli, che qualche anno fa ha organizzato le Olimpiadi invernali a Torino e che ora è stata arruolata dalla Bracco nella squadra Expo.

Non sarebbe meglio se i media se ne occupassero adesso, accendendo un faro per verificare oggi cosa stanno combinando i nostri eroi ed eroine Expo e non domani, a cose fatte, magari per scoprire che ci sono state infiltrazioni malavitose o semplicemente che abbiamo perso un'occasione, l'ennesima? Allora davvero resterebbe solo roba per Striscia la notizia.

Non veniteci poi a dire che se la gente segue meno i media è solo colpa della crisi e non anche della mancanza di buoni contenuti editoriali su questioni centrali per l'immagine e la sostanza del Paese.

 

Wilma Laclava

 

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"Striscia la notizia", 25 anni di populismo e un concorrente: Beppe Grillo

Posted by Wilma Laclava
Wilma Laclava
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on Thursday, 18 October 2012
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Nata agli albori della Seconda Repubblica da una fortunata idea di Antonio Ricci, Striscia la notizia è il tg satirico che ha costruito assi portanti dell'immaginario televisivo dell'ultimo quarto di secolo e inventato uno degli archetipi più famosi della tv italiana: le Veline, figure impersonali per definizione, che prendono il volto di volta in volta di ragazze della porta accanto e che inizialmente portano le notizie ai conduttori (da cui il loro nome: le veline erano le copie su cui si diffondeva l'interpretazione ufficiosa di certe notizie). Oggi restano gli stacchetti ballati e l'aspetto acqua e sapone è spesso sceso a patti con la caricaturalità della donna Mediaset, ma le donne che hanno ricoperto il ruolo di Veline, forse proprio per la loro provenienza «dalla porta accanto», hanno sempre mantenuto un profilo lontano dagli scandali e scandaletti della tv nostrana. Salvo qualche relazione con calciatori famosi, del resto tra mestieranti che si pensano come corpi ci s'intende.

Ma lasciamo per un attimo da parte lo sfruttamento dell'immagine femminile di stampo berlusconiano, che va dal dimenarsi delle Veline ex-acqua-e-sapone alle inquadrature di un microsecondo sulle profonde scollature della scanzonata Michelle Hunziker (per il pubblico femminile niente bei ragazzi - Brumotti? Suvvia! - ma almeno Greggio resta vestito).

Quest'anno Striscia la notizia compie 25 anni e non smette di essere lo strumento privilegiato dell'ammiraglia di Mediaset per costruire il consenso politico intorno al suo fondatore, Silvio Berlusconi, anche con messaggi subliminali e nel luogo apparentemente più insospettabile: un programma per famiglie.

Si apre con le battute su Veltroni e D'Alema, mentre tra «i nuovi mostri» è sempre in pole position Nichi Vendola. Il geniale Dario Ballantini - ingiustamente parcheggiato a Striscia - nei panni di Matteo Renzi va a rompere (con gusto) le scatole a Bersani. Invece Pierferdinando Casini, inquadrato accanto a un uomo vestito da spugna gigante (che cosa non si fa in campagna elettorale) viene ammonito di non averne bisogno perché «a prosciugare le tasche degli italiani ci ha già pensato Monti».

Le battute su Berlusconi? Nella peggiore è definito «esperto di ginecologia». E via così. Si chiama populismo la macchina da guerra di Striscia la notizia, che quest'anno, con il cagnolino Pil, si fregia del sottotitolo «la voce dell'insolvenza». Insolvente come la (fu) classe media italiana, che oggi non riesce a pagare le bollette e i consumi ordinari, i libri di scuola dei figli e che per questo non smette di riconoscersi in un format superato, che è ormai la caricatura di se stesso, ma che miete ancora ottimi ascolti, un po' per la mancanza di valide offerte alternative d'evasione e un po' anche perché è inesauribile il pozzo del malcostume italiano a cui attinge.

Discariche abusive ed edilizia selvaggia, le pizze a domicilio nei reparti d'ospedale e gli straordinari dei guardiani di un carcere vuoto, oltre a una sfilza di costosi immobili statali in rovina, continuano a essere storie italiane, ma soprattutto è accattivante la campagna sul Made in Italy contraffatto con il benestare di Bruxelles. Purtroppo, a distanza di 25 anni, c'è ancora bisogno di Striscia la notizia per fare opinione su certi argomenti. Se questo è un merito del celebre format di Canale 5, è però anche un grande problema di arretratezza della società italiana.

Appurato il nesso strettissimo tra la parabola politica di Silvio Berlusconi e quella di Striscia la notizia, che ne sarà del tg satirico con la progressiva ma inesorabile uscita di scena dell'ex Presidente del Consiglio? Va da sé che Striscia, senza populismo, non sarebbe Striscia. E il populismo oggi è Beppe Grillo. Ma allora Striscia diventerà grillina? Chissà, certo è che il comico Grillo ha molto da imparare da Striscia: da 25 anni, fa politica con un sorriso.

 

Wilma Laclava

 

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La vita eccezionale di Martini e il sesso con il crocefisso alla Mostra di Venezia

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Wilma Laclava
Wilma non è acida come sembra, fa solo Il suo lavoro: la reporter dal fronte scivoloso delle donne in tv.
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on Sunday, 02 September 2012
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Quando le serie tv parleranno della vita eccezionale del Cardinale Martini e della sua eccezionale semplicità, forse ricorderanno il temporale greve e quieto che si riversa su Milano mentre si divulga la notizia della sua morte. Ma c'è il rischio che la narrazione affoghi nel melenso da Libro Cuore dei registi televisivi italiani, perché il gregge dei grandi registi predilige altri temi. Infatti alla Mostra del Cinema di Venezia vanno in scena il sesso con un crocefisso di una fanatica cattolica e altre carnali vicende di vendette e tradimenti tra amore e morte, nel film Paradies: Glaube di Urlich Seidl.

Insomma, un senso dello scandalo da sessantottini alle prese con il parricidio della morale borghese e una disperazione empia e dannata - quella degli amanti russi di Serebrennikov - che, dietro alle sofisticatezze cinematografiche, cela la solita fede nella materia, che rinnega Dio e ipostatizza il mortale. Nella società che ha metabolizzato Madonna e Marilyn Manson in Lady Gaga, l'avanguardia del cinema veneziano è ferma agli anni '70 e il postmoderno si ritrova a considerare il sacrilegio come sommo scandalo. Come se ci fosse ancora qualcosa di proibito e il sacrilegio non fosse già alla portata di chiunque lo desideri.

Resta una pecora nera, Xavier Giannoli, regista di Superstar, a mettere in scena un uomo qualunque, che diventa famoso per caso e rifiuta la celebrità per non perdere il senso delle cose. Perché in una società che «sta per implodere nel proprio grasso» (come dichiara il regista), l'unica aspettativa essenziale verso il cinema è che racconti con semplicità e senza pseudo-misticismi lo spirituale: lo spirituale nel cinema.

 

Wilma Laclava

 

 

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"The new normal", il maschilista nascosto nel gay

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Wilma Laclava
Wilma non è acida come sembra, fa solo Il suo lavoro: la reporter dal fronte scivoloso delle donne in tv.
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on Monday, 27 August 2012
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The New Normal, la serie tv ideata da Ryan Murphy in onda su NBC dall'11 settembre, racconta la storia di una coppia gay che decide di avere un figlio facendo ricorso a una madre surrogata (cosa che, in America, è consentita dalla legge). La KSL-TV, emittente dello Utah affiliata a NBC e di proprietà mormona, si è rifiutata di trasmetterla, ritenendone i contenuti offensivi e nell'opinione pubblica americana è scoppiato un putiferio tra le associazioni gay, da una parte, e quelle in difesa della sacralità del matrimonio tra uomo e donna, dall'altra. L'ideatore della serie, dal canto suo, è convinto di essere super partes, avendo rappresentato le istanze dei suoi critici nel personaggio di Ellen Barkin, ovvero la madre della ragazza che accetta di prestarsi come madre surrogata e che è contraria alla scelta della figlia.

Chi vivrà vedrà come sarà questa serie, ma a vedere la foto su Corriere della sera del 26 agosto, nella quale uno dei due padri della coppia gay tiene una mano orgogliosamente appoggiata sulla pancia della madre surrogata, sembra che questa nuova normalità non sia immune da profonde contraddizioni: tramonta, infatti, il nesso tra comportamento sessuale e identità sessuale (biologica), ma non tramonta il legame che storicamente l'identità sessuale ha con la sua accezione di dominio, e che vede il maschio dominante e la femmina dominata. A prescindere da quale sia il comportamento sessuale, anche se gay, il maschio domina sempre. Alla faccia del nuovo!

Ah, una precisazione: mentre scrivo queste righe non indosso tailleur, giro di perle e caschetto con onda da neocon come Ellen Barkin, ma sono spaparanzata in topless sulla spiaggia di Ostia.

 

Wilma Laclava

 

 

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Raffaella Carrà o la sobrietà del kitsch

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Wilma Laclava
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on Friday, 27 July 2012
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Ciò che fece di Raffaella Carrà, «la prima donna di potere in Rai. Intendendosi per “potere” la possibilità/capacità di imporre scelte proprie» (cito dal bel libro di Daniela Brancati, Occhi di maschio, Donzelli 2011) fu forse, ancora prima della consacrazione con il mitico Tuca Tuca ballato con Alberto Sordi a Canzonissima 70 e che ancora impazza come spot tv, la sua originale personalità espressa nel fatto che «in lei il kitsch era depotenziato».

Il gusto per gli abiti sfarzosi, sul fisico da ballerina classica e la chioma biondissima dal taglio netto, l'hanno sempre resa un personaggio poco sobrio e oggi forse poco capito in tempi di austerity, ma in lei l'esagerazione era la necessaria giustificazione (pubblica) al suo stile libero, in una tv dove era tanto rara quanto scandalosa una donna un po' troppo convinta dei suoi movimenti (e non solo) e non tutta intenta nello sforzo di eseguire un compito - con perizia, sì, ma senza adesione personale - come la maggior parte delle donne in tv di quegli anni.

E di oggi: quante sono le showgirl con una forte personalità, che non si presentano come «agite» da un uomo? E quante di queste sanno ballare e cantare sul serio? Risentire oggi un'intervista a Raffaella Carrà mostra una sobrietà quasi sconosciuta alla tv contemporanea, per la fatica che c'è dietro a ogni passo, a ogni canzone, a ogni puntata e a ogni show. In breve: la professionalità della televisione e la sobrietà del merito.

Le cronache di questi giorni vorrebbero una Raffaella bollita, come l'ha definita Dagospia nella foto di Chi, che la ritrae all'Argentario mentre gioca al videopoker, ma se i mass media dagli occhi di maschio non perdono occasione di passare al tritacarne una donna quando è avanti negli anni, specialmente se bella, non scalfiscono certo il mito di Raffaella Carrà, che non è solo una delle protagoniste di sempre della tv italiana, ma anche un modello di donna che alla tv di oggi ha ancora molto da dire.

E poi, qualcuno si è mai chiesto se i look di Lady Gaga sono ispirati anche a lei?

 

Wilma Laclava

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Anna Maria Tarantola e il significato delle donne in tv

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Wilma Laclava
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on Thursday, 19 July 2012
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Anna Maria Tarantolal’ha scritto alla quarantasettesima riga delle poco più di due cartelle di “riflessioni” che ha sottoposto alla sua prima riunione del consiglio di amministrazione della Rai, il primo da lei presieduto e che poi ha fatto inviare a tutti i dipendenti: tra «i pilastri di natura economico-gestionale e culturale» del suo progetto di guida della principale azienda d’informazione del Paese ha inserito «una linea editoriale che ridia forza e ulteriore significato alla dignità e alla presenza della donna».

La Rai ha già avuto una presidente donna: all’alba di un berlusconismo già affermatosi qualche decennio prima nella ridondanza corporea delle donne del Drive In di Canale 5, l’allora premier scelse nel 1994 Letizia Moratti, manager, decisionista, ricca di suo e in quanto moglie del petroliere Gianmarco Moratti. La Rai ha anche appena mandato via la prima donna direttore generale del colosso romano di viale Mazzini, Lorenza Lei, anch’ella nominata da un Governo Berlusconi, l’ultimo.

Due donne che hanno lottato ad armi pari con gli uomini in Rai, e che sono state mandate via esattamente come era capitato ai presidenti e ai direttori generali uomini. Nessun trattamento migliore o peggiore, anche perché il capo del Governo e proprietario di tre reti televisive private aveva non casualmente scelto all’inizio e alla fine della sua parabola di Governo (quella politica sembra continuare) due donne in antitesi con il modello commerciale che le sue reti avevano inculcato nell’immaginario collettivo degli italiani, dal primo Beautiful (le cui repliche vanno ancora in onda quest’estate) alle Veline di Striscia la notizia.

Né Moratti né Lei, sia pure in ruoli diversi, hanno lasciato grandi tracce nella storia della Rai. Magari non hanno avuto tempo, la prima travolta dalle liti con il suo dg e dalla prematura fine del primo governo Berlusconi, la seconda azzerata dal governo tecnico, lei che si reputa tecnica avendo passato tutta la sua vita professionale in Rai (dove conta di restare).

Anna Maria Tarantola, persona dal profilo volutamente basso ma adusa al potere nelle stanze di Bankitalia, ha esordito con una specie di atto dovuto: la situazione economica molto difficile dell’azienda, il suo grande valore culturale e la necessità della coesione e del “clima di serenità” necessari al risanamento. Tutto politicamente corretto, compreso il richiamo alla linea editoriale “che ridia forza e ulteriore significato alla dignità e alla presenza della donna”. Un richiamo che deve aver mutuato anche dalla sua recente ma assidua presenza agli eventi della Fondazione Bellisario (l’organizzazione femminile che ha ottenuto la legge sulle quote rosa nei cda). Se son rose fioriranno...

 

Wilma Laclava

 

 

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Benedetta (Parodi) sei tutte noi

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on Tuesday, 10 July 2012
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Lei cucina sui tacchi, io mangio la bufala.

 

 

I menù di Benedetta, la trasmissione di cucina di Benedetta Parodi, va in onda dal lunedì al venerdì dalle 17.50 alle 18.50 in originale, ma io guardo la replica che viene trasmessa il giorno dopo dalle 12.25 alle 13.30. Lo si può vedere anche su La7D, dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 9.50 e il lunedì dalle 21.10 alle 22.10. Ma con questo caldo non ho voglia di vedere fornelli accesi di sera, mentre all'ora di pranzo, davanti a una freschissima mozzarella di bufala e insalata, perché no? Infatti il programma è tra i migliori in circolazione per una serie di motivi: le ricette sono mostrate nella loro vera realizzazione e non - come in molti altri programmi - con gli ingredienti tutti già pronti intorno e mosse veloci, che per chi guarda è una visione spiazzante e ogni tentativo di imparare si incaglia nel dilemma irrisolvibile se smettere di guardare la tv per scriversi la ricetta o aguzzare la vista cercando di memorizzare tutto (confesso che io ho sempre fallito, sia nella prima che nella seconda opzione).

Poi le sue ricette sono alla portata di tutte, se ti è sfuggito qualcosa c'è il riepilogo scritto alla fine e - cosa non secondaria - lei è oggettivamente simpatica. Ma nonostante tutto questo, e anzi grazie alla grande chiarezza delle sue illustrazioni, ho il tempo di interrogarmi su un'altra questione: come fa a cucinare appollaiata su quegli altissimi trampoli che ha ai piedi? Allora la domanda è: quando entra in cucina camminando a fatica e la telecamera passa dalla figura intera al piano americano, Benedetta si infila un paio di pantofole e sale su un gradino che noi non vediamo oppure i trampoli se li tiene tutto il tempo? Questa è una domanda fondamentale, senza la quale non è possibile interpretare correttamente la serietà del suo viso mentre mescolando si china sulla zuppiera: controlla che le noci si stiano amalgamando o ha un dito in cancrena? Forse è la seconda perché, conoscendola, se ci fosse un passaggio delicato ce lo direbbe.

In ogni caso a me Benedetta Parodi piace così, e che nessuno riduca la mia cuoca con il look da Barbie a semplice incarnazione della mistica della femminilità di Betty Friedan, il modello di felicità femminile basato su sentimenti, marito, figli, cucina e vestiti per l'appunto. Benedetta è poco mistica e molto reale: quando finisce una ricetta ti viene da tirare un sospiro di sollievo come se cucinassi tu e pensi: "...e anche questa è fatta". Lei non sospira, sarebbe scortese verso di noi, ma la disposizione psicologica la avverti ed è la stessa che si ritrova ogni sera in milioni di cucine italiane. A parte dove, come da me, i programmi di cucina sono solo un curioso svago e tra il dire e il fare... la buttano su insalata e bufala!

 

Wilma Laclava

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Il tifo di Angela Merkel visto dal carro di Platone

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Wilma Laclava
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on Monday, 25 June 2012
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Il motivo per cui la partita tra Grecia e Germania, finita 4 a 2, passerà alla storia non è lo spettacolo del gioco, ma la presenza imbarazzante della Cancelliera tedesca Angela Merkel esultante sugli spalti. Comunque andrà questa crisi europea, non si dimenticheranno le immagini d’incosciente leggerezza del tifo di Merkel, che spensieratamente seduta allo stadio si gode la partita ed esulta adogni goal della Germania, mentre le famiglie greche saltano e l'Europa va a rotoli (nonostante i proclami), anche grazie alle comprovate incapacità di azione dei suoi leader- Merkel sopra tutti.

Che questa partita si presti molto facilmente a simbologie politiche, lo ha capito anche quell'ultrà greco che indossava l'elmo da oplita. Che cosa avrebbe fatto Helmut Kohl? Con la serietà di uno statista, sarebbe andato solo alla finale degli Europei, se c'era il suo Paese. Non certo a vederlo contro la povera Grecia, che peraltro non ha una tradizione calcistica comparabile alla Germania.

Nel mito della biga alata, Platone rappresenta l'anima come un auriga alla guida di un carro, trainato da due cavalli: uno bianco che rappresenta i pensieri più alti, e uno nero che rappresenta gli istinti più bassi. Merkel farebbe bene a meditare sul significato di questo mito, prima di prendere decisioni, di politica e di sport.

 

Wilma Laclava

 

 

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